Religione: fatto
sociale o realtà soprannaturale?
Nel brano di Esperienze pastorali di
Lorenzo Milani che ho pubblicato ieri c’è l’immagine di una religiosità
chiusa e fortemente condizionata dalle
relazioni sociali intorno e dall’esteriorità, quella dei parrocchiani di
montagna, e quella della città, più aperta alla critica interiore e sociale. E’ una
situazione caratteristica dell’Italia rurale degli anni Cinquanta o la troviamo
anche adesso, in altri contesti?
Se ci si ragiona francamente, la religiosità appare sempre un fatto
sociale, in ogni caso condizionata dall’ambiente umano in cui si vive, sia che
esprima anche una critica sociale che nel caso contrario. Sia nel caso di
religiosità chiusa che di religiosità aperta. Distinguere natura e
soprannaturale è sempre molto difficile. Siamo convinti che quando ci raduniamo
con spirito religioso il soprannaturale sia tra noi, ma ogni esperienza sociale
manifesta dei limiti in questo campo, se la si depuri di una certa emotività
che sempre pervade la religiosità, sia quella individuale che quella di gruppo, e in modo maggiore quest'ultima. Nel passato si è visto il soprannaturale in
esperienze sociali che a noi oggi fanno orrore. Ma le giudichiamo secondo la
cultura della nostra epoca. Fossimo vissuti a quei tempi, sarebbe stato probabilmente diverso.
Nelle Scritture originate dalle nostre prime collettività di fede
troviamo piuttosto forte la critica di una religiosità che faccia molto conto
sull’apparenza e sul rito. La compassione dovrebbe prevalere. Questo può
consentire di recuperare alla vita sociale quelli che ne sono stati emarginati
per vari motivi, compresi quelli che lo sono stati per aver trasgredito delle
regole sociali, come sono anche quelle religiose. Questa è una visione alternativa della società, una
società, in questo senso, di un altro
mondo. Qui vi vediamo una realtà soprannaturale. Non si pensa di poter con
le nostre forze fondare questa realtà già qui ora e completamente. Nelle
Scritture c’è infatti l’immagine di una città che alla fine dei tempi ci scenderà dall’alto, piena di luce, quando
il mondo di prima sarà finito. Questo ci può stimolare a riconoscere i limiti
di ogni esperienza religiosa e, in primo luogo, la molta emotività che può ingannarci, portandoci a vedere il soprannaturale dove tutto è umano.
Le esperienze chiuse in un
ambiente e nel rito non esprimono di solito critica sociale se non appartandosi e quindi, anche se si
manifestano con costumi sociali diversi da quelli della società intorno, con
spirito di setta, accettano in fondo ciò che c’è. Disperano di poterlo modificare ed è
per questo che si chiudono. La loro unica pretesa è di poter vivere certi
aspetti sociali in un certo modo, di poter seguire certi riti, di avere una
certa autonomia. Concesso questo, se ne stanno da una parte senza interferire con ciò che c'è intorno. Ma anche quelle aperte possono accettare quello che c’è, e allora
diventano religioni civili, a
supporto del sistema sociale corrente, visto come necessario per il
miglioramento dell’umanità in linea anche con i valori religiosi. Ma la
religiosità aperta, se prende sul
serio il proposito di superare l’emarginazione, può anche esprimere una critica
sociale: lo fa quando è espressa da gruppi sociali che soffrono l’emarginazione.
Lorenzo Milani si muoveva su questa strada, essendosi trovato, per compassione
e per decisione emarginante dell’autorità religiosa, a condividere la
situazione di gruppi di emarginati, lui che proveniva da uno strato
privilegiato della società. Pensava a una religiosità con efficacia liberante.
Essa, nella sua visione, richiedeva però un progresso culturale e, innanzi
tutto, l’istruzione. Richiedeva un impegno, non sarebbe venuta per virtù
soprannaturale dall’alto, se non come ispirazione: come scrissero un gruppo di resistenti lombardi di
ispirazione religiosa, non ci sono liberatori ma persone che si
liberano.
Come è possibile tenere insieme tutte queste
varie forme di religiosità e, innanzi tutto, ci si deve proporre di tenerle
insieme o, come alcuni sostengono e anche Milani sosteneva, alcune vanno
superate? E superarle significa anche cancellarle,
anche con il bene che contengono, come inevitabilmente accade in ogni
esperienza sociale, in cui il male e il bene sono sempre compresenti? In un
ambiente omogeneo il problema si sente meno. Quando esperienze religiose
diverse, in particolare chiuse e aperte, nei vari modi in cui possono
esserlo, sono compresenti, la faccenda si complica. La coesistenza è difficile
e, talvolta, impossibile. Per vie di fatto si cerca di prevalere. Dietro
vediamo due società in lotta. Ritirarsi dal conflitto può significare
acquiescenza a ciò che non va e che fa soffrire. Fece bene il Milani ad accettare di farsi confinare in una
parrocchia di montagna? E che altro avrebbe potuto fare? L’autorità religiosa gli
lasciò quel piccolo spazio, da dove fece molto rumore, ma arrivò comunque una
condanna sociale, con un processo per un fatto, la difesa dell’obiezione di
coscienza al servizio militare, che negli anni successivi fu riconosciuto
legittimo. La questione originò da un polemica tra preti, in particolare tra
Milani e i cappellani militari. La vicenda dimostra una certa integrazione, all’epoca,
tra politica e religione, in società, quindi una religiosità con aspetti di religione civile.
Altri seguirono una via diversa dal Milani, ma non ebbero, mi pare, una sorte
migliore. Il dissenso si paga sempre con l’emarginazione sociale e la condanna.
In tutto questo dov’è la linea di demarcazione
tra natura e soprannaturale? C’è chi consiglia di vederla non nella nostra
emotività, per cui a volte superficialmente giungiamo a dire “E’ qui!”, ma nella compassione per cui gli altri, in
particolare quelli che stanno peggio, non ci sono indifferenti e ce ne
prendiamo cura, al modo del samaritano della parabola. E’ la religiosità della
misericordia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli