Crisi
parallela di politica e religione
La gente va in chiesa molto meno di una volta.
Bisogna avere almeno cinquant’anni per aver fatto esperienza di com’era “una
volta”. E’ quindi crisi, e da molto. E’
la religione ad essere stata colpita, non la fede, intesa come affidamento al
soprannaturale. La religione è un fatto sociale: organizza la vita di fede, dà
alla fede una liturgia, le dice che pensare, che dire e che fare. Come tutti i
fatti sociali si è fatta molto complicata, da quand’era un fatto primitivo che
spiegava in modo ingenuo le cose del mondo. Questo in particolare tra gli
europei, che l’hanno a lungo utilizzata per dare stabilità ai loro ordini
sociali, sacralizzandoli,
collegandoli a un soprannaturale eterno per scoraggiarne i cambiamenti. La
religione se ne è avvantaggiata, venendo veicolata dalla politica. E’ così che
la nostra religione si è diffusa in Africa, nell’estremo Oriente, nelle
Americhe e in Oceania. Ora che ci siamo reso lecito ammettere quanta violenza
pubblica questo ha comportato, ce ne dispiace, vorremmo che le cose fossero
andata diversamente, ma il passato non si può cambiare. Sono problemi di fronte
ai quali il Papa si è trovata nella sua ultima visita in America Latina, in
Cile e in Perù. Così, i processi di desacralizzazione della politica necessari all’affermazione
della democrazia, che è anche critica di ogni potere che pretenda l’eternità e svelamento delle sue reali dinamiche, ha
finito per colpire anche la religione. Dagli scorsi anni ’60, l’era in cui la
nostra religione ha assimilato la democrazie che agli inizi del Novecento aveva
dichiarato eretica, riforma religiosa e politica sono andate di pari passo,
parallelamente, adottando spesso i medesimi argomenti. E’ stato messo in
questione il potere di autocrati e oligarchi, si è voluto che la gente contasse
di più. Ci si è dedicati di più alla formazione di una coscienza politica nelle
masse. Si è voluto che la politica, ma anche la religione, scaturisse dalla
gente, non scendesse dall’alto. L’ultima grande stagione delle scuole di politica risale agli anni ’80: anch’io vi
ho partecipato, anch’io, da giovane, sono andato a scuola di politica, che per me fu anche scuola di
fede e religione. Poi tutto è cambiato. Piuttosto velocemente la fiducia nella
politica di masse è svanita. Si iniziò a pensare alla politica come a un fatto
di specialisti, come negli altri settori della società. Iniziò il distacco
politico dei capi dalle masse. Si capì che era più facile influenzarle che
formarle. Iniziò la politica dei comitati elettorali, il cui scopo era il
potere per il potere, l’occupazione dei posti
della politica. Il personale della
politica, destinato ad occupare quei posti, iniziò ad essere scelto prevalentemente dall’alto. Al vertice si ebbe
una degenerazione leaderistica della
dirigenza: in questa concezione leader vale come duce, autocrate, persone che non sentono
più il bisogno di una vera legittimazione
popolare, al di fuori del gioco elettorale in cui loro cercano di influenzare le masse per dominarle. I nomi dei capi iniziarono a comparire nei simboli elettorali.
Questa è ancora oggi la situazione che stiamo vivendo.
La
Chiesa cattolica è l’unica agenzia politica che ha continuato a fare formazione
delle masse e in modo capillare. Ha ancora ben chiara l’importanza di radicarsi
politicamente nelle masse. Storicamente, a partire da metà Ottocento fu questa
la sua strategia per opporsi politicamente allo stato liberale che l’aveva
spodestata dal suo piccolo regno nel centro Italia. Lo strumento di questo
radicamento politico fu la nostra Azione Cattolica e, in parte, lo è ancora.
Chi la intende in senso solo religioso ha perso memoria della sua natura, non
ne ha più consapevolezza storica. Tuttavia la metamorfosi autocratica ha
colpito anche in questo campo. Si faceva formazione, ma poi tutto era deciso
dall’alto, l’autonomia del laicato nella società, e in politica, non ha vissuto
un periodo felice. Ci fu un’autocrazia carismatica, centrata intorno alla
figura del fascinoso Wojtyla, in una ripresa di papismo. Ancora oggi siamo abituati a pensare a un grande raduno
cattolico come a gente che va dal Papa.
Ma ci fu un nuovo attivismo della Conferenza Episcopale Italiana, nella lunga stagione
in cui fu dominata da Camillo Ruini, dal 1991 al 2007, l’era della metamorfosi
della politica italiana da fatto di massa a lavoro di comitati.
Si sostiene che la crisi della religione sia
dovuta alla secolarizzazione, nella
sfiducia nel soprannaturale. Non è questa la mia esperienza. Ho vissuto, negli
anni 70, un’epoca di forte secolarizzazione, tuttavia essa non mi parve colpire
la religione quanto poi la colpì la desacralizzazione.
Perché la fede è un fatto umano profondo, si genera dalla nostra psiche e
conserva un’utilità per spiegare il mondo. Non è prevalentemente un fatto
sociale: sopravvive anche in società che le sono ostili. Le sorti della
religione, che è prevalentemente un fatto sociale, dipendono invece dalla sua
efficacia nell’ordinare la vita collettiva. Desacralizzando
la politica, svelandone il suo carattere
contingente, le sue reali dinamiche di
potere, e la strumentalizzazione che aveva fatto della religione, si è liberata la religione dalla politica, ma
la si è anche privata del suo sostegno politico. Da qui la sensazione di sua inutilità nelle cose sociali. Il mondo va come va e la
religione non ci può fare nulla, salvo che lenire un po’ le sofferenze
psicologiche della gente e creare piccoli ambienti accoglienti dove riposarsi
dalla lotta per la vita. Anche la politica come fatto di massa, come attivismo
sociale diffuso, ha avuto problemi
simili. La politica dei comitati rende impossibile cambiare veramente, in
particolare tener conto delle masse e indirizzare la politica verso la
giustizia sociale: al più si può arrivare a sostituire un comitato ad un altro. E, poiché
nessun comitato è veramente alternativo agli altri, perché a tutti interesse
prima di tutto il potere per il potere, alla fine si può arrivare anche, dopo
tanto combattersi alle elezioni, a un’intesa di potere tra comitati
apparentemente di diverso, od opposto, orientamento. E, allora, che serve
affannarsi per la politica? Dunque la gente ha iniziato a pensare anch’essa come
inutile ed è riluttante anche a partecipare al gioco elettorale: non è più divertente come un
tempo. Le elezioni da liturgia della democrazia sono diventate gioco
tra comitati e, nonostante tutte le strategie
di marketing per renderlo interessante, non appassiona più.
Questa metamorfosi è come se avesse drogato
la politica: per fascinare le masse
occorrono autocrati sempre più coinvolgenti dal punto emotivo,
altrimenti la gente non sta al gioco. Ecco quindi la politica che straparla e strafa,
la politica urlata, delle parole grosse, dei capi volitivi. La rinascita dei fascismi
europei.
Che fare, ora?
Più o meno tutti quelli che hanno ragionato di
politica si sono resi conto di quello che è successo, non ho scritto cose
nuove, ma spiegazioni che ho letto e che provengono da fonti affidabili. Quando
però si pensa a come uscirne, tutto sembra farsi più difficile. Ma, in realtà,
non lo è. La via è quella di sempre, quella indicata anche in religione:
pentimento e conversione. Si cambia veramente, a partire da sé stessi, facendo
autocritica e buoni propositi per il futuro. Bisogna ripartire da dove abbiamo
lasciato, addirittura verso la fine degli anni ’70. In fondo è proprio questo
che troviamo nei più recenti sviluppi della dottrina sociale e nelle sue
pressanti esortazioni.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma Monte Sacro, Valli