La giustizia sociale
come problema politico
Al centro della moderna dottrina sociale c’è
la giustizia sociale. In tale prospettiva
quest’ultima è un problema politico, vale a dire di governo della
società. Dal punto religioso è anche un problema morale, che riguarda la scelta
del bene nelle cose individuali e in quelle pubbliche. Nelle prima dottrina
sociale le due questioni, quella politica e quella morale, non sono ben
distinte. Leggiamo, ad esempio, nell’enciclica Le novità - Rerum Novarum, diffusa nel 1891 al papa Vincenzo Gioacchino
Pecci, Leone 13°:
«E questi sono i doveri dei
capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la
dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi
della ragione e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita
col metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello che
veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno,
né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene
similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e
ai beni dell'anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all'operaio comodità
e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni
corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia
e dall'amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o
mal confacenti con l'età e con il sesso.
17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la
giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte
considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le
umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli
infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta
mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai... che fu
defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore
degli eserciti (Giac 5,4). Da ultimo è dovere dei ricchi non
danneggiare i piccoli risparmi dell'operaio né con violenza né con frodi né con
usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più
debole e mal difeso è l'operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza.
L'osservanza di questi precetti non basterà essa sola a mitigare l'asprezza e a
far cessare le cagioni del dissidio ?»
Non sono approfondite le cause sociali dell’ingiustizia, se ne prospetta solo i
profilo etico: la persona ingiusta è una
persona cattiva.
Delle cause sociali dell’ingiustizia si è storicamente occupato il
pensiero socialista, con il quale la dottrina sociale è stata sempre in
polemica, quando più quando meno. Il contrasto ha riguardato proprio l’individuazione
delle cause sociali dell’ingiustizia e i propositi di riforma della società per
rimediarvi.
La riforma sociale è stata fin dall’inizio
oggetto della dottrina sociale moderna. Leggiamo nell’enciclica Le novità - Rerum novarum:
«b) il rinnovamento della società
Basta su ciò accennar di passaggio
agli esempi antichi. Ricordiamo fatti e cose poste fuori di ogni dubbio: cioè
che per opera del cristianesimo fu trasformata da capo a fondo la società; che
questa trasformazione fu un vero progresso del genere umano, anzi una
risurrezione dalla morte alla vita morale, e un perfezionamento non mai visto
per l'innanzi né sperabile maggiore per l'avvenire; e finalmente che Gesù
Cristo è il principio e il termine di questi benefizi, i quali, scaturiti da
lui, a lui vanno riferiti. Avendo il mondo mediante la luce evangelica appreso
il gran mistero dell'incarnazione del Verbo e dell'umana redenzione, la vita di
Gesù Cristo Dio e uomo si trasfuse nella civile società che ne fu permeata con
la fede, i precetti, le leggi di lui. Perciò, se ai mali del mondo v'è un
rimedio, questi non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi
cristiani. È un solenne principio questo, che per riformare una società in
decadenza, è necessario riportarla ai principi che le hanno dato l'essere, la
perfezione di ogni società è riposta nello sforzo di arrivare al suo scopo: in
modo che il principio generatore dei moti e delle azioni sociali sia il
medesimo che ha generato l'associazione. Quindi deviare dallo scopo primitivo è
corruzione; tornare ad esso è salvezza. E questo è vero, come di tutto il
consorzio civile, così della classe lavoratrice, che ne è la parte più
numerosa.»
Gli scopi della riforma sociale, che nell’ottica
della prima dottrina sociale moderna era affidata fondamentalmente ad
associazioni di categoria e allo stato sono così esposti in quell’enciclica:
«29.
Ora, interessa il privato come il pubblico bene che sia mantenuto l'ordine e la
tranquillità pubblica; che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio
e ai principi di natura; che sia rispettata e praticata la religione; che
fioriscano i costumi pubblici e privati; che sia inviolabilmente osservata la
giustizia; che una classe di cittadini non opprima l'altra; che crescano sani e
robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria.
Perciò, se a causa di ammutinamenti o di scioperi si temono disordini pubblici;
se tra i proletari sono sostanzialmente turbate le naturali relazioni della
famiglia; se la religione non è rispettata nell'operaio, negandogli agio e
tempo sufficiente a compierne i doveri; se per la promiscuità del sesso ed
altri incentivi al male l'integrità dei costumi corre pericolo nelle officine;
se la classe lavoratrice viene oppressa con ingiusti pesi dai padroni o
avvilita da fatti contrari alla personalità e dignità umana; se con il lavoro
eccessivi o non conveniente al sesso e all'età, si reca danno alla sanità dei
lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza
e l'autorità delle leggi. I quali fini sono determinati dalla causa medesima
che esige l'intervento dello Stato; e ciò significa che le leggi non devono
andare al di là di ciò che richiede il riparo dei mali o la rimozione del
pericolo. I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda e il
pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, con impedirne o punirne le
violazioni. Se non che, nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un
riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé
stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di
sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello
Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo
Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.»
Nel programma di riforma sociale così esposto è
evidente l’influsso del socialismo, con il quale la dottrina sociale era e per
certi versi è ancora in polemica sulla questione dei metodi sociali per
produrre il cambiamento. Nel socialismo infatti si pensa che quest’ultimo debba
essere prodotto creando l’autocoscienza di classe negli strati sociali che
stanno peggio, gli sfruttati, e nella lotta sociale contro le classi
privilegiate. La dottrina sociale pone un’obiezione morale alla lotta di classe
per il suo potenziale di violenza pubblica. L’acquisizione della consapevolezza
del conflitto di classe come origine dell’ingiustizia sociale si produsse nel
pensiero sociale cattolico nel primi decenni del Novecento, in particolare ad
opera di Giuseppe Toniolo (1845-1948). Questo poi produsse l’impegno
propriamente sindacale del movimento cattolico. I primi statuti dell’Azione
Cattolica, del 1906, previdero appunto nell’Unione
economico-sociale una componente dedita anche all’azione sindacale. La via
sindacale per affrontare il conflitto di classe superò l’obiezione morale sulla
violenza politica in un contesto di affermazione della democrazia, nel quale le
controversie sociali e politiche trovano modi di risoluzione pacifica. La
dottrina sociale indicò anche una via alternativa di composizione del conflitto
sociale, quella corporativa, della collaborazione tra le classi, sulla via
della quale si compromise con l’ideologia del fascismo storico italiano tra il
1929 e il 1939. Si aveva come riferimento il corporativismo medievale, in cui i
mestieri erano organizzati in corporazioni che riunivano padroni e lavoranti,
ma si finì con l’appoggiare, in particolare con l’enciclica sociale Il Quarantennale - Quadragesimo anno,
diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti, in religione Pio 11°, il
neocorporativismo fascista, che organizzava le classi sociali sotto il dominio
di un regime autoritario, che, in quanto sostanzialmente dominato dalle classi
sociali privilegiate, finiva per favorirle. Dagli anni ’40 la via del
corporativismo come soluzione ai problemi di giustizia sociale venne
sostanzialmente abbandonata dalla dottrina sociale per quanto riguardava l’Italia.
La questione della giustizia nei rapporti
sociali è stata affrontata fin dall’antichità. Essa ha sempre avuto risvolti
politici. Ma è con l’affermazione delle democrazie di massa che essa assunse un
aspetto politico nuovo: questo perché nelle democrazie di massa vi è la
concreta possibilità di emancipare coloro che stanno peggio, che sono in genere
la maggioranza, dalle minoranze dei
privilegiati.
Un problema di giustizia venne individuato fin
dall’antichità in una proporzione tra dare ed avere negli scambi, ad esempio
nei contratti, quando una sproporzione dipende dallo sfruttamento dell’altrui
stato di bisogno.
Un altro analogo problema riguardava il
possesso dei beni naturali necessari per la sopravvivenza, quindi la proprietà.
Ma in epoca moderna la questione ha assunto un
profilo più prettamente politico. Come può accadere che in società vi siano
minoranze di privilegiati e maggioranze di gente che sta peggio o addirittura a
stento riesce a procurarsi di che vivere? Si è presa coscienza che non si
tratta di un fatto naturale, come i terremoti o i temporali, ma di un
problema di organizzazione sociale. Le democrazie, i poteri pubblici orientati
dalle masse, hanno iniziato quindi ad avere pretese verso i poteri privati che
tendevano a dominare le società. Questi ultimi allora hanno iniziato ad attuare
strategie per controllare le politiche democratiche, quando hanno concluso di
non poter impedire l’affermazione politica delle democrazie. Al centro della politica contemporanea, anche
di quella italiana, vi sono proprie queste dinamiche, anche se esse sono
praticamente ignorate dalla propaganda elettorale. Questo perché quest’ultima
ha di solito impronta populista, ha di mira l’avidità e le paure della gente, e
ritiene che sarebbe impopolare un programma di giustizia sociale e questo per
la ragione che gli italiani, complessivamente, come popolo e società,
dovrebbero prendere coscienza di essere, sullo scenario mondiale, tra i
privilegiati ingiusti, tra coloro quindi che beneficiano, a livello globale ma
anche nazionale, dell’ingiustizia sociale. Ogni critica basata sulla giustizia
sociale diventa fatalmente autocritica perché essa si basa sostanzialmente
sulla regola d’oro del non fare agli altri quello che non si
vorrebbe fosse fatto a sé.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli