venerdì 5 gennaio 2018

La giustizia sociale come problema politico

La giustizia sociale come problema politico

 Al centro della moderna dottrina sociale c’è la giustizia sociale. In tale prospettiva  quest’ultima è un problema politico, vale a dire di governo della società. Dal punto religioso è anche un problema morale, che riguarda la scelta del bene nelle cose individuali e in quelle pubbliche. Nelle prima dottrina sociale le due questioni, quella politica e quella morale, non sono ben distinte. Leggiamo, ad esempio, nell’enciclica Le novità - Rerum Novarum,  diffusa nel 1891 al papa Vincenzo Gioacchino Pecci, Leone 13°:
«E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell'anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all'operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall'amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l'età e con il sesso.
17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai... che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti (Giac 5,4). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell'operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l'operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza. L'osservanza di questi precetti non basterà essa sola a mitigare l'asprezza e a far cessare le cagioni del dissidio ?»
  Non sono approfondite le cause  sociali  dell’ingiustizia, se ne prospetta solo i profilo etico: la persona ingiusta  è una persona cattiva.
  Delle cause sociali dell’ingiustizia si è storicamente occupato il pensiero socialista, con il quale la dottrina sociale è stata sempre in polemica, quando più quando meno. Il contrasto ha riguardato proprio l’individuazione delle cause sociali dell’ingiustizia e i propositi di riforma della società per rimediarvi.
 La riforma sociale è stata fin dall’inizio oggetto della dottrina sociale moderna. Leggiamo nell’enciclica Le novità - Rerum novarum:
«b) il rinnovamento della società
Basta su ciò accennar di passaggio agli esempi antichi. Ricordiamo fatti e cose poste fuori di ogni dubbio: cioè che per opera del cristianesimo fu trasformata da capo a fondo la società; che questa trasformazione fu un vero progresso del genere umano, anzi una risurrezione dalla morte alla vita morale, e un perfezionamento non mai visto per l'innanzi né sperabile maggiore per l'avvenire; e finalmente che Gesù Cristo è il principio e il termine di questi benefizi, i quali, scaturiti da lui, a lui vanno riferiti. Avendo il mondo mediante la luce evangelica appreso il gran mistero dell'incarnazione del Verbo e dell'umana redenzione, la vita di Gesù Cristo Dio e uomo si trasfuse nella civile società che ne fu permeata con la fede, i precetti, le leggi di lui. Perciò, se ai mali del mondo v'è un rimedio, questi non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi cristiani. È un solenne principio questo, che per riformare una società in decadenza, è necessario riportarla ai principi che le hanno dato l'essere, la perfezione di ogni società è riposta nello sforzo di arrivare al suo scopo: in modo che il principio generatore dei moti e delle azioni sociali sia il medesimo che ha generato l'associazione. Quindi deviare dallo scopo primitivo è corruzione; tornare ad esso è salvezza. E questo è vero, come di tutto il consorzio civile, così della classe lavoratrice, che ne è la parte più numerosa.»
 Gli scopi della riforma sociale, che nell’ottica della prima dottrina sociale moderna era affidata fondamentalmente ad associazioni di categoria e allo stato sono così esposti in quell’enciclica:
«29. Ora, interessa il privato come il pubblico bene che sia mantenuto l'ordine e la tranquillità pubblica; che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio e ai principi di natura; che sia rispettata e praticata la religione; che fioriscano i costumi pubblici e privati; che sia inviolabilmente osservata la giustizia; che una classe di cittadini non opprima l'altra; che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria. Perciò, se a causa di ammutinamenti o di scioperi si temono disordini pubblici; se tra i proletari sono sostanzialmente turbate le naturali relazioni della famiglia; se la religione non è rispettata nell'operaio, negandogli agio e tempo sufficiente a compierne i doveri; se per la promiscuità del sesso ed altri incentivi al male l'integrità dei costumi corre pericolo nelle officine; se la classe lavoratrice viene oppressa con ingiusti pesi dai padroni o avvilita da fatti contrari alla personalità e dignità umana; se con il lavoro eccessivi o non conveniente al sesso e all'età, si reca danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza e l'autorità delle leggi. I quali fini sono determinati dalla causa medesima che esige l'intervento dello Stato; e ciò significa che le leggi non devono andare al di là di ciò che richiede il riparo dei mali o la rimozione del pericolo. I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda e il pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, con impedirne o punirne le violazioni. Se non che, nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.»
 Nel  programma di riforma sociale così esposto è evidente l’influsso del socialismo, con il quale la dottrina sociale era e per certi versi è ancora in polemica sulla questione dei metodi sociali per produrre il cambiamento. Nel socialismo infatti si pensa che quest’ultimo debba essere prodotto creando l’autocoscienza di classe negli strati sociali che stanno peggio, gli sfruttati, e nella lotta sociale contro le classi privilegiate. La dottrina sociale pone un’obiezione morale alla lotta di classe per il suo potenziale di violenza pubblica. L’acquisizione della consapevolezza del conflitto di classe come origine dell’ingiustizia sociale si produsse nel pensiero sociale cattolico nel primi decenni del Novecento, in particolare ad opera di Giuseppe Toniolo (1845-1948). Questo poi produsse l’impegno propriamente sindacale del movimento cattolico. I primi statuti dell’Azione Cattolica, del 1906, previdero appunto nell’Unione economico-sociale una componente dedita anche all’azione sindacale. La via sindacale per affrontare il conflitto di classe superò l’obiezione morale sulla violenza politica in un contesto di affermazione della democrazia, nel quale le controversie sociali e politiche trovano modi di risoluzione pacifica. La dottrina sociale indicò anche una via alternativa di composizione del conflitto sociale, quella corporativa, della collaborazione tra le classi, sulla via della quale si compromise con l’ideologia del fascismo storico italiano tra il 1929 e il 1939. Si aveva come riferimento il corporativismo medievale, in cui i mestieri erano organizzati in corporazioni che riunivano padroni e lavoranti, ma si finì con l’appoggiare, in particolare con l’enciclica sociale Il Quarantennale - Quadragesimo anno, diffusa nel 1931 dal papa Achille Ratti, in religione Pio 11°, il neocorporativismo fascista, che organizzava le classi sociali sotto il dominio di un regime autoritario, che, in quanto sostanzialmente dominato dalle classi sociali privilegiate, finiva per favorirle. Dagli anni ’40 la via del corporativismo come soluzione ai problemi di giustizia sociale venne sostanzialmente abbandonata dalla dottrina sociale per quanto riguardava l’Italia.
  La questione della giustizia nei rapporti sociali è stata affrontata fin dall’antichità. Essa ha sempre avuto risvolti politici. Ma è con l’affermazione delle democrazie di massa che essa assunse un aspetto politico nuovo: questo perché nelle democrazie di massa vi è la concreta possibilità di emancipare coloro che stanno peggio, che sono in genere la maggioranza, dalle  minoranze dei privilegiati.
 Un problema di giustizia venne individuato fin dall’antichità in una proporzione tra dare ed avere negli scambi, ad esempio nei contratti, quando una sproporzione dipende dallo sfruttamento dell’altrui stato di bisogno.
 Un altro analogo problema riguardava il possesso dei beni naturali necessari per la sopravvivenza, quindi la proprietà.
 Ma in epoca moderna la questione ha assunto un profilo più prettamente politico. Come può accadere che in società vi siano minoranze di privilegiati e maggioranze di gente che sta peggio o addirittura a stento riesce a procurarsi di che vivere? Si è presa coscienza che non si tratta di un fatto  naturale,  come i terremoti o i temporali, ma di un problema di organizzazione sociale. Le democrazie, i poteri pubblici orientati dalle masse, hanno iniziato quindi ad avere pretese verso i poteri privati che tendevano a dominare le società. Questi ultimi allora hanno iniziato ad attuare strategie per controllare le politiche democratiche, quando hanno concluso di non poter impedire l’affermazione politica delle democrazie.  Al centro della politica contemporanea, anche di quella italiana, vi sono proprie queste dinamiche, anche se esse sono praticamente ignorate dalla propaganda elettorale. Questo perché quest’ultima ha di solito impronta populista, ha di mira l’avidità e le paure della gente, e ritiene che sarebbe impopolare  un programma di giustizia sociale e questo per la ragione che gli italiani, complessivamente, come popolo e società, dovrebbero prendere coscienza di essere, sullo scenario mondiale, tra i privilegiati ingiusti, tra coloro quindi che beneficiano, a livello globale ma anche nazionale, dell’ingiustizia sociale. Ogni critica basata sulla giustizia sociale diventa fatalmente autocritica perché essa si basa sostanzialmente sulla regola d’oro  del non fare agli altri quello che non si vorrebbe fosse fatto a sé.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli