Inequità
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[dall’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii
Gaudium, di papa Francesco, diffusa nel 2013]
No a
un’economia dell’esclusione
53.
Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare
il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia
dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che
non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere
per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è
esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è
gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della
competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più
debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si
vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di
uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che
si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto”
che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno
dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con
l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla
società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi,
nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati”
ma rifiuti, “avanzi”.
54.
In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta
favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero
mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale
nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime
una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere
economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel
frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile
di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale
egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza
accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di
dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci
interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi
estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo
la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre
tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero
spettacolo che non ci turba in alcun modo.
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Papa Francesco non gode di buona fama tra i
potenti dell’Occidente. In particolare gli è avverso il potente Signore degli
Stati Uniti d’America, che predica una dottrina sociale opposta alla sua. Ma ha
molti critici anche tra i suoi, i quali lo accusano di dare troppa importanza
ai temi sociali, a scapito di quelli religiosi. E’ per questo, dicono, che la
fede ha meno presa nelle società contemporanee. In effetti al centro della
dottrina sociale del Papa c’è la critica dell’inequità: essa colpisce gli Occidentali, i quali costituiscono la
parte più potente, prepotente e ricca del mondo, la principale fonte dell’inequità.
Che significa inequità? E’ un espressione che gli italiani hanno letto per la
prima volta nella loro lingua nell’esortazione apostolica La Gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium diffusa dal Papa nel 2013. In italiano è un neologismo dallo spagnolo. Nel testo inglese dell’esortazione apostolica è reso con inequality
(=ineguaglianza - nell'inglese il termine è spesso implicitamente associato
all'idea di ingiustizia). Nel testo spagnolo, lingua nella quale il documento è
stato verosimilmente pensato, si legge
inequidad, da cui verosimilmente il neologismo
italiano: in un dizionario spagnolo si definisce "El
concepto de inequidad se ha considerado sinónimo del concepto de desigualdad.
Es fundamental diferenciar estos dos conceptos. Mientras desigualdad implica
diferencia entre individuos o grupos de población, inequidad representa la
calificación de esta diferencia como injusta… [= Il concetto di inequità è considerato un sinonimo di diseguaglianza, ma è fondamentale differenziare
i due concetti. Mentre diseguaglianza implica solo una differenza tra individui e
gruppi della popolazione, l’inequità caratterizza quella differenza come ingiusta]”; quindi "disuguaglianza ingiusta".
Nella società osserviamo
molte differenze tra le persone e i gruppi. Quand’è che diventano ingiuste?
Giustizia significa conformità alla legge. La parola ci
viene dal latino, in cui aveva appunto quel senso. La legge è un atto di
autorità, che si impone all’arbitrio. Quando ci si mette d’accordo con gli
altri, di solito di fissano delle regole di comportamento che ci si impegna ad
osservare in una certa materia. E’ un’esperienza che si fa fin dai giochi da
bambini. Ma la legge è imposta anche
dall’autorità pubblica e allora deve essere osservata anche quando non la si
condivide. Per millenni la principale fonte della legge pubblica furono le
dinastie sovrane, i re e i loro successori. Questo potere era lo sviluppo di un
dominio ancestrale del maschio dominante su un gruppo di umani, evoluto poi in
tribù, in gruppo familiare allargato. Esso tendeva ad essere assoluto, ma, fin
dall’antichità, ve ne furono versioni temperate in vario modo dal potere di
altri gruppi sociali che ebbero la forza di imporsi e di modificare le
istituzioni pubbliche. Da questo processo scaturirono antiche repubbliche, nelle quali il potere supremo andò
spersonalizzandosi, venendo gestito da oligarchie, da gruppi più larghi di
capi, in genere cercando di ottenere un consenso popolare ancora più vasto in
varie forme. In Europa questi processi politici si intersecarono profondamente
con l’evoluzione delle concezioni religiose cristiane e con le istituzioni
religiose, in una dinamica di sacralizzazione
del potere politico, manifestata
dall’espressione di regnare per volontà di Dio, che figurava anche nel
preambolo delle leggi emanate dai Re d’Italia. La sacralizzazione del potere si
basava sull’idea di un re che regnasse in conformità ai principi religiosi,
quindi sull’idea che la giustizia delle leggi del monarca dovesse attenersi a
quella delle leggi divine. Tuttavia queste ultime, nella concezione cristiana,
non erano materia di cui le monarchie civili potessero disporre, preesistevano.
La proclamazione delle leggi divine fu storicamente, ed è ancora in fondo, la
fonte del potere politico e religioso dei Papi. Nel secondo Millennio della
nostra era si sviluppò una vivace dialettica di potere tra i monarchi civili e
il Papato che, dall’Undicesimo secolo, si organizzò in modo da cercare di sovrastare
e dirigere i primi. Questo significa che l’ideologia papale sviluppò una teoria
critica dei poteri civili. Essa si fondava sulla giustizia divina, proclamata dal
papato e vista come la fonte necessaria di ispirazione della giustizia civile.
Fin dall’antichità, in
ambiente culturale greco-romano si provò ad escogitare un’ideologia della giustizia che la staccasse dall’arbitrio dei potenti. Si cercò quindi di dare
una giustificazione delle regole imposte alla gente che andasse
oltre il puro atto di forza del comandare d’autorità una legge. Gli antichi
greci si dedicarono a questo lavoro in prevalenza nel campo filosofico,
partendo dai massimi princìpi; gli
antichi romani, in un processo culturale grandioso che ha prodotto il diritto
ancora oggi vigente in Occidente e, attraverso l’egemonia culturale degli
europei, in tutto il mondo, approfondirono la riflessione giurisprudenziale,
quindi cercando di formulare princìpi a partire dalla casistica concreta. L’idea
di inequità deriva da questi processi: essa infatti
non significa solo ingiustizia secondo una certa legge, quella che i privati
impongono a loro stessi consensualmente o quella che i poteri pubblici
impongono ai popoli che dominano, ma secondo una legge che si vuole superiore a
tutte le altre leggi perché non origina solo da potere bruto, ma da princìpi
più elevati ai quali anche i potenti della terra devono sottomettersi, sotto
pena di diventare ingiusti. Una legge, insomma, secondo la quale deve essere giudicata la giustizia delle altre leggi. E
infatti l’inequità, come manifestazione sociale, è in genere
consentita e addirittura promossa da leggi private o pubbliche che rispecchiano
un certo assetto di potere nella società, per il quale ci sono gruppi che
dominano, in genere delle minoranze, e gruppi dominati, in genere vaste
maggioranze. La lotta all'inequità comporta quindi la riforma sociale. Una delle caratteristiche principali delle democrazie di popolo
contemporanee è quella di aver costituzionalizzato questi principi superiori di giustizia: è il
caso della Costituzione della Repubblica italiana che ne è piena. La critica
espressa dell’inequità sociale si trova nel secondo comma dell’art.3:
E’ compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza
dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica e sociale del
Paese.
Uno dei compiti principali del nostro
Parlamento è quello, secondo quell’articolo della Costituzione, di rimuovere le
fonti di inequità sociale, quindi
di attuare costantemente una riforma sociale. L’inequità è, in effetti, all’origine di gran parte delle
sofferenze sociali di oggi in Italia. Tuttavia essa è marginalmente presente
nei temi della campagna elettorale in corso, e di solito solo per promettere elargizioni pubbliche alle categorie di
elettori dai quali si pensa di poter essere sostenuti,
quindi per promettere correttivi verso determinati settori sociali, senza porre
in questione il modello di sviluppo. Ma il programma di correttivi dovrebbe
essere preceduto dall’individuazione della cause sociali dell’inequità: senza
questo lavoro, ogni proposito di correzione lascia il tempo che trova. E’ l’attuale
modello di sviluppo che è all’origine dell’inequità. In relazione ad esso come
si pongono i candidati? Lo approvano o non? Quel modello di sviluppo, seguendo l’ideologia
neoliberista prevalente nel mondo Occidentale, prevede attualmente meno risorse
per l’azione pubblica, quindi anche meno risorse per i correttivi all’inequità. Se i correttivi non si
accompagnano ad una critica razionale e informata del modello di sviluppo essi
non potranno essere effettivamente attuati, perché, mantenendo l’attuale
modello di sviluppo, mancheranno le risorse per farlo.
Ma, ancor prima occorre
definire quando, in concreto, una diseguaglianza diventa ingiusta e quindi inequità. In che cosa si deve essere uguali. E questa pretesa di uguaglianza
non colpirebbe poi la libertà, come temono in genere i privilegiati sociali,
quelli ai quali nella società di oggi, com’è fatta oggi, in fondo conviene
avere mani libere? E’ discorso lungo. La dottrina sociale aiuta ad orientarsi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli.