Uomo del
mio tempo
di Salvatore Quasimodo (1901-1968).
Poesia inserita nella raccolta Giorno dopo Giorno (1947)
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle
forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo
sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come
uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda,
tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro
cuore.
Stato traditore?
Discutendo in questi giorni di fascismo e
neofascismo, mi è stato detto che si cerca di ispirarsi al fascismo perché lo
Stato ha tradito: ha tradito gli
italiani e la loro grande storia non contrastando l’immigrazione non
autorizzata e cercando di integrare la gente che riesce ad arrivare da noi
senza averne il permesso. Questo ci avrebbe peggiorato la vita rendendo
insicure le nostre città e sottraendo lavoro e risorse pubbliche agli italiani
da lunga data, di stirpe, con quella certa faccia che hanno gli italiani e che
i più o meno recenti arrivati non hanno. Dove ho sentito queste cose, con chi
ho parlato? Ho parlato con gente di fede. Gente impaurita di ciò che c’è oggi e
ancor di più per quello che potrebbe accadere domani. E’ chiaro che non ascolta
i nostri pastori. Quelli che vengono
in visita una volta tanto, ci fanno bei discorsi e poi non li si vede a lungo,
e più o meno solo in fotografia e in
televisione. Siamo noi che dobbiamo vivere dove è difficile. Quindi certi
discorsi ci entrano da un orecchio e ci escono dall’altro e ci rimane dentro,
come è stato scritto sui giornali in questi giorni, tanto rancore.
Mi riesce un po’ difficile capire perché, in
questa situazione, si pensa che sia utile ispirarsi al fascismo storico. Esso
infatti non si confrontò mai con questi problemi. Essendo votato alla guerra,
rese insicura l’Italia, come appunto può esserlo una nazione in un conflitto. Non
solo non chiuse le frontiere agli stranieri, ma andò a conquistarseli in Europa e in Africa, in particolare acculturando
all’italianità gli africani che riuscì a sottomettere. E, se vogliamo, ci si
era messo pure il Re Savoia di quell’epoca, Vittorio Emanuele 2°, sposando una
montenegrina, Jelena Petrović-Njegoš, figlia del Re del Montenegro, da Regina Elena
di Savoia, una persona che, scrivono gli storici, fu abbastanza amata in
Italia. Aveva studiato in Russia a Pietroburgo.
Il programma politico del fascismo prevedeva la riforma sociale in
Italia e l’espansione all’estero. La prima doveva servire a fornire le braccia
per la seconda. In cambio di provvidenze sociali per i ceti popolari pretendeva
fedeltà e dedizione assoluta, fino alla morte. Non so se chi oggi si dice
neo-fascista sia disposto a questo patto. Ma poi manca un capo che voglia
guidare la nazione per quella via. E per un buon motivo: perché si sa come è
finita.
Certo, ha iniziato a venire gente
nuova: è perché il mondo è cambiato, l’economia è cambiata e, come spiega il
Papa nell’enciclica Laudato si’, crea molti scarti umani. Chi è scartato cerca di
salvarsi. Lo fanno in Asia e Africa e lo facciamo anche noi, l’abbiamo fatto
fin da quando si è potuto, diciamo dall’Ottocento, quando anche la gente normale
ha potuto pagarsi i lunghi viaggi per mare per andare a cercare una vita
migliore, in particolare, per gli italiani in America e in Australia. Ad un
certo punto, diciamo dalla metà degli anni Sessanta, la situazione da noi è
iniziata a migliorare e anche la nostra emigrazione ha rallentato. Adesso è
ripresa, sempre come reazione a fatti dell’economia. Dunque, a ragionarci bene
sopra, se è l’economia che spinge alle migrazioni, se uno vuole rallentarle è
all’economia che dovrebbe pensare. Bisognerebbe però far parte a tutti di
ricchezza che oggi tende a concentrarsi troppo in poche mani. La politica
potrebbe ottenere qualche risultato in democrazia, perché se comanda la
maggioranza… Ma per ottenere risultati in democrazia, occorre sforzarsi di
capire un po’ di più la politica in cui ci si trova, le cause dei problemi, le
soluzioni affidabili. Bisogna perderci un po’ di tempo. Se si è distratti, può
capitare che prevalgano quelli che in società sono più forti, anche se in
minoranza. Farsi forza con il numero comporta mettersi d’accordo senza che un
capo lo imponga, ma solo la propria coscienza. Quando c’è un capo che si
impone, poi quello tende a prendersi tutto, alla fine anche la vita degli altri a volte. Non è questo che ci insegna la
storia, in fondo?
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli