La preghiera
Come dolce prima dell’uomo
Doveva andare il mondo.
L’uomo ne cavò beffe di demoni,
La lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.
La vita gli è peso enorme
Come liggiù quell’ale d’ape morta
Alla formicola che la trascina.
Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.
Oh! rasserena questi figli.
Fa’ che l’uomo torni
a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.
Sii la misura, sii il mistero.
Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.
Vorrei di nuovo
udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.
[Giuseppe Ungaretti - 1928 - dalla raccolta Sentimento del Tempo]
Servizio di Stato
Discuto in giro delle cose d’Italia con la gente che incontro e mi
sembra che pochi abbiano la consapevolezza di ciò che è in questione nelle
elezioni politiche del prossimo marzo. Se ne escono spesso con frasi di
circostanza di sfiducia verso i politici,
intendendo quelli che della politica hanno fatto una professione e, in
particolare, quelli tra loro che hanno avuto successo e determinano l’indirizzo
di governo. Non mi pare che si riesca a fare differenze tra chi è più e tra chi
è meno affidabile. In genere non si ha un contatto vivo con gli eletti. Il
mondo della politica è visto come il regno dell’arbitrio e dell’interesse
privato. Che servirebbe, allora, perdere tempo a ragionare su come votare? A
che serve, in definitiva, votare, se poi tutto andrà sicuramente come prima? L’anti-politica sta tutta qui. Sta in un sentimento di
impotenza sfiduciata. Allora vi è anche, oltre a quella di non votare, la tentazione di votare strano, per ribaltare tutto. Cambiare
tutto: significa fare una rivoluzione, passare da un ordine ad un altro, ma
comunque ad un altro ordine, diverso ma pur sempre ordine. Se l’agitazione
sociale non ha questo obiettivo è effettivamente impotente: perché non cambia
nulla. Per cambiare occorre progettare e per progettare occorre capire.
Capire è faticoso, si perde tempo, e,
paradossalmente, in una società opulenta come la nostra, i più ne hanno poco.
Come accade? Ecco, questa è una delle cose da capire. Com’è che, in una delle
società più ricche dell’Occidente, siamo sempre affannati, insicuri,
travagliati nella nostra vita quotidiana? Sofferenza sociale diffusa in una
società ricca: è l’indice di qualcosa che non va. i sociologi le danno un nome:
diseguaglianza. La ricchezza prodotta
nella società non si distribuisce equamente, vale a dire mettendo al sicuro le vite di tutti,
non dico dando a tutti la ricchezza, l’opulenza, ma ciò che è sufficiente a
impedire l’infelicità acuta. Un lavoro, una casa, l’istruzione, la possibilità
di farsi una famiglia e di coltivare la
vita dello spirito. Tutto questo, ai nostri giorni, sembra un lusso, un di più,
qualcosa per cui ci si deve dannare e che, quando si raggiunge, è sempre in
pericolo, si può perdere da un momento all’altro. I programmi di vita a lunga
scadenza, così, saltano. E se uno non sogna più la felicità, allora si disamora
alla vita. Tutto questo non è caduto dal cielo come la pioggia, né si è
prodotto per virtù propria dalla terra, come i terremoti: non è un fatto
naturale. E’ il risultato di politiche che hanno prevalso in Occidente dagli
scorsi anni Ottanta. Queste politiche, nel complesso, hanno avuto il consenso
della maggioranza degli elettori, senza che si possa fare distinzione tra
destra e sinistra, benché quelle politiche siano connotate da idee di destra,
quindi con molto rilievo sulla proprietà delle cose e delle aziende e sulla
libertà di fare impresa senza oneri e controlli sociali.
Ciò che è stato fatto politicamente, può essere disfatto per la stessa
via. Ma prima occorre capire bene se si debba cambiare e, soprattutto, come.
Questa è la scelta delle scelte che faremo nel prossimo marzo. Cambiare, dopo,
potrebbe essere più difficile, perché è tanto tempo che si va in una direzione,
sono cambiate tante cose, che cambiare in senso contrario si fa sempre più
difficile, in particolare perché è stato molto cambiato l’agente istituzionale
che potrebbe realizzare il cambiamento, vale
dire lo Stato.
Bisogna avere ben chiaro che chi parla di rivoluzioni fiscali, nel senso di meno tasse, e di meno Stato pensa che quello che si è fatto negli ultimi
quarant’anni circa sia andato nella direzione giusta. A queste idee è collegata
quella che la pubblica amministrazione debba essere organizzata al modo delle
imprese commerciali. In queste ultime vediamo che il controllo dei livelli
inferiori delle strutture organizzative è ottenuto mantenendoli in una
condizione di insicurezza, quindi con la prospettiva del licenziamento o della
retrocessione in caso di insubordinazione. Il campo più vasto della pubblica
amministrazione in cui si è iniziato a sperimentare questo modello è stato
quello della scuola: si è parlato di dirigenti scolastici / manager,
con molti più poteri, anche di assunzione, e legati, nella valutazione del loro
lavoro, a risultati in termini
essenzialmente di soddisfazione dell’utenza (genitori degli alunni) e di
risparmio nell’impiego delle risorse materiali e umane. Non va bene? Perché?
Fondamentalmente c’è il problema che alla scuola sono state assegnate risorse
molto scarse: gli edifici scolastici pubblici cascano e pendono e gli
insegnanti pubblici sono pagati troppo poco, quindi, in particolare non hanno
modo di aggiornarsi (aggiornarsi costa, si fa in gran parte sui libri: quanti più se ne leggono, tanto più si sa, ma prima di leggerli bisogna averne la disponibilità; e poi occorrono altre attività di formazione, tutte con un costo). In una situazione così il dirigente è spinto a spremere i dipendenti cercando ottenere da loro servizi
supplementari che non rientrano in ciò che, in base al contratto di lavoro,
competerebbero loro. E comunque a tacitare le proteste con il peso della
gerarchia e la minaccia di togliere certi benefici retributivi. Infatti una
componente dello stipendio degli insegnanti dipende sostanzialmente da ruoli che vengono
assegnati discrezionalmente (vale a dire senza dover attenersi a un qualche criterio prefissato dettagliatamente prima della decisione) dal dirigente. Ma, poi, soddisfazione degli utenti e risparmio
possono essere veramente i principi supremi di una scuola pubblica? Quest’ultima
nacque storicamente per fare gli italiani
dopo che con l’unificazione nazionale era stata fatta l’Italia. Per questo da sempre è stata oggetto di una certa
diffidenza da parte del Papato, il quale, nella questione dell’unità nazionale,
fu a lungo tra gli oppositori e, dunque, non ritenne un valore fare gli italiani. E ancora oggi
vorrebbe fare più spazio alla proprie scuole. La scuola pubblica è funzionale all’affermazione
della democrazia politica, ha come principale obiettivo quello di fare cittadini di uno stato democratico,
rendendoli consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri e capaci di
esercitare virtuosamente e responsabilmente il potere politico che appartiene
ai cittadini in democrazia. Non è un’impresa come le altre in cui si vuole
minimizzare i costi per massimizzare i profitti. Cambiando la scuola pubblica e avvicinandola all’organizzazione
delle imprese si svalorizza la democrazia.
Dico pubblico e direi meglio statale. Infatti sto parlando della scuola statale: di servizio di Stato. E’ appunto il
servizio di Stato che si è voluto cambiare, sull’esempio di ciò che è accaduto,
ad esempio, negli Stati Uniti d’America. Siete soddisfatti, colleghi genitori,
del risultato? Questa è una delle cose in ballo nelle prossime elezioni
politiche. Continuiamo per questa strada o cambiamo?
I principi costituzionali
che riguardano il servizio di Stato non sono gli stessi di quelli che si
applicano nelle imprese. Ad esempio bisogna agire in modo imparziale, che
significa con giustizia (art.97, 2° comma, della
Costituzione). Non si è al servizio
di un qualche obiettivo particolare o di
una qualche scala gerarchica, come nelle imprese, ma della Nazione (art.98 della
Costituzione). Di regola le assunzioni avvengono mediante concorsi, procedure in cui si decide con giustizia chi in un certo momento
è più idoneo di altri per un certo posto pubblico, non a discrezione di un
dirigente, a sua volta scelto discrezionalmente dai dirigenti superiori. Chi è
esposto alla discrezionalità dei superiori, non alla loro giustizia, è meno
libero, non è al servizio della Nazione,
ma del superiore da cui dipende la sua vita. Si deve agire con disciplina e onore (art.54 della
Costituzione): l’onore è un correttivo della disciplina. Non ogni cosa
può essere pretesa da un impiegato pubblico per disciplina. Perché c’è l’onore.
Onore significa sottomissione solo ai principi
costituzionali e alle leggi, significa giustizia
e impegno per la giustizia. L’impiegato
pubblico, in certe condizioni, ha il dovere di resistere ad ordini disonorevoli. E’ per questo che,
ancora oggi, il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti è più stabile e
sicuro di quello degli altri lavoratori. Non si è ancora ardito di farne dei
dipendenti come tutti gli altri, esposti totalmente alla discrezionalità dei
livelli superiori dell’organizzazione. Però si è proceduto per questa via.
Dalle prossime elezioni dipenderà se si continuerà per questa strada fino alla
fine. Una volta cambiata radicalmente l’organizzazione statale, poi sarà
difficile, molto difficile, cambiare, in particolare nel settore scolastico,
dove gli insegnanti statali sono oltre un milione. Una scuola organizzata come
un’impresa privata, non solo con i pregi ma anche con i molti difetti dell’impresa
privata, non ultimo un certo servilismo che viene indotto dalla sottomissione a
sua volta dipendente dall’essere in mani altrui, discrezionalmente, poi
inciderà nell’istruzione degli alunni inducendo in questi ultimi i propri
principi organizzativi, quindi insegnando come un valore la sottomissione e la
gerarchia discrezionale, per cui chi comanda su altri può farne ciò che crede,
discrezionalmente, senza trovare ostacoli in principi di giustizia e, innanzi
tutto, proponendo come un ostacolo la giustizia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli