Eterno il suo amore per noi
Poter dire anche noi, ognuno di noi:
egli si è degnato di chiamarci alla vita,
chiamando ciascuno per nome:
eterno il suo amore per noi.
E ci ha dato una mente e un cuore,
e occhi e mani, e sensi;
e la donna ha dato a perfezione dell’uomo:
eterno è il suo amore per noi.
E pur se provati da mali e sventure,
potati come vigne d’inverno,
visitati dalla morte,
almeno qualcuno riesca a dire:
eterno è il suo amore per noi.
Che tutti gli umiliati e offesi del mondo,
questo immenso oceano di poveri,
possano un giorno insieme urlare:
eterno è il suo amore per noi
David Maria Turoldo
Impresa
mondo totalitario
Storicamente l’esperienza democratica è
legata a quella del mercato. Anticamente il mercato era uno spazio fisico, ad
esempio una piazza, dove si andava a vendere e comprare. Bisognava garantire la
sicurezza di venditori e acquirenti e delle merci scambiate.Le merci venivano
esposte, potevano essere confrontate, e il prezzo si faceva contrattando. Gli
acquirenti potevano esaminare la merce offerta e potevano rendersi conto se
rispondeva effettivamente alla qualità decantata dal venditori. La merce a
volta arrivava da molto lontano, passando di mano in mano nel viaggio:
occorreva garantire la sicurezza anche di questi traffici. Al mercato erano
necessarie una certa libertà, una certa sicurezza e, nelle contrattazioni, una
certa idea di uguaglianza tra le persone, anche a prescindere dalla loro
condizione di cittadinanza. Oggi questo tipo di mercato c’è ancora, ma è
diventata un’esperienza rionale, in qualche modo minore, anche se i mercati di
quartiere sono ancora molto frequentati. Uno di questi, piuttosto grande, è in
via Conti. Si fa tutti i giorni. Un altro, che si fa però solo un giorno alla
settimana, è in via Val di Sangro: qui vengono venditori ambulanti ed è molto
simile a certi mercati dell’antichità in cui arrivavano mercanti da molto lontano.
In genere, però, il mercato è diventato un sistema giuridico, non fisico, un
insieme di relazioni economiche che vedono protagoniste imprese molto grandi, con
organizzazioni complesse, e i consumatori. In questo contesto non c’è
più uguaglianza tra le parti: le imprese controllano, e in un certo senso dominano, quote di consumatori
mediante tecniche psicologiche piuttosto sofisticate che vengono chiamate con
la parola inglese marketing, che è
appunto controllo del cliente e induzione al consumo. In questo mercato non c’è
parità nemmeno tra le imprese: quelle più forti tendono a dominare il mercato,
anche se in Occidente, vi sono norme giuridiche per contrastare questa
tendenza, che finisce per distorcere il mercato, in particolare nella
formazione di prezzi equi. Insomma, per quanto il mercato come lo si
concepiva nell’antichità sia diventato un’esperienza residuale, si cerca di
evitare che il mercato contemporaneo se ne discosti troppo, per contrastare
posizioni dominanti che finiscano per distruggerlo. Infatti dove
non lo si fa, vi è il rischio che una posizione dominante evolva in monopolio, dove c’è un unico produttore
e venditore di un certo prodotto e allora il mercato non c’è più. Un certo
pluralismo è vitale per il funzionamento del mercato, e, innanzi tutto, perché
vi sia un mercato.
L’impresa è l’attività di produzione e
commercio di beni e servizi. Viene svolta organizzando il lavoro in un’azienda, che comprende locali, macchine,
materie prime e lavoratori organizzati in fabbriche e uffici. In un sistema
capitalista, l’azienda è di proprietà del capitalista, vale a dire di chi investe il proprio denaro e altre risorse di proprietà
nell’impresa, ad esempio per comprare locali, macchine, materie prime, o
comunque per acquisirne la disponibilità e per assumere i lavoratori. L’azienda
è organizzata dal capitalista. Quest’ultimo, di solito, è una singola persona
fisica solo nelle piccole imprese. Di solito ci si associa e, allora, si
formano delle società, che, per
distinguerle più chiaramente da altre, vengono definite società commerciali. Queste
società possono diventare molto grandi e comprendere moltissimi soci
e allora il capitale, le risorse investite nell’impresa, può
essere molto frazionato. In questi casi non è necessario, per controllare l’impresa,
possederne la maggior parte, ma la
quota maggiore (non sono la stessa cosa).
Nelle grandi imprese, le aziende non sono dirette, di solito, direttamente dai
capitalisti, ma da loro incaricati, che possiedono particolari competenze e
abilità professionali. Vengono chiamati con la parola inglese manager che equivale al nostro amministratore, ma ha una
connotazione più precisa riferita alla gestione d’impresa. Il manager ha un’autonomia maggiore di un
semplice dirigente aziendale. Nella gestione delle grandi imprese ci sono manager a vari livelli. Al vertice troviamo quelli che
nel gergo dell’aziendalistica, il ramo dell’economia che si occupa dell’organizzazione
e gestione delle aziende, sono definiti con la sigla inglese C.E.O. che significa Chief
Esecutive Officer, che significa amministratore capo e che, in italiano, si
traduce meglio con amministratore delegato. Delegato da chi? Dal capitalista, vale a dire,
nelle grandi imprese, da quelli che controllano
la società che possiede l’azienda.
Ora è
chiaro che, mentre l’ideologia del mercato è legata a quella democratica,
quella dell’impresa e dell’azienda non lo è. In quest’ultima conta la
proprietà: chi possiede o, nel caso di proprietà collettiva, come accade nelle
società commerciali, possiede di più, comanda e organizza. L’impresa, così, è
un mondo totalitario, in cui il potere scende
dall’alto ed è indiscutibile ai
livelli inferiori. Comanda un piccolo gruppo di manager e lo fa in nome e
per conto dei capitalisti che controllano
l’impresa, possedendone la quota
maggiore. Gli scopi e i modi dell’attività d’impresa non vengono definiti da
chi in essa semplicemente lavora, ma dal management, vale a dire dal gruppo dei manager di vertice.
Come in tutte le organizzazioni complesse, anche nelle grandi imprese è
difficile dominare tutti i settori di attività. Vengono assegnati obiettivi e
date direttive organizzative, ma ogni centro, fabbrica o ufficio, ha una certa
autonomia, vale a dire che l’hanno i manager che vi sono preposti. Il controllo
è di tipo statistico e le valutazioni si fanno sulla base dei profitti
programmati. Se quelli realizzati sono inferiori a quelli programmati ciò
implica un giudizio negativo sul management.
Il dominio sui livelli inferiori viene
ottenuto rendendo insicura la posizione di chi li dirige e di chi vi lavora. Ai
livelli inferiori si deve avere la consapevolezza di essere in mani altrui, in
quelle dei livelli superiori. Ecco perché ostacoli giuridici ai licenziamenti
individuali sono poco graditi ai capitalisti e al management: rendono più
difficile il controllo delle organizzazioni complesse. Se si ha la
consapevolezza di essere in mani altrui, senza possibilità di difesa, quindi di
poter perdere il posto di lavoro ad arbitrio dei superiori, questo favorisce la
sottomissione ai superiori, ai loro scopi, ai loro
interessi. Questo risultato non è spontaneo nelle esperienze comunitarie, dove
ognuno vorrebbe avere voce, così come avviene in democrazia. Indurre la sottomissione comporta di combattere ogni esperienza
solidale nei livelli inferiori, nella, quale, coalizzandosi, si cerchi di farsi forza con il numero. Questa è l’attività
svolta dai sindacati dei lavoratori. Capitalisti e management saranno quindi le controparti dei sindacati dei lavoratori. Cercheranno di
prevalere in due modi: raggiungendo accordi con i sindacati più
disponibili a compromessi e combattendo in azienda i sindacati meno duttili. Vi
sono ancora, però, norme giuridiche che contrastano le condotte antisindacali
di capitalisti e management. Però c’è il modo di eluderle. Accade, ad esempio,
quando in una crisi aziendale in cui si cerchi di scorporare le unità meno
efficienti, per poi chiuderle, gli iscritti ad un certo sindacato, ostile al
management, si ritrovino in maggioranza in un bad company - ramo d’azienda in perdita, vale a dire nella parte
dell’azienda destinata ad essere chiusa, senza che però, naturalmente, l’intento
antisindacale sia dichiarato, ma con altre giustificazioni, basate su
considerazioni riguardanti la riorganizzazione in vista di nuovi scopi
aziendali. Si dice sostanzialmente che quei lavoratori non servono più, mentre la realtà è che non li si vuole più.
Perdere il lavoro
significa perdere i mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia e
la dignità. Cambia la vita. Si passa da una vita ad un’altra e quella di prima
si perde. E’ per questo che la dottrina sociale riprova chi toglie il lavoro e
fa rientrare questo nella violazione del non
uccidere, il quinto Comandamento.
«Così
come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il
valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e
della inequità”. Questa economia uccide.» [Dall’esortazione
apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo di papa
Francesco - 2013].
La paura di perdere il lavoro rende docili,
arrendevoli verso chi ha il potere di toglierlo e questo potere è tanto più
grande quanto minore è il potere dei giudici dello Stato di sindacarne l’esercizio.
Nella nostra Costituzione il lavoro è definito un diritto:
art.4
La
Repubblica riconosce a tutti i cittadini il
diritto al lavoro e promuove le
condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni
cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria
scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o
spirituale della società.
Maggiore è il potere di togliere il lavoro, minore
è l’effettività del diritto al lavoro.
Nell’ordinamento costituzionale repubblicano
italiano diritto al lavoro e democrazia sono strettamente connessi: il lavoro è
considerato infatti lo strumento per ottenere eguaglianza ed l’effettiva
partecipazione al governo dello stato delle masse.
Quello che ho riassunto sopra spiega perché
quelli che vorrebbero organizzare la società secondo i criteri dell’impresa
sono anti-democratici. Se connotiamo la democrazia in base ai criteri di libertà, uguaglianza e solidarietà, l’organizzazione
delle imprese non rispondono a nessuno di essi. Coloro che partecipano all’impresa
non sono né uguali né solidali e la libertà è di chi possiede l’impresa, non
degli altri, che si vuole invece sottomessi.
Un
democratico vorrà lasciare l’impresa nel mondo della produzione e del
commercio, senza che abbia il sopravvento anche in politica. Ma dagli anni ’80 del
secolo scorso è appunto questo che succede: è molto aumentato il potere
politico delle imprese, vale a dire di
chi le controlla. Questo ha prodotto una legislazione conseguente, sfavorevole
per i cittadini lavoratori. E’ una tendenza che si è sviluppata in tutto l’Occidente
e, ora, in modo eclatante negli Stati Uniti d’America. E’ stato osservato che
il governo federale statunitense è finito nelle mani di grandi manager e il Presidente
federale è un grande capitalista e manager.
Il Segretario di Stato ha ricoperto fino a pochi mesi addietro il ruolo
di CEO di una grande società petrolifera.
L’indicatore sicuro per individuare i
democratici e gli anti-democratici è l’atteggiamento verso il lavoro. Chi si
propone di ridurne le garanzie, quanto a retribuzione, stabilità, sicurezza, o
addirittura è già riuscito a farlo, adotta in politica l’ottica dell’impresa, la
quale è un mondo totalitario, antidemocratico al suo interno. Una politica così
sarà insofferente dei metodi della democrazia, ad esempio non celebrerà
congressi di partito, nei quali contano le persone non il possesso, o cercherà
di predeterminarne il risultato riducendo il dibattito al loro interno. Il
potere scenderà dall’alto. E si agirà, con manager e al modo dei manager, nell’interesse
di chi nell’impresa politica ha investito soldi suoi. Troveremo al vertice
di comando una struttura simile a quella di una società commerciale. Si
cercherà di controllare gli iscritti e gli elettori, di condizionarli, con
tecniche di marketing, come si fa con
i consumatori.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli