martedì 10 ottobre 2017

Dalla pratica alla dottrina e viceversa

Dalla pratica alla dottrina e viceversa

   La politica ha un significato anche per la vita di fede. E’ questo che si vuole intendere quando si afferma che è una via della carità / agàpe. Vita di fede e politica non sono due settori non comunicanti delle manifestazioni dello spirito umano. Questo ha giustificato un magistero sociale, che ha prodotto una teologia sui temi sociali. Questa teologia è un aspetto della dottrina sociale, anche se non la esaurisce. Da un punto di vista sistematico si fa infatti rientrare la dottrina sociale nel campo della teologia, e, in particolare, di quella accreditata e diffusa dal magistero, dai papi e dai vescovi. Ma essa è anche ideologia sociale, finalizzata all’azione. E’ una sintesi di principi di organizzazione sociale che viene consegnata ad un corpo sociale, quello costituito dai fedeli, perché trasformino la società intorno a loro. La minaccia politica contro il Papato fu l’occasione per lo sviluppo della dottrina sociale così intesa, finalizzata alla mobilitazione di massa in ambiente democratico. Questa impostazione, di reazione a una minaccia politica al Papato, si mantenne fino alla fine degli anni ’70. Dagli anni ’80 le esigenze politiche del Papato passarono in secondo piano. Da una visione sostanzialmente italiana si passò ad una europea ed ora si è dentro una prospettiva mondiale. Prendo spunto dal discorso di san Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° a Berlino nel 1996, davanti alla Porta di Brandeburgo, per osservare che da quell’epoca il motore  della dottrina sociale non fu più la difesa del Papato, ma la liberazione di popoli interi. Lo stacco si produsse con il Papato di san Wojtyla. Per l’Italia fu un vero shock. I fedeli italiani erano stati abituati a mobilitarsi in difesa del Papato. In ambiente democratico lo si era fatto con la strategia della mediazione culturale, cercando di modificare la società evidenziando ciò che c’era di comune nelle buone intenzioni di tutti. Questa linea aveva avuto successo, generando una lunga egemonia del partito cristiano  in Italia. San Wojtyla ci portò la voce di un popolo, non solo di una Chiesa, che si trovava in una condizione completamente diversa, la voce degli oppressi di allora, in un tempo, ma in Occidente non lo si era ancora capito, in cui gli aneliti di liberazione  si facevano sempre più forti nelle masse dell’Europa orientale. In questo contesto non c’era spazio per la mediazione, ma solo per la lotta per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Vi invito a rileggere il discorso del Papa che ho pubblicato ieri: vi trovate ripetuto il principio “L’uomo è chiamato alla libertà”. Nella prima dottrina sociale precedente la libertà  stata  era sostanzialmente invocata per il Pontefice. Della  libertà  degli esseri umani si era sempre piuttosto diffidato, perché essa era uno degli obiettivi del  liberalismo, considerato immorale quando non eretico. E’ dagli anni ’60 che questa libertà degli esseri umani e dei popoli cominciò a farsi strada nella dottrina sociale, in particolare nell’era della decolonizzazione.
  Dagli anni ’90 la dottrina sociale destinata specificamente all’Italia fu essenzialmente di produzione locale, fu diffusa dalla Conferenza Episcopale Italiana, in particolare in occasione dei discorsi del suo Presidente all’inizio dei lavori dell’Assemblea generale o del Consiglio Episcopale Permanente. La svolta politica prodottasi in Italia nel 2011, nel pieno dell’incrudelire della recessione economica, fu catalizzata da uno di quei discorsi.
  La dottrina sociale moderna nacque da un’esigenza pratica, la difesa sociale del Papato, e puntava a produrre una pratica corrispondente nelle masse dei fedeli. Ai nostri tempi lavora molto più in grande e ai fedeli italiani non è molto chiaro perché ci si dovrebbe agitare. Era molto chiaro, ad esempio, ai rivoluzionari democratici polacchi degli anni ’80, sostenuti dalla dottrina e dalla politica di san Wojtyla. In Italia si è stati a lungo abituati a considerare la dottrina sociale ormai valida, per le masse, solo come orientamento morale. Non fu così alle origini e per quasi tutta la storia del pensiero sociale orientato dalla fede. Si è cominciato a pensarla così in Italia quando sembrò che la storia fosse finita, con la caduta dell’ultimo nemico sociale e religioso, l’impero sovietico. Il contesto si era fatto favorevole al Papato e alla Chiesa: servivano solo piccoli ritocchi di quando in quando e a questo bastavano le intese diplomatiche  con i governanti, non occorreva coinvolgere tutto il popolo. L’ultimo appello all’azione di massa in Italia, sostanzialmente sotto vincolo di obbedienza canonica, non fu in realtà un invito all’azione,  ma all’inazione, all’astensione, al tempo del referendum sulla legge in materia di procreazione assistita, nel 2005. L’inazione  ebbe successo. Da allora in Italia ci si limitò a fare azione di lobby, di gruppo di pressione, nel mondo politico su alcuni specifici temi ritenuti  non negoziabili  in politica - riproduzione, famiglia, fine vita, scuola cattolica, sovvenzioni ed esenzioni per le attività religiose -, attivando saltuariamente le masse solo su di essi. I fedeli italiani furono disabituati a ragionare di politica. Ora si vorrebbe che riprendessero a farlo. Ma mi pare che manchi la necessaria formazione.
  Qual è però l’esigenza pratica che dovrebbe sorreggere questo nuovo attivismo? Si fatica a capirlo. La dimensione globale, mondiale,  è difficile da comprendere. Ci si è abituati a ragionare in piccolo, su scala nazionale, regionale, o addirittura cittadina o di quartiere. Non è questa, naturalmente, quella della dottrina sociale. E allora è possibile affermare, credo, che in questi anni la dottrina sociale è stata un po’ trascurata.
  Ci viene detto che, non il Papato, ma noi come società siamo in pericolo e che la salvezza ci può venire solo salvando l’intera umanità, con noi dentro. E’ questo, ad esempio, il messaggio dell’enciclica Laudato si’, del 2015.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli