Dalla pratica alla
dottrina e viceversa
La politica ha un significato anche per la vita di fede. E’ questo che
si vuole intendere quando si afferma che è una via della carità / agàpe. Vita di fede e politica non sono due settori non
comunicanti delle manifestazioni dello spirito umano. Questo ha giustificato un
magistero sociale, che ha prodotto una teologia sui temi sociali. Questa
teologia è un aspetto della dottrina
sociale, anche se non la esaurisce. Da un punto di vista sistematico si fa
infatti rientrare la dottrina sociale nel campo della teologia, e, in
particolare, di quella accreditata e diffusa dal magistero, dai papi e dai
vescovi. Ma essa è anche ideologia sociale, finalizzata all’azione. E’ una sintesi di principi di
organizzazione sociale che viene consegnata ad un corpo sociale, quello
costituito dai fedeli, perché trasformino la società intorno a loro. La
minaccia politica contro il Papato fu l’occasione per lo sviluppo della
dottrina sociale così intesa, finalizzata alla mobilitazione di massa in
ambiente democratico. Questa impostazione, di reazione a una minaccia politica al Papato, si mantenne fino alla fine degli
anni ’70. Dagli anni ’80 le esigenze politiche del Papato passarono in secondo
piano. Da una visione sostanzialmente italiana si passò ad una europea ed ora
si è dentro una prospettiva mondiale. Prendo spunto dal discorso di san Karol
Wojtyla - Giovanni Paolo 2° a Berlino nel 1996, davanti alla Porta di
Brandeburgo, per osservare che da quell’epoca il motore della dottrina
sociale non fu più la difesa del Papato, ma la liberazione di popoli interi. Lo
stacco si produsse con il Papato di san Wojtyla. Per l’Italia fu un vero shock.
I fedeli italiani erano stati abituati a mobilitarsi in difesa del Papato. In
ambiente democratico lo si era fatto con la strategia della mediazione culturale, cercando di
modificare la società evidenziando ciò che c’era di comune nelle buone
intenzioni di tutti. Questa linea aveva avuto successo, generando una lunga
egemonia del partito cristiano in Italia. San Wojtyla ci portò la voce di un
popolo, non solo di una Chiesa, che si trovava in una condizione completamente
diversa, la voce degli oppressi di allora, in un tempo, ma in Occidente non lo
si era ancora capito, in cui gli aneliti di liberazione
si facevano sempre più forti nelle
masse dell’Europa orientale. In questo contesto non c’era spazio per la
mediazione, ma solo per la lotta per la libertà e l’autodeterminazione dei
popoli. Vi invito a rileggere il discorso del Papa che ho pubblicato ieri: vi
trovate ripetuto il principio “L’uomo è
chiamato alla libertà”. Nella prima dottrina sociale precedente la libertà stata era sostanzialmente invocata per il Pontefice.
Della libertà degli esseri umani si era sempre piuttosto
diffidato, perché essa era uno degli obiettivi del liberalismo, considerato
immorale quando non eretico. E’ dagli anni ’60 che questa libertà degli esseri
umani e dei popoli cominciò a farsi strada nella dottrina sociale, in
particolare nell’era della decolonizzazione.
Dagli anni ’90 la dottrina sociale destinata specificamente all’Italia
fu essenzialmente di produzione locale, fu diffusa dalla Conferenza Episcopale
Italiana, in particolare in occasione dei discorsi del suo Presidente all’inizio
dei lavori dell’Assemblea generale o del Consiglio Episcopale Permanente. La
svolta politica prodottasi in Italia nel 2011, nel pieno dell’incrudelire della
recessione economica, fu catalizzata da uno di quei discorsi.
La dottrina sociale moderna nacque da un’esigenza pratica, la difesa
sociale del Papato, e puntava a produrre una pratica corrispondente nelle masse
dei fedeli. Ai nostri tempi lavora molto più in grande e ai fedeli italiani non è
molto chiaro perché ci si dovrebbe agitare.
Era molto chiaro, ad esempio, ai rivoluzionari democratici polacchi degli anni ’80,
sostenuti dalla dottrina e dalla politica di san Wojtyla. In Italia si è stati
a lungo abituati a considerare la dottrina sociale ormai valida, per le masse,
solo come orientamento morale. Non fu così alle origini e per quasi tutta la
storia del pensiero sociale orientato dalla fede. Si è cominciato a pensarla
così in Italia quando sembrò che la
storia fosse finita, con la caduta dell’ultimo nemico sociale e religioso,
l’impero sovietico. Il contesto si era fatto favorevole al Papato e alla
Chiesa: servivano solo piccoli ritocchi di quando in quando e a questo
bastavano le intese diplomatiche con i governanti,
non occorreva coinvolgere tutto il popolo. L’ultimo appello all’azione di massa
in Italia, sostanzialmente sotto vincolo di obbedienza canonica, non fu in realtà
un invito all’azione, ma all’inazione,
all’astensione, al tempo del
referendum sulla legge in materia di procreazione assistita, nel 2005. L’inazione ebbe successo. Da allora in Italia ci si
limitò a fare azione di lobby, di
gruppo di pressione, nel mondo politico su alcuni specifici temi ritenuti non
negoziabili in politica -
riproduzione, famiglia, fine vita, scuola cattolica, sovvenzioni ed esenzioni
per le attività religiose -, attivando saltuariamente le masse solo su di essi.
I fedeli italiani furono disabituati a ragionare di politica. Ora si vorrebbe
che riprendessero a farlo. Ma mi pare che manchi la necessaria formazione.
Qual è
però l’esigenza pratica che dovrebbe sorreggere questo nuovo attivismo? Si
fatica a capirlo. La dimensione globale,
mondiale, è difficile da comprendere. Ci si è abituati a
ragionare in piccolo, su scala nazionale, regionale, o addirittura cittadina o
di quartiere. Non è questa, naturalmente, quella della dottrina sociale. E
allora è possibile affermare, credo, che in questi anni la dottrina sociale è
stata un po’ trascurata.
Ci viene detto che, non il Papato, ma noi come società siamo in pericolo
e che la salvezza ci può venire solo salvando l’intera umanità, con noi dentro.
E’ questo, ad esempio, il messaggio dell’enciclica Laudato si’, del 2015.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli