Veramente
uguali
Si legge nell’enciclica
Pacem in terris - La pace sulla terra, diffusa nel 1963 dal papa Giuseppe Angelo
Roncalli, regnante in religione come Giovanni 23°:
“4. Una deviazione, nella
quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i
rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche
con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali
di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli
accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha
scritte, cioè nella natura umana.
Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli
uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza; e come
vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno
delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità
politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una
parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente
reclamata dalle esigenze del bene comune universale.”
e poi:
“5. In una convivenza
ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano
è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi
è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e
simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò
universali, inviolabili, inalienabili.
Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce
della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande,
poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia
sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.”
Definire l’essere umano, ogni essere umano, persona nel senso sopra
precisato, significa proclamare il principio dell’uguaglianza in dignità tra
gli esseri umani. Nella visione della dottrina sociale esso non varia a seconda
dei rapporti stabiliti tra gli esseri umani. Nell’enciclica sono ricordati
tutti: a) quelli vicendevoli tra le persone, b) quelli tra le persone e le
autorità politiche; c) quelli tra le comunità politiche, d) quelli tra le persone
e la comunità mondiale ed e) quelli tra le comunità politiche e la comunità
mondiale. Il nostro magistero insegna che, in ognuna di quelle relazioni sociali, si è sempre persona nello stesso
modo, con gli stessi diritti e doveri universali,
inviolabili, inalienabili. Una conseguenza è che, per la dottrina sociale,
se si finisce nelle mani di una comunità politica diversa da quella di origine,
non per questo si è meno persona
quanto a quei diritti e doveri fondamentali. Ai tempi nostri, tra le comunità
politiche più ricche del mondo, come è la società italiana, si dissente su
questa applicazione del principio di uguaglianza. Di fatto si vorrebbe limitare
quest’ultima ai cittadini, ma se questa eccezione riguarda i diritti
fondamentali, quelli che la dottrina sociale definisce universali, inviolabili e inalienabili, lo si fa non solo violando
l’etica religiosa, ma anche le norme fondamentali vigenti, a cominciare dalla
Costituzione della Repubblica, la quale all’art.2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia
come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, richiedendo, contemporaneamente, indipendentemente dalla condizione di
cittadinanza, l’adempimento dei
doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Ma la violazione riguarda anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
Europea, anch’essa legge vigente in
Italia. Essa stabilisce l’inviolabilità della dignità umana estendendo esplicitamente,
in merito, ad ogni persona umana la
condizione di uguale dignità
sociale, anche con riferimento a
diritti fondamentali previsti espressamente dalla nostra Costituzione per i
cittadini (ma riconosciuti per via interpretativa anche agli stranieri dalla
giurisprudenza della Corte Costituzionale).
TITOLO III
UGUAGLIANZA
Articolo 20
Uguaglianza davanti alla legge
Tutte le persone sono
uguali davanti alla legge.
Articolo 21
Non discriminazione
1. È vietata qualsiasi forma di discriminazione
fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine
etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le
convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura,
l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la
disabilità, l'età o l'orientamento sessuale.
2. Nell'ambito d’applicazione dei trattati e
fatte salve disposizioni specifiche in essi contenute, è vietata qualsiasi
discriminazione in base alla nazionalità.
Articolo 22
Diversità culturale, religiosa e linguistica
L'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica.
Articolo 23
Parità tra donne e uomini
La parità tra donne e uomini deve essere assicurata in tutti i
campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione.
Il principio della parità non osta al mantenimento o all'adozione
di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso
sottorappresentato.
Siamo veramente convinti
della pari dignità sociale delle persone? E se
sì, siamo disposti ad agire conseguentemente? E se non lo siamo, come la
mettiamo con la religione e la legge?
E’ diverso agire in un
certo modo perché si è convinti di fare il giusto o solo perché si temono le
sanzioni per le violazioni. Se poi si è partecipi di una democrazia di popolo,
in cui si tiene conto degli orientamenti della gente, potrebbe avvenire che le
leggi, anche quelle molto importanti, vengano sostanzialmente disapplicate.
Durante il regime fascista, quando vennero imposte per leggi discriminazioni
sociali contro gli ebrei, accadde che molta gente rifiutò di applicare quelle
più dure. Ora qualche volta sembra accadere l’opposto. Certe cose ripugnano, ma
c’è che si propone di farle per nostro conto, senza che personalmente ci si
debba sporcare le mani. Basta che si faccia fare a loro, senza legar loro le
mani con questioni di principio. Abbiamo istintivamente paura del diverso e
loro ci confermano che abbiamo ragione di temere.
Sì, è vero, i più di noi
temiamo per il futuro. Ce lo dicono i sociologi: viviamo una condizione di
insicurezza sociale. Eppure le nostre società sono tra le più ricche del mondo.
Com’è che, in società tanto ricche, c’è tanta gente che sta male e le autorità
dichiarano di non avere di che pagare i servizi sociali per la collettività? Si
sta male e allora chi può, in particolare i più giovani, emigrano. Lo possono
fare liberamente nell’Unione Europea, perché è un diritto che è stato loro
riconosciuto. Non vengono respinti, ma si trovano nella condizione di doversi
trasferire all’estero. Non li rimproveriamo per questo. In altre nazioni
europee il fenomeno è stato molto più imponente. Del resto il diritto di
migrare è previsto da un’altra
importante convenzione internazionale che
è diventata legge dello stato, il Protocollo n.4 addizionale della
Convenzione dei diritti dell’uomo e
delle libertà fondamentali: art.2, comma 2: Ogni
persona è libera di lasciare qualsiasi Paese compreso il proprio”. I
giovani europei migrano, ma di solito non rischiano la vita se non lo fanno.
Molti di quelli che, rischiando la vita in lunghi viaggi per terra e per mare,
giungono alle nostro frontiere, o vengono intercettati mentre vi stanno
arrivando, invece fuggono da condizioni sociali tali a mettere in pericolo le
loro vite. Da stati dove non è possibile procurarsi ciò che è indispensabile
per vivere, in cui le abitazioni sono malsane, in cui non ci si può curare, in
cui non ci si può procurare un’istruzione sufficiente. E’ chiaro che usiamo due
principi diversi per valutare le condotte dei nostri cittadini che emigrano e
quelle di quegli altri. E’ in questione la vita, quindi si tratta di diritti
fondamentali. Ma quali sono le cause che costringono la gente a emigrare?
Alcuni studiosi ci dicono che le cause sono le stesse per i nostri cittadini e
per quegli altri e che è un’illusione pensare di risolvere il problema solo
respingendo chi a rischio della vita certa di arrivare da noi. Occorre
riformare profondamente i sistemi economici, sociali e politici che causano il
problema. E occorre farlo su scala globale, perché il problema si è fatto
globale. Chi si trova in condizione privilegiata, perché si è trovato inserito
nella parte giusta del mondo, o è riuscito ad esservi ammesso, rifiuta di
doveri di solidarietà inderogabili per soccorrere quegli altri
che sono rimasti esclusi, che quindi risultano essere uno scarto del sistema. Ce ne ha
parlato il nostro Padre Francesco nell’enciclica
Laudato si’, del 2015. O invece
pensiamo che il mondo debba andare così come va, così come vengono i terremoti
e non ci si può fare nulla se non cercando di mettersi in salvo e di scampare
alla morte? Ma come la mettiamo con il fatto che i sistemi sociali sono
integralmente una costruzione umana? Hanno una storia, cambiano, possono
cambiare in un senso o nell’altro, in peggio o in meglio. E’ dalla metà degli
scorsi anni ’80 che stanno cambiando in senso sfavorevole ai lavoratori che
lavorano alle dipendenze altrui. In particolare si è passati da rapporti di
lavoro più stabili a rapporti meno stabili. E il potere di acquisto dei salari
è costantemente diminuito, salvo che per le categorie che si trovavano in
rapporti di forza favorevoli o che hanno potuto conservare meccanismi di
adeguamento automatico.
Tutte le questioni a cui
ho accennato rientrano in quelle comprese nel tema della giustizia sociale. Quest’ultimo
è in genere ritenuta collegato a quello della pace, nel senso che storicamente non si è mai riusciti ad
assicurare veramente la pace senza
creare condizioni di giustizia sociale. Ecco come se ne parla nell’enciclica La pace sulla terra:
Secondo giustizia
51. I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati
secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli
diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri.
Le comunità politiche hanno il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo,
ai mezzi idonei per attuarlo: ad essere le prime artefici nell’attuazione del
medesimo; ed hanno pure il diritto alla buona riputazione e ai debiti onori: di
conseguenza e simultaneamente le stesse comunità politiche hanno pure il dovere
di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne
costituiscono una violazione. Come nei rapporti tra i singoli esseri umani,
agli uni non è lecito perseguire i propri interessi a danno degli altri, così
nei rapporti fra le comunità politiche, alle une non è lecito sviluppare se
stesse comprimendo od opprimendo le altre. Cade qui opportuno il detto di
sant’Agostino: "Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni, se
non a grandi latrocini?".
Certo, anche tra le comunità politiche possono sorgere e di fatto
sorgono contrasti di interessi; però i contrasti vanno superati e le rispettive
controversie risolte, non con il ricorso alla forza, con la frode o con
l’inganno, ma, come si addice agli esseri umani, con la reciproca comprensione,
attraverso valutazioni serenamente obiettive e l’equa composizione.
Nell’enciclica Laudato si’, del nostro
padre Francesco, questo lavoro di realizzare la pace nella giustizia è
assegnato a tutti noi, a ciascuno di noi e noi nelle collettività di cui siamo
partecipi, nel quadro di uno sforzo di conversione:
218 Ricordiamo il modello di
san Francesco d’Assisi, per proporre una sana relazione col creato come una
dimensione della conversione integrale della persona. Questo esige anche di
riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze, e pentirsi di cuore,
cambiare dal di dentro. I Vescovi dell’Australia hanno saputo esprimere la
conversione in termini di riconciliazione con il creato: «Per realizzare questa
riconciliazione dobbiamo esaminare le nostre vite e riconoscere in che modo
offendiamo la creazione di Dio con le nostre azioni e con la nostra incapacità
di agire. Dobbiamo fare l’esperienza di una conversione, di una trasformazione
del cuore».[ Conferenza dei Vescovi Cattolici
dell’Australia, A New
Earth. The Environmental Challenge (2002).]
219. Tuttavia, non basta
che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella
che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità
e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per
soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai
problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di
beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le
possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli,
individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà
necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni». Romano Guardini, Das Ende der Neuzeit, 72 (trad. it.: La fine dell’epoca moderna, 66).La conversione ecologica che si richiede
per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione
comunitaria.
Ecco, politica è anzitutto
costruire quelle reti comunitarie
virtuose a cui l’enciclica si riferisce. Ogni ideologia democratica è
partita da questo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Cemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli