Progettare
il rinnovamento del Consiglio pastorale parrocchiale
Per il presidente del nostro gruppo di Azione
Cattolica la partecipazione alle riunioni del Consiglio pastorale parrocchiale
è stata, fino all’inizio del nuovo corso nell’ottobre 2015, un’esperienza forte. Diciamo così: era un po’ isolato.
Potremmo dire: ora scordiamoci il passato. Ma non è bene farlo. Dal passato
occorre trarre insegnamento. Quando parlavamo di quelle riunioni, ci dicevamo
che sarebbe stato bello se le cose fossero andate in modo diverso. Ora è
possibile ragionarci sopra.
C’entra un po’ il diritto ed è materia che
pratico da un po’.
La prima cosa che consiglio è di verificare i
titoli di chi partecipa al Consiglio. Quando
è stato nominato? Abbiamo in atti un documento che ne attesti la nomina?
Non è che non sia possibile ammettere alle
riunioni parrocchiani che siano semplicemente tali, che non siano stati
nominati membri del Consiglio. Che presenzino come uditori. Tuttavia, in questa fase molto delicata
della vita parrocchiale è bene che
partecipi chi ha il diritto di partecipare, e quindi di prendere la parola e di
dare il proprio voto nelle decisioni collettive. Questo per rendere più
produttivo e veloce il lavoro.
Chi è che nomina i membri del Consiglio
pastorale parrocchiale? E’ il parroco. Lo stabilisce lo Statuto del Consiglio, che è
stato approvato con un decreto del Cardinal Vicario del 1 gennaio 1994.
Che cos’è il Consiglio pastorale
parrocchiale? E’ un organo collegiale consultivo della parrocchia: un gruppo di
fedeli, preti e non, che, con un lavoro e deliberazioni collettive,
danno pareri al parroco su varie questioni e danno una mano nel programmare, migliorare
e incrementare l’efficacia del lavoro che si fa in parrocchia, nella liturgia, nella
proposta della fede alle persone, nella formazione religiosa e umana, nel
soccorso a chi sta peggio e nell’azione sociale [tutte queste attività in
ecclesialese vengono definite pastorale]. E’ scritto nel canone [=articolo] 536 del
codice di diritto canonico in vigore dal 1983:
Comma 1°.
Se risulta opportuno a giudizio del Vescovo diocesano, dopo aver sentito il
consiglio presbiterale, in ogni parrocchia venga costituito il consiglio
pastorale, che è presieduto dal parroco e nel quale i fedeli, insieme con
coloro che partecipano alla cura pastorale della parrocchia in forza del
proprio ufficio, prestano il loro aiuto nel promuovere l'attività pastorale.
Comma 2°.
Il consiglio pastorale ha solamente voto consultivo ed è retto dalle norme
stabilite dal Vescovo diocesano.
Dal punto di vista giuridico-amministrativo la parrocchia è
un ente, vale a dire un ufficio burocratico, affidato a una sola persona, quindi monocratico: questa persona è il parroco, che ha ogni potere
sull’organizzazione e sul patrimonio parrocchiale. Egli agisce come delegato
del Vescovo, dal quale dipende gerarchicamente e dal quale viene nominato e può
essere rimosso in ogni momento, senza che la comunità parrocchiale sia
minimamente coinvolta. Presentandoci il nuovo parroco, due anni fa, il Cardinal
Vicario ci disse che lo mandava per nove anni. Il nostro primo parroco, il
parroco della mia infanzia e adolescenza, don Vincenzo, era rimasto ventisette
anni. Il suo successore, don Carlo, il parroco della mia età adulta, era rimasto tra noi trentadue anni. Perché,
adesso, don Remo, il nostro attuale parroco, solo nove? Sulla durata del ministero di un parroco noi
fedeli, e gli stessi preti, tranne i più stretti collaboratori del Vescovo, non
possiamo mettere bocca. Credo, tuttavia, che, dati i problemi che ci sono da noi, alla
fine al nuovo parroco nove anni sembreranno cinquanta. Non è una missione
facile quella che gli è stata assegnata. E comunque sono dell’idea che ogni
potere, anche quello del parroco, debba avere dei limiti più contenuti in
durata di un’intera generazione, perché appunto circa trent’anni sono
considerati in sociologia il tempo di una generazione.
Che ci sta a fare, allora, il Consiglio
pastorale?
Che anche i fedeli laici potessero dare una
mano a programmare il lavoro in parrocchia è un’acquisizione che
risale agli anni Sessanta, dopo il Concilio Vaticano 2°. Diciamo così: da allora si cominciò a concepire la gente
comune non più solo come gregge, ma
come parte di un popolo. Questo portò a pensare a un ruolo più attivo dei laici. La
questione fu al centro di quel concilio. Ma l’organizzazione ecclesiastica era ed
è rimasta di tipo feudale, strutturata come un impero religioso, dove chi è
suddito conta poco e, in genere, chi
esercita un potere decide da solo e risponde solo verso l’alto. E’ un modo
obsoleto di governare, che in sede civile è in genere stato superato. La
società contemporanea è complessa,
occorre essere in molti per organizzarla e, innanzi tutto, per valutare in modo
affidabile le varie questioni che si pongono. In sede religiosa si rimedia
istituendo vari consigli di saggi che danno una mano ai prìncipi ecclesiastici.
E’ un po’ questa la soluzione che, quando si varò il nuovo codice di diritto
canonico, fu scelta per le faccende parrocchiali. Tuttavia, quando si passò ad
attuare la decisione di affiancare dei collegi di consulenti al parroco, la riflessione
della teologia era andata un po’ più avanti e i Vescovi, a cui spettava di dare
forma ai nuovi organi, stabilendo le regole fondamentali del loro
funzionamento, ne fecero di solito anche una sede di partecipazione e addirittura
di rappresentanza, quindi qualcosa di
più di un gruppo di consulenti. In questi nuovi organi si
voleva che avesse voce la comunità dei
fedeli, che, come ricordato nell’articolo dell’Arborense che ho
sintetizzato sabato scorso, è al centro della riforma teologica della concezione della parrocchia dopo il
Concilio Vaticano 2°. Per convincersene occorre passare in rassegna i vari statuti (contenenti le regole fondamentali) e i direttori (contenenti regole di dettaglio) che in ogni diocesi hanno regolato i
Consigli pastorali parrocchiali. Troviamo uno sviluppo di questo genere nello Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali della Diocesi di Roma del 1994, dove,
all’art.1, è scritto che il Consiglio pastorale parrocchiale “è l’organo di partecipazione responsabile dei fedeli alla vita e alla
missione della parrocchia; esso rappresenta
l’intera comunità parrocchiale nell’unità della fede e nella varietà dei
suoi carismi e ministeri.”
In diverse diocesi, ad esempio a Milano e
Torino, si sono date regole di funzionamento più dettagliate per i Consigli
pastorali parrocchiali. In mancanza
devono provvedere il parroco e gli stessi Consigli. Questo è il caso della
Diocesi di Roma. In particolare occorre
stabilire le regole per la scelta dei membri del Consiglio eletti dai
parrocchiani. Non ho memoria di elezioni del genere svolte a San Clemente papa,
ma correggetemi se sbaglio. Si dovrebbero fare ogni tre anni, perché questa è
la durata dei Consigli stabilita per la Diocesi di Roma nel loro Statuto.
In concreto, di che si occupa il Consiglio
pastorale parrocchiale? Ne scriverò senza usare l’ecclesialese corrente.
In sostanza: valuta la situazione e il da farsi in relazione ad essa; prepara un
programma delle attività; cerca di fare andare d’accordo la gente dalla parrocchia,
in modo che le persone si aiutino le une le altre e si arricchiscano della
reciproca presenza.
Non è
un organismo di autogoverno, come lo sono il consiglio di amministrazione di una
società, il Consiglio parrocchiale dell’Azione Cattolica, o l’assemblea di
condominio. Infatti, nella parrocchia, tutto il potere amministrativo, in
particolare sul patrimonio, spetta al parroco, il quale, “per giusti e
ponderati motivi” che deve spiegare al Consiglio, può discostarsi dal parere
espresso da quest’ultimo. Il Consiglio fa consulenza, ma per chi? Non solo per
il parroco, ma, in definitiva, per la parrocchia stessa. E’ per questo che lo
si vorrebbe rappresentativo della
comunità parrocchiale: per incoraggiare alla partecipazione più vasta.
Il Consiglio
è composto dal parroco che lo istituisce e presiede, dagli altri preti
che lavorano in parrocchia, dai diaconi, da un rappresentante di ogni eventuale
istituzione di vita consacrata presente nel territorio della parrocchia, dai
rappresentanti dei laici che collaborano nelle diverse attività parrocchiali e
dei gruppi presenti nel territorio parrocchiale, e questi sono membri di diritto, e da altri membri nominati dal parroco o
eletti dall’Assemblea, in particolare tra le persone competenti nelle materie
di interesse dell’attività parrocchiale. Nello Statuto non è fissato il
numero dei componenti del Consiglio e quanti debbano esserne i membri laici e
quelli elettivi. In altre diocesi, per parrocchie con un numero di fedeli
stimati intorno ai 15.000, come la nostra, si consiglia di stabilire un numero membri
non di diritto tra i 20 e i 30, individuati tra i laici.
Uno dei metodi per rendere rappresentativo il Consiglio è quello di
farne eleggere una parte dei suoi membri dai parrocchiani. In questa funzione i
parrocchiani si costituiscono in Assemblea. Nella Diocesi di Roma le modalità
dell’elezione sono rimesse alla discrezionalità del parroco, che in questo può
avere la consulenza del Consiglio pastorale parrocchiale in carica. Ma il
parroco, con il suo potere discrezionale di nomina, può renderlo più
rappresentativo, se il metodo elettivo, per qualche ragione, non raggiunga lo
scopo. Occorre che le varie voci collettive della parrocchia trovino modo di
esprimersi. Naturalmente questo potere discrezionale del parroco va esercitato
nei limiti strettamente necessari, per non scoraggiare la partecipazione alle
procedure elettive. Perché darsi da fare, se poi la componente non elettiva può
essere rimaneggiata senza limiti? Bisognerebbe stabilire regole piuttosto
precise prima delle elezioni, come prevedono le norme in
vigore in alcune diocesi.
Le regole di funzionamento del Consiglio
devono essere stabilite dal Consiglio stesso in un proprio regolamento. Questo
vale anche per le maggioranze con cui debbono essere approvate le decisioni
collettive e per l’articolazione dei lavori in commissioni, che è prevista
dallo Statuto.
Il
decreto che prescriveva l’istituzione dei Consiglio pastorali parrocchiali a
Roma è del 1994. Se a San Clemente si è provveduto quell’anno stesso e tenendo
conto che la durata del Consiglio è di tre anni, dovremmo trovarci al secondo
anno dell’ottavo mandato. L’anno prossimo dovrebbe scadere il Consiglio in
carica. Ma la data di scadenza potrebbe essere diversa, a seconda dell’epoca da
cui si deve iniziare il conteggio. Non sarebbe male preparare accuratamente il
rinnovamento del Consiglio pastorale parrocchiale, in particolare stabilendo la
procedura di nomina di membri elettivi.
Chi può votare? In alcune Diocesi si vota già
a sedici anni, in altre bisogna avere diciotto anni. Bisogna abitare nel
territorio della parrocchia o frequentarla con assiduità, ed essere battezzati.
Il legame non tanto con il territorio ma con un ambiente sociale locale è molto
importante, altrimenti si vivrà la sensazione di essere colonizzati da fuori.
Penso che i ragazzi che frequentano le scuole medie superiori dovrebbero avere dei loro rappresentanti nel Consiglio, per stimolarne la partecipazione attiva alle attività parrocchiali, in particolare nella formazione dei coetanei.
Penso che i ragazzi che frequentano le scuole medie superiori dovrebbero avere dei loro rappresentanti nel Consiglio, per stimolarne la partecipazione attiva alle attività parrocchiali, in particolare nella formazione dei coetanei.
Non
trattandosi di eleggere un consiglio di amministrazione ma un collegio di
consulenti per sviluppare l’impegno collettivo in parrocchia, non sarebbe male
prevedere una fase di registrazione al voto, nella quale chi chiede di essere
ammesso al voto offra anche una disponibilità di impegno in un lavoro in
parrocchia. Il lavoro che si fa nei gruppi non dovrebbe valere di per sé come lavoro per
la parrocchia. Il parroco potrebbe nominare una commissione che stabilisca i
requisiti minimi di impegno per essere ammessi al voto e valuti le relative
posizioni. Quanto all’elettorato passivo, quindi ai candidati, poiché si
vorrebbe che fossero persone competenti, bisognerebbe stabilire requisiti più
restrittivi. Tra i requisiti comuni all’elettorato attivo e a quello passivo,
per votare ed essere votati, ci dovrebbe essere la frequenza ad un ciclo di
corsi informativi sul senso della parrocchia, sull’articolazione tra lavoro
della parrocchia e quello della diocesi, sulla corresponsabilità comune nell’impegno
parrocchiale e sulla pratica delle discussioni e deliberazioni collettive. La democrazia si impara, non è un fatto
innato: essa stessa richiede impegno.
In altre parole, una procedura elettorale di
parrocchia-comunità richiede prima l’identificazione della comunità, intesa come il
gruppo di persone disposte ad un impegno in comune, nel quadro dei fedeli
battezzati della parrocchia, con l’obiettivo di avvicinare, progressivamente,
le dimensioni della prima al numero dei secondi.
Una persona può fare comunella con gli amici suoi
in parrocchia, ad esempio starsene solo con quelli dell’Azione Cattolica, e
questo non è ancora un impegno parrocchiale. Egli si limita ad abitare la parrocchia con gli amici suoi, ma che fa
per la parrocchia? Qualcosa da fare c’è per tutti. Basta chiedere al parroco e ai
suoi collaboratori. E’ questo fare nell’interesse comune che dovrebbe abilitare
al voto, ma anche a candidarsi.
Una delle commissioni del Consiglio
parrocchiale pastorale dovrebbe essere chiamata Cabina di regia, essere permanentemente insediata, “h24”, e occuparsi
di concedere le disponibilità dei locali e delle attrezzature parrocchiali per
le varie attività, secondo la programmazione di queste ultime stabilita dal Consiglio. Dovrebbe essere presieduta dal parroco o da un suo delegato, per il suo carattere amministrativo.
Le elezioni di alcuni membri del Consiglio
pastorale potrebbero essere l’occasione per discutere sul da farsi in
parrocchia e sulle esigenze dei fedeli del quartiere. Non dobbiamo dare per
scontato di conoscere la nostra gente. In passato sono circolati pregiudizi
ingiusti in merito.
Nel regolamento del Consiglio potrebbero
essere previste maggioranze variabili a seconda dei temi trattati, in modo da
impedire prevaricazioni. In alcuni casi potrebbe essere previsto che una
deliberazione sia considerata approvata solo se riporti la maggioranza sia tra i membri del clero che tra i membri laici. Ci si sforzerà, comunque, di fare in
modo che le decisioni abbiano la più ampia condivisione. In particolare
stabilendo, tra i principi generali orientativi del programma approvato dal Consiglio, il principio di inclusione, vietando a chiunque in parrocchia di
indicare, esplicitamente o per vie di fatto, a qualcun altro la porta in uscita. O il
principio di rispetto della personalità altrui, vietando dilettanteschi
esperimenti psicologici di decostruzione e di ricostruzione. E via dicendo,
facendo tesoro dell’esperienza del passato.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli