Terre Sante
A parte i paesaggi naturali, in Terra Santa non c’è quasi più nulla delle
origini: la storia lo ha completamente cancellato. Te lo dicono anche. “Questa
pietra, questa strada, questo arco non sono quelli
là, ma la tradizione li riconosce, e li venera, come quelli là…”. E’ come per la gran parte delle reliquie più
antiche, lenzuoli, veli, chiodi, spine, calici e pezzi umani. Si sogna di
andare in una terra santa e ci si ritrova nell'Israele e nella Palestina di
oggi, con tutti i loro gravi problemi e con tutta la loro violenza, una
situazione molto difficile in cui non ci si riesce a raccapezzare e che non sembra
avere altri sbocchi che sempre più violenza, a dimostrazione delle molte
controindicazioni delle ideologie a sfondo religioso basate sulla santità della terra che si vogliono tradurre in esperienze
politiche.
In realtà direi che non esistono terre
sante, perché la santità non nasce dalla terra come le piante e non si
comunica alla terra camminandoci e vivendoci sopra. E ogni metafora basata su
presunte radici umane è fallace, perché gli umani non sono
vegetali.
Quello che ho osservato per le terre sante vale anche per le istituzioni religiose. Nelle
nostre non c’è più nulla delle origini, dei tempi più antichi: la storia ci ha
lavorato molto su. Questo rende fallaci tutte le ideologie reazionarie, perché
non c’è più alcun prima che possa essere restaurato, a cui tornare o anche solo da prendere a modello. Le nostre
principali definizioni di fede, il nostro Credo,
si sono consolidate e sono state enunciate negli ultimi sette secoli del primo millennio della nostra
era. La struttura delle nostre istituzioni religiose fondamentali risale invece ai primi cinque secoli del secondo millennio. Nessuna nostra attuale ideologia
di fede e nessuna nostra attuale istituzione può essere definita santa nel senso che ripropone veramente qualcosa che c’era
alle origini, anche se vi ci si richiama, vi ci si sente collegata profondamente (e una certa continuità può essere in genere effettivamente riconosciuta, ma come sviluppo, tradizione nel cambiamento, per cui qualcosa passa da una generazione all'altra, ma anche cambia di generazione in generazione): santa lo è solo se è ancora legata al fondamento e questa è cosa che va
sempre verificata, tanto che si suole dire che si ha bisogno di continui
aggiornamenti e revisioni o, se non si ha paura di certe parole, di riforme.
Ogni istituzione è legata a una visione più ampia della società, che è rapidamente mutata nel secolo scorso, producendo uno
spettacolare aggiornamento, una parola che fu molto
usata nell’ultimo Concilio ecumenico, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965. In precedenza la nostra organizzazione istituzionale religiosa era concentrata sul
clero, ordinato gerarchicamente, con un imperatore religioso al vertice, un suo
senato attorno a lui ad aiutarlo nel governo universale, suoi feudatari in
periferia e funzionari di questi ultimi in ogni ritaglio di territorio, ad imitazione dell'ordinamento feudale civile. Intorno
c’erano corpi speciali organizzati intorno a una regola, detti perciò religiosi, con relativo stile di
vita, legati al vertice da vincoli giurati. Appiccicati a questo corpo, ma
senza alcun potere e funzione che non fosse quella di far nascere nuova gente e
in particolare nuovo clero, stavano tutti
gli altri, la grande maggioranza dei fedeli, il popolo e basta, oggetto di
un condominio con le autorità civili, in un difficile riparto di competenze, che storicamente ha prodotto un'infinità di situazioni di tensione e di vero e proprio conflitto tra potere religioso e poteri civili. Il
popolo, in questo quadro, doveva solo religiosamente obbedire, senza nemmeno eccedere quanto a convinzioni di fede e impegni di vita.
Il perfezionamento personale e sociale non gli competeva. Storicamente, furono colpiti duramente
quelli che se lo proposero, a meno che non aderissero a una regola istituita, divenendo religiosi, quindi frati e suore, monaci e monache, legati dall’obbedienza assoluta all’unico sovrano. Dal punto di vista
giuridico è ancora in gran parte questa la struttura della nostra
organizzazione religiosa. Questo significa che l’aggiornamento progettato negli
scorsi anni Sessanta, su base teologica, non è ancora riuscito a tradursi in
una corrispondente società e, in particolare, in un diverso assetto organizzativo. Si sono fatti diversi tentativi che vediamo attuati
in diversi movimenti che animano la nostra vita sociale di fede, e anche nella
nostra Azione Cattolica, che, dalla fine degli scorsi anni Sessanta, con il suo
nuovo statuto, aggiornato a sua volta dopo non molto tempo, è molto cambiata.
Ma ancora il popolo resta in genere appiccicato come dall’esterno
al corpo del clero e dei religiosi. Tanto che quando si annuncia "la Chiesa ritiene", “la Chiesa dice”, “la Chiesa fa”, di
solito ci si riferisce ai capi del clero. E’ un problema che si riflette anche
in una realtà di prossimità come la parrocchia, e anche nella nostra.
Il popolo, inteso come fedeli laici, non ha alcuna vera
voce in capitolo negli affari parrocchiali. Non decide, non programma, non si
incontra e non ha nemmeno sedi sociali per farlo, ma, bisogna dire, non è stato
neanche formato a questo. In teoria potrebbe riunirsi in un’assemblea per eleggere una
parte dei consiglieri del parroco, una quota di membri del Consiglio
pastorale, è previsto dalle regole che già ci sono, ma io non ricordo che da
noi lo si sia mai fatto. Nel Consiglio pastorale, così, vanno attualmente, da noi, solo i capi dei gruppi che abitano la parrocchia, i preti e innanzi tutto il
parroco che lo presiede, e poi una quota variabile di persone fondamentalmente
ammessa dal parroco, mi pare, come del resto è nel suo diritto fare, anche se non sarebbe male verificare di volta in volta chi ha diritto di esserci e di parlare e chi invece viene solo come uditore. Il Consiglio pastorale è, in
definitiva, un senato regio, un corpo di consiglieri di un monarca
locale, con funzioni solo di consulenza. Questo comporta che, cambiato il monarca, può cambiare tutto, senza che ci si possa fare nulla, come in
effetti è successo da noi. In una tradizione sociale di vera partecipazione si sarebbe prodotta invece una linea di maggiore continuità, e questo fin dall'inizio degli anni '80, quando appunto, cambiato il vertice locale, cambiò tutto. Mancando una tradizione democratica, quando ci si
riunisce, in quel senato, si finisce per litigare sugli argomenti controversi, che è naturale vi siano. Non ci sono regole di
convivenza sufficientemente accreditate. Ma soprattutto: fino a che punto i
fedeli del quartiere sono rappresentati in quel Consiglio e fino a che punto le decisioni consigliate da quell'organo
sono da loro condivise?
Non ci sono veramente modelli a cui riferirsi, se non isolate esperienze di alcune
altre parrocchie che hanno tentato di organizzare in un modo nuovo la
partecipazione del popolo sfruttando le possibilità che le norme attualmente in vigore consentono, celebrando sinodi parrocchiali, dandosi regole più dettagliate per eleggere in assemblea il Consiglio pastorale per far posto a tutte le realtà e via dicendo. Non ci sono terre sante a cui ritornare o da prendere a modello;
le Scritture, in particolare, rimandano a storie che si riferiscono ad un contesto
troppo antico per essere veramente utili, a un mondo che non c'è più. Si viveva in mezzo agli apostoli, i primi collaboratori del Maestro, e quelli di adesso sono tanto più distanti che è quasi come se non ci fossero. Si occupano in definiva prevalentemente di clero e patrimonio e la gente non li conosce, ad eccezione del capo supremo che in Italia è piuttosto presente sulle fonti informative popolari. Finora non mi è mai capitato che qualcuno di loro abbia risolto, con la sua presenza, una situazione problematica locale. Del resto la loro agenda è sempre al completo, perché noi siamo molti e loro pochi e loro sono esseri umani come noi. Gli affari correnti li assorbono. Ci sono eccezioni. Uno come Giacomo Lercaro a Bologna fu una di quelle. Le eccezioni fanno epica, vengono ricordate a lungo, ma rimangono eccezioni. Per l'ordinario ci si deve organizzare altrimenti. Occorrerebbe una vera e propria fase costituente, preceduta da un periodo di
formazione e di acculturazione sufficientemente lungo per noi laici. Certe cose non si improvvisano.
Già il costume, in una discussione pubblica, di rispettare le disposizioni di
chi presiede quanto all'argomento da trattare e ai tempi e ai toni dell’intervento,
richiede una disciplina che raramente vedo osservata tra noi. Si finisce,
appunto, con il litigare, come nelle riunioni di condominio. Non ci si riesce a
distaccare, nemmeno tra noi laici, dal modello feudale di organizzazione. E,
infatti, anche tra i movimenti di noi laici a
volte spiccano figure che ricordano i gerarchi religiosi, senza però, in genere, averne la
formazione e la cultura.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.