La religione come
problema politico
Un determinato orientamento religioso, fortemente caratterizzato da un metodo particolare, da una neo-ideologia sociale, da una neo-mitologia e da impronte fondamentalista e integralista, è stato sicuramente all’origine dei problemi
della nostra parrocchia. Questo non significa che le persone che vi aderiscono e lo diffondono siano cattive, anzi: sono
persone individualmente e collettivamente buone; questo lo posso attestare con
certezza avendo vissuto tanto tempo vicino a loro, pur senza aver mai avuto
alcuna vera relazione con loro. Questo mi distingue da molti loro accaniti e puntigliosi critici, che qualche volta sono usciti dalle loro file e per questo ne conoscono così bene
concezioni e costumi. Io so di loro solo avendoli osservati da vicino ma dall’esterno.
Non ho alcun interesse a mettere in dubbio la loro ortodossia, sotto ogni
profilo: delle concezioni, dei riti, dei costumi. Condividiamo una parte
importante della medesima fede religiosa e questo mi basta per accettarli, così
come accetto altre varianti molto più distanti da me di loro. Non voglio
ricadere negli storici errori del passato della nostra religione, quelli veri,
non quelli solo pedantemente presunti tali sotto il nome di eresie: ho ripudiato
l’Inquisizione religiosa in ogni forma e livello, la violenza, l’intolleranza,
l’esclusione sociale che ci hanno ciclicamente connotati come confessione. Quell’orientamento
è divenuto un problema quando lo si è voluto rendere totalitario in parrocchia,
la via principale e da preferire, quella che si riteneva garantisse meglio di tutte l’integrazione
tra fede e vita, il vero amore, il vero rapporto filiale, il vero altruismo.
Non che le altre esperienze siano state abrogate di punto in bianco: sono state
sfavorite, lasciate come via residuale e ad esaurimento. In particolare per le
classi giovani ad un certo punto non c’è stato più altro. Ho parlato a questo
proposito di esperimento sociale,
perché di questo propriamente si è trattato. Chi lo ha deciso? E’ stato un
processo in cui hanno contato le circostanze storiche, l’ambiente sociale, le
caratteristiche della gerarchia e tanto altro: il tutto lo ha prodotto. Nessuna
persona o gruppo di persone avrebbero avuto da soli l’autorità e la forza per
deliberarlo e attuarlo. Posso dire questo: è una via che, dall’inizio degli
anni ’70 in cui era praticata in una sola parrocchia romana, ha attirato molte
persone perché appariva molto coinvolgente e diversa dalla pratica religiosa
burocratizzata che c’era stata fino ad allora. Ad un certo punto, nella nostra
parrocchia furono inviati solo preti formatisi in quella via e questo ha
comportato una immigrazione di fedeli da altre zone della città: ciò ha molto
rafforzato quell’orientamento religioso. Contemporaneamente, negli anni ’80,
quando tutto cominciò da noi, si visse una fase di riflusso sociale, di
disimpegno e ritorno nell’individualismo personale, fenomeno che coinvolse
anche il nostro quartiere: per cui progressivamente rimasero attivi in parrocchia praticamente
solo quelli che praticavano quella via. Infine bisogna ricordare che il Wojtyla
l’apprezzava e favoriva, senza tener conto dei puntigliosi rilievi critici dei
suoi uffici di curia, ad esempio di uno come Ratzinger. Agli inizi degli anni ’90,
quelli in cui si realizzò la trasformazione totalitaria della nostra
parrocchia, sembrò che il pluralismo avrebbe significato dispersione e avrebbe
compromesso la residua efficacia della proposta religiosa della parrocchia.
Furono gli anni in cui si edificò la nuova chiesa parrocchiale. Il progetto
architettonico interno, come è facile constatare, fu impostato secondo le
particolari concezioni dell’orientamento ormai divenuto prevalente, rafforzando così il
collegamento tra la parrocchia e quell’orientamento, proponendo, in definitiva, l'immagine di una parrocchia di movimento. Il processo durò quasi trent'anni, un tempo lunghissimo, sufficiente per ridurre a nulla le altre diverse tradizioni. Il nuovo corso, iniziato
due anni fa circa, è stato segnato da
cambiamenti anche sotto il profilo architettonico, manifestatisi in particolare in una diversa
tinteggiatura e nell’installazione di un nuovo tabernacolo dietro il
presbiterio e sotto l’abside. Come ho scritto in altri interventi, il
nostro esperimento parrocchiale è fallito come proposta al quartiere, alle
Valli, che si è fatto progressivamente sempre più distante: è riuscito come
conquista totalitaria di una struttura parrocchiale da parte di un movimento. La
scarsità impressionante di candidati alla Prima Comunione ha indotto la
gerarchia a intervenire, ma quella della nuova squadra di preti che ci hanno
mandato appare come una missione molto difficile. L’ho scritto ieri: la
parrocchia come gruppo sociale si era ormai estinta da tempo. Era abitata praticamente solo dalla
gente che seguiva la via maggioritaria, e da pochi altri gruppi fortemente minoritari. Era
diventata quindi una specie di condominio religioso e, per il resto, una ASL
dello spirito, per assistenza sacramentale nei grandi eventi della vita, perché
nel quartiere si è continuato a nascere, a sposarsi, a morire. Ma in parrocchia
l’altra gente entrava da ospite, in punta di piedi, se ne diffidava, e non si
perdeva occasione per sottolineare che poteva fare di più, che la sua
religiosità non era sufficiente. In parte era così. Il problema è che per
approfondire la propria spiritualità non era praticabile un’unica via, quella
proposta in parrocchia. D’altra parte che cosa ha fatto chi, come me, era stato
formato secondo un’altra via? Certamente non ha dato battaglia, non si è
opposto al nuovo corso: la lotta non rientra in genere nei nostri costumi
religiosi, mentre vi rientrano la docilità, la remissività, l’ossequio verso la
gerarchia, l’obbedienza, e, nel
contesto dei problemi parrocchiali, queste non vanno considerate certamente
delle qualità. Dunque ci si è lasciata scivolare
addosso la via proposta in
parrocchia, attendendo che cambiasse il vento, come effettivamente è successo.
Ma ora è tanto difficile ripartire.
Le religioni sono fatti sociali. Servono a
dare stabilità alle società. L’etica che
diffondono è molto importante. Per dare stabilità, inglobano una certa dose di fondamentalismo e di integralismo.
Fondamentalismo è quando si cerca di mantenere costanti alcune
concezioni, integralismo è quando si cerca di contrastare le tendenza
all’assimilazione da parte di altri gruppi. Il compito di dare stabilità alle società
è fondamentalmente politico, e
infatti fin dalle società primitive le
religioni hanno svolto un ruolo politico. Fede e politica sono state sempre
intrecciate strettamente. Una fede impolitica non può essere considerata una
vera religione, ma è essenzialmente magia: quando si crede che certi riti
possano cambiare le cose. Le religioni basate sul soprannaturale hanno
sviluppato in genere una complicata teologia e una raffinata giurisprudenza,
per stabilire ciò che è buono e ciò che non lo è, ma fondandosi su relazioni
con l’invisibile sono anche piuttosto duttili e questo consente un loro
adattamento alle esigenze politiche dei tempi. Chi può smentire certe affermazioni?
Trovano una sponda nell’emotività umana e sono state in un certo senso l’archetipo
di ogni persuasore occulto. Le
moderne tecnologie di marketing vi si
richiamano implicitamente, facendo risaltare la fondamentale irrazionalità delle
scelte del consumatore e proponendo quindi immaginifici miti di consumo, vere
proprie religioni del consumo con proposte salvifiche. Le grandi
religioni storiche hanno mantenuto costanti certi connotati, ma si sono
profondamente evolute, e ciò è particolarmente vero per la nostra. La nostra
religione non è assolutamente quella stessa delle origini. Questo risalta
particolarmente se si considerano le concezioni politiche ad essa correlate. Ora,
non è la fantasiosa mitologia espressa dalle religioni che in genere costituisce
un problema sociale, ma la politica che esse esprimono, e che riguarda, in
particolare, le relazioni tra i fedeli. Costruita sul modello di un impero
feudale, la nostra organizzazione religiosa è stata caratterizzata dagli anni ’70
da una lotta per l’egemonia, con l’intento di produrre un sovrano in linea con
un certo orientamento religioso. Questa è politica ecclesiale, quella che si
esprime ad ogni livello, dai conclavi alle diocesi, alle parrocchie. Non è cosa
che ho scoperto io, naturalmente, ci sono quelli che ci hanno scritto sopra
diffusamente e con sapienza. L’ultimo conclave poteva essere la resa dei conti,
e anzi per qualche ora in Italia si è stati sicuri che lo fosse stato, tanto
che sono stati inviate le congratulazioni alla persona sbagliata: e invece ci è
venuto un capo dall’altra parte del mondo, che ci ha portato la voce di
comunità tanto diverse da noi, e in particolare di un organismo vivace e innovatore
come il CELAM il Consiglio episcopale
latino americano. Ho letto che l’esortazione
La Gioia del Vangelo e l’enciclica Laudato si’, contengono
molto di un documento molto importante prodotto dal Celam, al termine della
Conferenza di Aparecida, nel maggio
del 2007. Ora si è in una fase di
transizione in cui sta cambiando un’impostazione che risaliva a quando la vita
della nostra parrocchia iniziò a mutare. In un certo senso è quindi cambiato
uno dei fattori all’origine dei problemi della nostra parrocchia. Si sta
proponendo un’altra concezione di politica di ispirazione religiosa, quella che
non considera più il pluralismo una minaccia, che spinge a eliminare le dogane
che controllano i flussi con ciò che è all’esterno degli spazi liturgici e,
anzi, invita a uscire fuori delle nostre chiese per intessere nuove relazioni
virtuose con la gente intorno, innanzi tutto per partecipare alla risoluzione
dei problemi comuni, a partire da quelli minimi, come la fontana di quartiere. Siamo quindi spinti ad abbandonare concezioni
totalitarie come quella che ha travagliato la nostra parrocchia per lungo
tempo. Ciò non significa creare un mondo dove le posizioni religiose di prima
siano ribaltate, i dominatori di un tempo ridotti a sconfitti, e gli sconfitti
di un tempo nel ruolo di dominatori: occorre un’organizzazione dove non vi siano più dominatori e sconfitti,
inclusi ed esclusi. Significa anche essere capaci di relazioni sociali virtuose, amichevoli e solidali tra
diversi orientamenti, non quindi al modo delle assemblee condominiali in cui si
decide insieme pur detestandosi e aspettando il momento di cancellare l’opinione
difforme. Finora abbiamo diffidato gli uni degli altri, non perdendo occasione per azzannarci e aspettando il momento in cui ogni presenza diversa dalla nostra cessasse per estinzione naturale o per ordine dell'autorità; ora, come dice sempre il nuovo parroco, bisognerebbe cominciare a volerci bene. Questo però richiede, per cominciare, un atteggiamento che in genere è molto difficile
da ottenere, in particolare da chi a lungo si è abituato ad avere mano libera:
l’autocritica. Senza di questo non si inizia neppure. Senza di questo gli
egemoni di un tempo saranno solo gli sconfitti di oggi, aspettando la rivincita
al prossimo conclave. Ci si continuerà
francamente a detestare e su questo non può crescere nulla di buono. Il seme cadrà tra le pietre e le spine e il seminatore sprecherà il suo tempo e la sua fatica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli.