Noi,
la pace e la religione
Nella riunione di martedì scorso, con l’aiuto
di alcuni pensieri di nonviolenza di grandi anime che ciascuno di noi ha
letto ad alta voce su un foglietto che ci è stato distribuito, un pensiero su
ogni foglietto, abbiamo continuato la riflessione sulla pace, in particolare sulla nonviolenza, che avevamo
avviato in vista dell’incontro diocesano dell’AC sul Messaggio per la 50° Giornata mondiale della pace di papa Francesco, che si è tenuto nella
nostra parrocchia.
Nella discussione sono emerse gran parte
delle obiezioni che di solito vengono portate contro la nonviolenza, e anche contro la pace. In parte venivano proposte ai
giovani che chiedevano l’esenzione dal servizio militare armato per ragioni di
coscienza, gli obiettori di coscienza. “Se
qualcuno ti uccidesse un parente stretto?”, “C’è tanta malvagità nel mondo,
tanta corruzione…”, e via dicendo.
Si è manifestata poi la difficoltà a condividere pensieri di nonviolenza di persone appartenenti ad altre tradizioni
religiose, anche se cristiane come il pastore battista Martin Luther King. E c’è
stata anche un’eco della storica diffidenza che si è avuta in religione per i
processi democratici, in particolare valutando il risultato delle ultime
elezioni presidenziali statunitensi.
Può sembrare che si tratti di discorsi lontani
dalla nostra realtà quotidiana, eppure tremendi episodi di violenza e di
intolleranza sociale sono accaduti proprio dalle nostre parti, veramente a due
passi dalle nostre case. E tutti i problemi che vediamo a livello globale si
manifestano anche da noi, ad esempio quello di uno sviluppo economico inumano,
che porta degrado degli ambienti urbani e naturali e insicurezza economica ed
esistenziale. Il nostro quartiere appare abbandonato, ci si limita a garantire
i servizi essenziali, ma in una città come Roma ci si aspetterebbe qualcosa di
più. A parte la parrocchia, non ci sono posti per incontrarsi. E’ stato dato
alle fiamme il bar più grande, che costituiva un bel punto di ritrovo per la
gente del quartiere: ecco un segno della violenza sociale molto vicina a noi,
che ha sfigurato l’ambiente urbano del quartiere. Ora è lì, povera maceria
annerita, a ricordarci che qualcosa non va nella nostra società di quartiere. Siamo
assediati dal traffico, da grandi correnti di traffico dirette verso altri
posti. Questo rende pericolose le strade del quartiere per i più piccoli e i
più anziani. La bellezza nel nostro
quartiere non c’è e nessuno ci pensa. Potrebbe esserci anche tra i nostri
palazzoni. La bellezza, infatti, è democratica, alla portata di tutti, perché
tutti ne hanno bisogno e se ce n’è troppo poca si soffre. Inoltre tutti sono potenzialmente artisti, produttori di bellezza. Perché la bellezza è profondamente umana e solo umana. Si vive, allora, quando in un contesto urbano la bellezza è troppo poca o non c'è, come
in una grande stazione ferroviaria, in un ambiente funzionale ma anonimo. Non ci si vive bene. Le stazioni ferroviarie, come gli aeroporti e altri grandi scali, come le stazioni dei pullman, sono fatte per gente che va e che viene e che quindi lì si incontra solo superficialmente, non per gente che abita un certo posto, si frequenta tutti i giorni e avrebbe il bisogno umano di incontrarsi con relazioni più profonde. E’ anche la cura che si riserva al grande
parco al lato delle nostre case, il Pratone,
conquistato in un lungo periodo di lotte sociali è insufficiente, del resto
come accade negli altri parchi della città.
Che c’entra tutto questo con la nonviolenza? C’entra perché la radice dei mali che ho descritto è la medesima da cui
scaturisce la mala pianta della violenza sociale, su piccola e grande scala: il
crescente egoismo per cui ognuno guarda solo al proprio particolare e pensa sia
inutile intendersi con gli altri per migliorare le cose. La violenza, tra le
persone, i gruppi e gli stati, serve a farsi
spazio o a rapinare gli altri. Gli
altri, in questa prospettiva, diventano solo degli ostacoli o persone che
possiedono cose che vorremmo sottrarre loro. E, invece, il progresso sociale per
cui si può vivere una vita sicura, decorosa e anche bella, dipende dal nostro
rapporto positivo con la società intorno ,per cui si possano trovare all’interno
di essa degli alleati, degli amici. La società contemporanea è stata paragonata a una
macchina, a una macchina sociale. Ma
gli esseri umani non sono ingranaggi, anche se talvolta li si vuole rendere
tali, come in certe produzioni industriali. Ognuno di loro ha quella che le
religioni definiscono anima e ciò significa che sono più di un meccanismo
biologico e che hanno bisogno di dare
senso alla proprie esistenze. Ma questo senso lo si ritrova solo nel rapporto
positivo con gli altri, che va creato tessendo delle relazioni sociali buone, amichevoli, che significa costruire
una società orientata verso la persona umana. La città solo come macchina sociale diventa un inferno urbano, come se ne sono creati molti in Oriente.
Se si reagisce alla violenza con altra
violenza ci sarà solo più violenza e, si dice, occhio per occhio rende il
mondo cieco. Verità tanto chiare, perché costantemente confermate dall’esperienza, sono ancora difficili da accettare, anche in religione. Quando si passa dalla
teologia in pillole del catechismo dell’infanzia al pensare qualcosa di più
serio e impegnativo sorgono problemi. In particolare noi laici di fede non siamo stati educati e abituati, in religione, a
pensare la società: immaginavamo che
la verità sociale ci venisse
insegnata dall’alto e fluisse fino a noi attraverso i nostri preti. Spesso,
ancora, quando si parla di problemi sociali chiediamo loro di spiegarci perché questo, perché quello, perché la
violenza, perché il male, e via
dicendo, come se il sapere di teologia, quindi della nostra fede comune, li
costituisse tuttologi. Lorenzo Milani
diceva invece che dovremmo essere noi a spiegare loro come va il mondo. Ma
anche quest’idea non mi convince, perché presuppone che i preti vivano fuori del mondo, e non è così. In realtà la
comprensione realistica di come vanno le cose nel mondo, dei problemi che ci
sono, e delle soluzioni possibili, deriva dal mettere insieme tanti punti di vista
particolari, anche quelli dei preti, in modo che facendo luce su tanti aspetti della realtà, come
quando si marcia di notte in campagna e ognuno fa luce con la sua piccola
torcia, si riesca a capire che c'è intorno, e poi dove bisogna andare e che occorre fare per trasformare il mondo.
Ecco, su un pensiero di Aldo Capitini che
abbiamo letto l’altro giorno c’era scritto che la nonviolenza non lascia il
mondo così com’è, ma lo trasforma in meglio. Penso che la nostra parrocchia
avrà superato molti dei suoi problemi quando potrà dire di aver contribuito a
trasformare in meglio il quartiere in cui è immersa. In passato mi è parso che a lungo se ne sia disinteressata, preferendo
dedicarsi alla realizzazione di quelle che ho chiamato serre umane, a coltivare belle anime al suo interno, al modo in cui lo si fa con le
piante nelle serre dei giardinieri. Ma da dove può cominciare a venire una soluzione ai
problemi sociali e urbanistici del quartiere se non da una realtà come la nostra parrocchia, che che
è quasi l’unica, e comunque credo la maggiore, a disporre di luoghi d’incontro? La parrocchia può
riprendere ad essere (lo è già stata in passato) la potenza spirituale che può
innescare dinamiche sociali virtuose, in grado di cambiare il mondo dalle
nostre parti. Per pensare, ad esempio, una nuova sistemazione urbanistica del
quartiere, che liberi via Val Padana dall’assedio delle automobili, e per
rendere più sicure per tutti le strade
del quartiere. Da impegni sociali virtuosi, catalizzati dalla parrocchia,
scaturirebbe, ci si può giurare, un forte impegno di volontariato, perché in
Italia, basta che se ne dia occasione, esso si sviluppa rigoglioso.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli