Un
mandarino per Teo
[Dal Manifesto
di Ventotene, scritto nel 1941]
La civiltà
moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà,
secondo il quale l'uomo non deve essere
un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice
alla mano si è venuto imbastendo un grandioso
processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo
rispettino:
1. Si è affermato l'eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
1. Si è affermato l'eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente lievito di
progresso; ha fatto superare i
meschini campanilismi in un senso di
più vasta solidarietà contro l'oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che
ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun
nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti
delle popolazioni più civili. Essa portava
però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione
ha visto ingigantire fino alla formazione
degli Stati t talitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della
convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad
una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la
forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta
la società umana. E' invece divenuta
un'entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza
ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri
possono risentirne. La sovranità
assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e
considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli
permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza
dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell'egemonia dello stato più forte su
tutti gli altri asserviti.
In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini,
si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà
per rendere massima l'efficienza bellica. Anche nei periodi di pace,
considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive,
la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei
ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti
politici liberi; la scuola, la scienza,
la produzione, l'organismo amministrativo sono principalmente diretti ad
aumentare il potenziale bellico; le
madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza
premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie
prolifiche; i bambini vengono educati
fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell'odio per gli stranieri;
le libertà individuali si riducono a
nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a
prestar servizio militare; le guerre
a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l'impiego, gli averi ed a
sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il
valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi
compiuti per aumentare il benessere collettivo.
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Nel 1960 si dava al teatro Sistina di Roma la
commedia di Garinei e Giovannini di Pietro Garinei e Sandro Giovannini Un mandarino per Teo, nella quale il
diavolo proponeva a un uomo di ereditare un mucchio di soldi uccidendo un mandarino
in Cina con il premere il pulsante di un
campanello, senza rischiare nulla. Il protagonista lo fa, riceve un anticipo dell’eredità, si dà alla
bella vita, ma poi gli viene rivelato che si tratta di firmare un patto con il
diavolo, ha una crisi di coscienza e, per liberarsi dalla soggezione al
demonio, restituisce tutto il denaro ricevuto. La trama di quella commedia
propone il dilemma di coscienza in cui tutti noi cittadini europei ci troviamo oggi. Infatti il nostro benessere dipende dalla sofferenza di gente
lontana, di lavoratori-schiavi che producono gran parte delle nostre cose di
nostro uso quotidiano, dal vestiario al computer con il quale sto scrivendo,
per salari bassissimi, ciò che rende possibile i prezzi bassi che vengono
praticati da noi. Si tratta di persone umane, ma, appunto, molto lontane, in
genere in Asia, e allora non ci facciamo tanti problemi. Ma lavoratori schiavi
ci sono anche da noi, ci raccontano le cronache giornalistiche e ci confermano
le inchieste giudiziarie: in particolare sono quelli che raccolgono il pomodoro
e diversi tipo di frutta. Ma la gran parte di loro sono irregolarmente in
Italia e quindi non protestano per non rischiare guai con la polizia e la
legge. Oltre a ciò, c’è altra gente che lavora in condizioni difficili, perché
costretta a ritmi di produzione molto serrati e duri, e tra di essa ci sono
anche molti giovani italiani. In genere per tutte queste persone il lavoro è
precario, vale a dire che possono essere licenziati senza tanti problemi. Chi è
in queste condizioni difficilmente protesta e si associa ai sindacati, per non
subire ritorsioni sul lavoro. C’è un libro, disponibile anche in formato
digitale, che racconta tutto questo, di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini, Schiavi di un dio minore - Sfruttati, illusi e arrabbiati, UTET, 2016, €11,40 in formato cartaceo, €7,99
in ebook. Ve ne consiglio la lettura,
così, in particolare avrete qualche idea in più quando in confessione non vi
viene in mente nulla di più dei soliti peccati di routine, sesso, maldicenza, messe saltate. Noi Occidentali siamo
tutti colpevoli di un tremendo peccato sociale che consiste nel trattamento
ingiusto di lavoratori lontani, che non conosciamo, un peccato di quelli che, è
scritto, grida, nel senso che trova ascolto
soprannaturale molto più di altri. E’ la conseguenza di un ordine sociale
ingiusto a livello globale del quale ci siamo fatti complici, per interesse.
Cambiare non si può con le risorse di un singolo stato nazionale. Bisogna infatti incidere su un sistema che si estende a
livello intercontinentale. Ma, in fondo, vogliamo veramente cambiare le cose?
Eppure queste cose stanno cambiando anche noi, perché i patti con
il demonio sono sempre distruttivi per la parte debole, vale a dire per l’essere
umano che li conclude. Ecco che allora questo sistema sta privando del futuro i
nostri figli.
Uno
dei maestri del pensiero che più chiaramente ci ha spiegato il problema è stato
l’anziano sociologo polacco Zygmunt Bauman, morto qualche giorno fa. Lo ha
fatto con diversi libri divulgativi (la sociologia contemporanea è una scienza
molto complessa, in cui si impiegano sofisticati modelli di matematica
statistica), a partire dal più famoso: Modernità
liquida, del 2000, che è in commercio in traduzione italiana edito
da Laterza. Se dovessi programmare un ciclo di incontri in parrocchia con
persone dell’età dell’università, tra i 18 e 25 anni, lo metterei come libro di
testo. A proposito: ricordate bene che non si ragiona insieme su nulla senza
avere un buon libro di testo. Ci deve essere una base comune. E le Scritture
non bastano. Francesco d’Assisi sbagliava pensandola diversamente: sbagliava
già ai suoi tempi, ma tanto più il suo pensiero in questo non va bene ai nostri
tempi e, soprattutto, non va bene per chi voglia elevarsi alla cittadinanza e
abbia bisogno di capire realisticamente ciò che accade.
C’è
stata in Europa un’evoluzione storica che ha portato agli stati nazionali, dal Duecento al Cinquecento. Ma in Italia siamo
arrivati molto più tardi, nell’Ottocento. E quando ci si è arrivati, si è
prodotto un grosso problema religioso, perché il papato possedeva uno degli
stati che si voleva abolire per realizzare l’Italia unita.
Ad un certo punto, le masse, sviluppandosi istituzioni democratiche,
hanno contato di più negli stati nazionali, che hanno iniziato a occuparsi
della gente comune sviluppando politiche di giustizia sociale e di sviluppo
collettivo. E’ a questo che si riferirono gli autori del Manifesto di Ventotene, scrivendo che “L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente lievito di
progresso”, per il quale furono superati meschini campanilismi e furono estesi, dentro il territorio di
ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli
ordinamenti delle popolazioni più civili. Poi però segnalano l’involuzione degli stati
nazionali, che guidati da oligarchie liberate o non sufficientemente trattenute
dai vincoli democratici si impadronirono dei loro popoli facendone strumento di
una politica di potenza imperialista, diretta a imporre l’egemonia di uno stato
sugli altri. Ebbero in questo, in particolare, l’immagine dell’involuzione del
Regno d’Italia, lo stato nazionale italiano costituito nel 1861, a seguito
della fascistizzazione del regime politico. L’istituzione della Repubblica
italiana, nel 1946, andò in senso contrario, riportando lo stato nelle mani
della gente comune, attraverso processi democratici che, per la prima volta in
Italia, coinvolsero le donne. Tra le masse femminili più preparate a questo
nuovo impegno politico ci furono le donne dell’Azione Cattolica, che dettero un
contributo determinante alla politica nazionale, sia con loro voto che con l’impegno
nell’Assemblea Costituente e poi in Parlamento. Al centro dell’impegno del nuovo stato
nazionale democratico furono le riforme sociali, in ogni campo del lavoro, a
fini di giustizia sociale e di estensione del benessere collettivo alle
masse. Presto si capì che questo lavoro
richiedeva collaborazione internazionale, in particolare a livello europeo, e
si progettarono le istituzioni sovranazionali dalle quali, in un lungo processo
dal 1951 al 2009 scaturì la nostra nuova Europa, che non è solo un’istituzione
dei banchieri, mercanti e commercianti, come ritengono alcuni politici
populisti di oggi, ma è centrata su un catalogo di diritti fondamentali, che potete leggere nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, approvata nel
2000 a Nizza ed entrata in vigore, anche come legge vigente nella Repubblica
italiana, il 1 dicembre 2009 (sul Web: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex:12016P/TXT).
Bauman ha spiegato che l’economia
globalizzata, dove si produce, si spostano capitali (il denaro impiegato nella
produzione nel commercio) e commercia
secondo criteri condivisi in tutto il mondo come se fosse un'unica nazione, ha
sovrastato il potere degli stati nazionali e delle stesse istituzioni politiche
sovranazionali, esprimendo un potere anonimo, non centrato quindi su uno o più imperatori del mondo, ma effettivo, che
viene spesso evocato con l’espressione “i
mercati”. Le vite della gente comune sono asservite ad esso, in particolare quella che è
legata ad un certo posto e non ha né la voglia né la possibilità di spostarsi. In
particolare si vive in una crescente condizione di insicurezza sul proprio
destino, a riguardo del lavoro ma anche in altre cose, come la salute e la
sicurezza da aggressioni di vario tipo. Si ha la sensazione che il mondo in cui
si vive sia divenuto instabile, che valga fino a nuova notifica. Tutto può cambiare molto velocemente e la gente è
invitata ad adattarsi a questa nuova situazione. Anche i governi degli stati
nazionali, quelli democratici come quelli non democratici, e addirittura il
Presidente degli Stati Uniti d’America, che per ora rappresenta il massimo del
potere mondiale che sia oggi attribuito ad una persona, non ci possono fare
molto. Ci viene così imposto un nuovo stile di vita in cui il saper fare conta molto meno e invece conta di più il saper essere, le relazioni che si
riescono a sviluppare, ma senza legami forti, in maniera tale da potersene
liberare in un secondo quando non servono più. E’ la mentalità dei consumatori dei
nostri tempi, che vaga in mezzo a offerte commerciali che sembrano infinite,
per cui l’ultima cosa a cui si pensa è di concentrarsi su un determinato stile
di vita, perché si pensa che il benessere consista nel cogliere tutte le opportunità che all’infinito si presentano.
In questo modo le relazioni veramente significative per le persone divengono
più rare, vengono sentite come limitanti: è questa la causa dell’apparente crisi
dell’istituzione matrimoniale. Ed essendo tutti presi dal proprio benessere,
non si pensa alla sofferenza che c’è dietro la produzione di tante cose di uso
quotidiano, che arraffiamo senza tanti problemi dagli scaffali dei grandi
magazzini e poi presto buttiamo. La nostra è diventata una civiltà dello scarto ci dice
il nostro vescovo, e tra gli scarti sono finiti anche gli esseri umani. Ad un
certo punto può accadere anche a noi stessi di venire scartati se, ad un certo
punto, non riusciamo a tenere il ritmo.
Di questi tempi c’è in Europa un ritorno del
nazionalismo populista, anche da noi. Ma il neo-stato
nazionale, ormai inutile a salvarci dal processo di scarto dell’economia
globalizzata, è pensato non come difesa dalle potenti forze che stanno
guastando la nostra vita, ma come forma di chiusura verso che vive i nostri
stessi guai, per chiudere le porte alle sofferenze altrui, illudendosi così di
riuscire a trattenere per noi, solo per noi, le poche risorse rimaste. Il neo-stato nazionale è in fondo uno di quei meschini (e inutili) campanilismi disprezzati dagli autori del Manifesto di Ventotene.
Ma l’evoluzione omicida dell’economia
globalizzata non dipende da potenze soprannaturali: anche se il potere non ha
più il volto dell’uomo forte nel quale in passato veniva impersonato e quindi è anonimo un po’ come una grande società
di capitali della quale non si conosca il presidente del consiglio di
amministrazione, è tuttavia semplicemente un’istituzione umana, che può essere
descritta e capita, anche se il suo funzionamento è divenuto bizzarro e
imprevedibile. Il potere globale è un
insieme di norme e di istituzioni, concordate dagli stati nazionali e dalle
istituzioni sovranazionali, per cui si è uniformato il modo di produrre,
commerciare e trasferire capitali. Si è creato un sistema globale che ha
lasciato campo libero ad una nuova classe dirigente globale, libera di muoversi
senza tener conto delle frontiere nazionali
per fare i propri interessi, mentre
la gran parte dell’umanità vi è ancora asservita, come i disperati i quali,
prendendo esempio da quelli che Bauman chiama cittadini globali, cercano di raggiungere l’Europa per salvarsi da
vite miserabili. Questo nuovo potere, sostiene Bauman, non ha più bisogno di
estesi apparati di polizia per tenerci sotto controllo: siamo noi stessi a
rendercene schiavi, adottando l’ideologia e lo stile di vita che ci separano
dagli altri, dei quali non facciamo più conto anche se stanno molto male. In
definitiva noi, da consumatori globali,
stiamo divenendo insieme complici e schiavi di questo sistema. Gli attori
principali di questo scenario sanno bene chi sono le vittime del sistema e le
cause delle loro sofferenze, ma ci invitano a disinteressarcene. E’ la proposta
che il demonio fa a Teo, il protagonista della commedia che ho citato all’inizio.
E noi, aderendo all’invito, accettando di fare il nostro interesse a spese di gente lontana, premendo quel campanelli, firmiamo una specie di patto con il demonio,
autodistruttivo. La soluzione? Bauman la indica: riscoprire la cittadinanza
vera, le relazioni forti, e unirci per cambiare un sistema che sta prendendo
una brutta piega. Si tratta di costruire una vera cittadinanza globale, cogliendo così le opportunità positive della globalizzazione, in modo che ciascun
essere umano si senta in tutto il mondo a casa propria. In altre parole: fare dell’umanità un’unica famiglia,
secondo i nostri auspici religiosi. Questo però richiede anche una giustizia sociale su scala globale, come è spiegato nell’enciclica
Laudato si’. Non potremo salvarci se
non cambiando molto i nostri stili di vita, facendo posto agli altri.
Come si vede è una sfida più estesa di quella
che si presentava agli autori del Manifesto
di Ventotene, i quali avevano essenzialmente davanti problemi su scala europea e proponevano soluzioni
europee. Ai tempi nostri l’Europa
è solo il punto di inizio, ma un
punto di inizio indispensabile perché i problemi posti dalla
globalizzazione dell’economia non possono che avere soluzioni su scala
continentale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli
