La
religione non è solo cosa da preti
Molti ritengono che la religione sia cosa da
preti. In particolare quelli che hanno perso familiarità con le cose di chiesa.
In realtà la religione è un fatto sociale
molto più vasto: è la fede vissuta insieme.
In religione si incontra la teologia, a vari
livelli di profondità. La teologia parla con più competenza quando si occupa di
fatti umani che quando ci descrive realtà dell’altro mondo: perché di queste ultime sa poco,
mentre degli esseri umani ha molta esperienza. Essa serve quando si occupa
della società degli umani, in realtà è proprio al servizio della religione come fatto sociale. Se
non fa questo, diventa inutile. Ma in realtà è proprio questo che fa, quindi serve. Quando però la si insegnava ai
più in una versione liofilizzata, in
pillole, nei catechismi di un volta, questo non emergeva. Quindi poi
il fedele, crescendo, non sapeva che farsene della religione, se non come
scenografia per gli eventi importanti della vita sociale: nascite, iniziazione
alla vita sociale, matrimoni, morti. E, a ben vedere, questi sono tutte
occasioni sociali.
La religione, separata dalla società in cui è
immersa e che la esprime, diventa medicina
dell’anima e, ridotta a questo, è inutile perché non funziona, è pura
illusione e fantasia. Ma questo è meno evidente di quando addirittura la si
vuole utilizzare come medicina del corpo,
nella religione dei miracoli.
Che ci dice la religione sulla società che
sia così importante? Innanzi tutto rende possibile incontrarsi pacificamente
tra umani di diverse condizioni ed etnie. E’ tendenzialmente universalizzante,
fa uscire dal piccolo mondo in cui ciascuno è incluso. Ci riesce perché mette
in luce, sulla base dell’esperienza di umanità che ha accumulato nei secoli,
ciò che c’è di comune nella condizione umana e soprattutto che questo è
cruciale per la nostra sopravvivenza in
mezzo a una natura a cui noi esseri
umani, più o meno, siamo indifferenti e in cui vige la legge crudele del più
forte che ammazza e addirittura mangia il più debole. E’ appunto questo il soprannaturale della religione. In religione pensiamo di non
averlo scoperto da noi stessi, ma che ci sia stato rivelato. In effetti, se ci avessimo pensato da noi stessi
probabilmente non ci avremmo creduto. La realtà intorno a noi tende a
disilluderci. E’ perché ce lo dicono persone di cui ci fidiamo, a cominciare
dai nostri genitori, che arriviamo a convincerne. In religione si fanno tanti
sogni: le nostre Scritture ne sono piene. Però poi i sogni rimandano alla
società per averne conferma: da qui nasce il fatto religioso. Finché la fede
rimane sogno non c’è bisogno di religione e lascia il tempo che trova.
Di questi tempi abbiamo imparato a temere
certe manifestazioni omicide della religione. Sono però espressione di una
società impazzita. Anche noi, in Europa, impazzimmo in quel modo: poi decidemmo
che le religioni sono inutili quando ammazzano e ci demmo nuovi statuti. Questo
fece bene alle religioni e alla società ed è all’origine della nostra nuova
Europa, un’esperienza che l’umanità non ha mai fatto prima d’ora e, purtroppo,
un’esperienza minacciata. Il civismo che serve per salvarla non sarà
sufficiente se non avrà anche basi religiose. Perché ci si deve di nuovo
convincere della nostra comune umanità, al di là di ciò che divide.
Detto
questo è chiaro che la religione non è solo cosa da preti. Loro sono al
servizio della religione come fatto sociale. Ma se rimanessero solo loro
significherebbe che la religione è finita, che si sarebbe persa la convinzione,
soprannaturale, della nostra comune umanità. In questo modo le società, con i
mezzi di distruzione di cui ai tempi nostri dispongono, sarebbero votate allo
sterminio. Così, effettivamente, come ci raccontano in religione, è questione
di vita e di morte.
La religione è utile se anima una società e se quest’ultima
la vivifica rinnovandola incessantemente. Questo richiede però anche un civismo religioso, quindi di apprendere
e fare tirocinio di certe cose. Non basta frequentare la chiesa come luogo di spettacoli religiosi. Ma approfondire e
fare ciò che serve è talvolta problematico. Tra gli ebrei contemporanei, come
quelli di ogni tempo della nostra era, è centrale lo studio: questo significa appunto la parola Talmud. Dovremmo imparare da loro. Dove si studia, per apprendere certe cose? In genere in una biblioteca, ciò che appunto in
parrocchia ci è venuta a mancare. Ma lo studio per essere efficace deve essere
sociale: richiede un luogo per apprendere insieme,
ciò che appunto si definisce scuola.
Si definisce scuola anche una corrente di pensiero. E appunto
dovremmo metterci tutti a scuola, nel
senso di riunirci per apprendere, discutere e fare tirocinio di
certe cose. Riunirsi per pregare non basta, anche se spesso è solo questo che
si fa in religione. Riunirsi per parlare solo dei propri guai personali e di
come uscirne non basta: questa è la religione-medicina dell’anima, che non
funziona, quando addirittura non peggiora le cose rinchiudendoci in
sette-prigioni, che con il pretesto di curarci ci incarcerano in universi
piccoli piccoli, in bolle o serre sociali. Allora il confronto con la realtà può
essere traumatizzante.
Essere religiosi significa voler cambiare il
mondo. Lo si può fare solo insieme agli altri e la religione ce lo conferma,
mettendo in luce la nostra comune umanità. Siamo inviati al mondo: ce lo
insegnano in particolare i saggi dell’ultimo Concilio. Hanno sognato un’umanità
trasfigurata in una famiglia globale. E ci hanno sollecitato ad essere attivi:
un appello riproposto con straordinaria forza dal Montini, nel 1967, con l’enciclica
Lo sviluppo dei popoli, e ora anche
dal nostro nuovo vescovo e padre universale nella Laudato si’.
A cambiare il mondo si impara: diffido di
quei politici, apparentemente privi di particolare cultura personale alle
spalle, che sembrano avere una soluzione per tutto. Quando poi li si mette alla
prova, quando si passa dalle chiacchiere ai fatti, la riuscita in genere è
mediocre. Una parrocchia dovrebbe essere il luogo dove si impara a cambiare il
mondo, per migliorarlo naturalmente. E solo in un mondo molto migliorato ci
sarà più spazio per i giovani. Ecco che dunque questo lavoro potrebbe
interessare anche i più giovani. Alla
fine il mondo, fatalmente, cadrà nelle loro mani, la natura vuole così, ancora
non si è scoperto un modo per bloccare il succedersi delle generazioni: come
vogliono che sia? Da adulti tiranneggeranno i più giovani come i giovani di
oggi sono ora tiranneggiati e umiliati? La
comune umanità come condizione di sopravvivenza riguarda anche il legame che c’è
tra giovani e meno giovani o le varie età sono destinate, per natura, a una lotta mortale, come effettivamente accade nel
resto del mondo animale dove ad un certo punto, il più giovane e più forte
ammazza il capo branco anziano?
C’è molto lavoro da fare. Se penso alla stanza
vuota dove un tempo c’era la biblioteca parrocchiale e che ora risuona dell’eco
che appunto c’è nelle case ancora da abitare, prive di mobili e delle cose
quotidiane della vita, mi dico che siamo
ancora appena agli inizi.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte Sacro, Valli
