La grande
storia ci si sta per rovesciare addosso
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| Nel cartello di manifestanti statunitensi si legge: "E' terribile quando gli chiedono dei loro testi sacri [per distinguere chi può entrare e chi no]" |
[dal Manifesto di Ventotene - 1941 - di
Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni]
La caduta dei regimi totalitari
significherà per interi popoli l'avvento della "libertà" sarà scomparso ogni freno ed automaticamente
regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto
conservatore, fino al socialismo e all'anarchia. Credono nella "generazione spontanea" degli avvenimenti e
delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso.
Non vogliono forzare la mano alla "storia" al "popolo" al "proletariato"
o come altro chiamano il loro dio. Auspicano
la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli
imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro
sogni è un'assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più
scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo
debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si
potrà solo mediante una costante opera di convinzione.
I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la
vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua
indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché
superfluo puntino da mettere sulla i. Sono
perciò dirigenti adatti solo nelle
epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso
convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere
ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già
essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente.
La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca,
spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue
leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di
vecchia legalità o sprezzandola, una
quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano
tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni
fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare.
Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non
riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra
loro.
Nel momento in cui occorre la
massima decisione e audacia, i
democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso
popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro
dovere sia di formare quel consenso, e si
presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino
sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento
del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono
una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli
poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille
tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in
tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio
allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso
morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro
prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione
politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni
politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i
vecchi schemi della contrapposizione delle classi.
Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van
ridotti tutti i problemi politici, ha costituito la direttiva fondamentale,
specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza
alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali
della società. Ma si converte in uno
strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di
trasformare l'intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di
classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi
degli altri ceti, oppure aspirano
alla unilaterale dittatura delle loro classe, per realizzare l'utopistica
collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da
una propaganda secolare come il rimedio sovrano di tutti i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su
nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze
progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione,
che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento
proletario.
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In questi giorni la grande storia ci si sta
rovesciando addosso, provenendo da oltre Oceano. Il mondo sta velocemente
cambiando, ma non nel senso che in genere si auspicava. Risorgono i
nazionalismi egoistici e i popoli sono spinti l’uno verso l’altro. Il contesto
internazionale che costituiva l’ambiente considerato dalla dottrina sociale
degli ultimi sessant’anni sta andando in pezzi. Non c’è più fiducia in un ordine internazionale pacifico frutto
di grande istituzioni sovranazionali, ma si pensa che sia meglio trincerarsi
ognuno dietro frontiere sempre più impenetrabili e formare accordi limitati,
tra stato e stato, contro tutti gli altri. In accordo bilaterale il più forte, il più grosso, ha la meglio mentre in una grande istituzione sovranazionale tutti i membri hanno pari dignità e viene perseguito il bene comune. Il mondo fatto di accordi bilaterali sarà regolato dalla legge delle giungla, in cui il più grosso mangia il più debole. La gente, mossa da passioni istintive, primordiali e inconsapevoli crede a chi le propone questo, pensando di guadagnarci. Ma a proporlo sono i più forti: ci rimetteranno i più deboli, la maggioranza, sia all'interno delle società sia nel contesto internazionale. In questo contesto l’attuale nostra
dottrina sociale appare come rivoluzionaria, mentre prima sembrava addirittura
troppo prudente. Da essa si sono già separati importanti settori delle
collettività statunitensi della nostra fede.
Ci si diceva che occorreva prepararsi,
studiare, dialogare, per affrontare qualcosa del genere, e ci accorgiamo che
siamo rimasti indietro e che improvvisamente non c’è più tempo per farlo. La
formazione di base è stata estremamente carente, in particolare per la
comprensione degli eventi sociali. Ci siamo più o meno limitati a briciole di
storia sacra e a inscenare giochi a tema a sfondo religioso, immaginando di
vivere nel primo secolo della nostra era, estraniandoci da essa. Invitati a
smontare frontiere e dogane, ci siamo adeguati, ma da fuori, guardando dentro,
c’è più o meno quello che c’era prima. Cambiare, dopo tanti anni in cui si è
andati in una certa direzione, è difficile. La gente, in particolare i più
giovani, non viene tra noi perché non abbiamo quello che le serve. La fede e
la religione appaiono inutili e, in un certo senso, lo sono realmente. Non ci
si deve perdere d’animo, naturalmente. Ci sono tra noi persone che si spendono
totalmente per cambiare, ma lo scenario è cambiato improvvisamente, troppo
velocemente.
Ciò che intuirono gli autori del Manifesto di Ventotene, che la scarsa
formazione alla democrazia conduce alla svalutazione della democrazia, perché
nelle masse prevalgono passioni tumultuose che le portano verso gli “uomini
forti”, o apparentemente forti, fu ben chiaro fin dall’antichità. I
leader populisti della nostra epoca sarebbero stati definiti demagoghi dai pensatori dell’antica
Grecia, semplici trascinatori di popolo. La dottrina sociale li vorrebbe
invece come formatori e guide
sapienti.
Che fare, in questa situazione?
Nel nostro piccolo mondo di quartiere occorre
continuare l’opera iniziata, cercando di avvicinare di nuovo la gente agli
spazi religiosi e migliorare l’attività di formazione e dialogo. In questo modo
si possono costituire punti di resistenza
e gettare i semi di un movimento che abbia più capacità di incidere sulla
società intorno. E’ ciò che si fece, nell’Azione Cattolica, verso la metà degli
anni ’30 del secolo scorso, in un’altra epoca buia. All’epoca si aveva la
diffidenza delle autorità religiose, oggi è molto diverso e questo aiuterà senz’altro.
La dottrina sociale contemporanea, in particolare da ultimo con l’enciclica Laudato si’, dà un’idea realistica di
ciò che accade e delle soluzioni a cui bisogna puntare. E invita a federarsi
con tutte le altre persone di buona volontà, abbandonando ogni pretesa di
autosufficienza religiosa, per creare un movimento che dalle realtà di
prossimità, la famiglia, il condominio, il quartiere, la parrocchia, si estenda
a livello globale. Ci invita a creare un movimento,
come appunto, dopo aver scritto il Manifesto
di Ventotene, fecero i suoi autori.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa
- Roma, Monte Sacro, Valli
