Nuovo
inizio o prosecuzione della costruzione della casa comune?
Ci sono scadenze, come quella della consegna
delle tessere di AC, che sembrano segnare un nuovo inizio nella vita di un
gruppo, come anche, su scala via via più grande, di un’associazione, di una
Chiesa, di una nazione, di un’era storica.
Ci fu, tra il 1962 e il 1965, il Concilio
ecumenico Vaticano 2°, qui a Roma, e presto ci si divise tra coloro che
sottolineavano le novità, che vi furono
e furono molte, e quelli che evidenziavano gli elementi di continuità con le idee e il lavoro del passato.
Questo dibattito finì presto per degenerare in polemica, spingendo le persone a
schierarsi. Sembrò allora che le novità avessero prodotto un pericoloso
disordine e i fautori della continuità
si assunsero il ruolo di difensori di un ordine bimillenario minacciato. Questo
sviluppo interferì pesantemente con quel rinnovamento, spesso indicato con il
termine attenuato di aggiornamento, che era stato al centro dei
lavori di quel concilio. A rinnovarsi doveva
essere la Chiesa, in un modo nuovo di confrontarsi con il mondo intorno a lei.
Si passava dalla polemica ideologica, che aveva caratterizzato l’impostazione
dal Settecento in avanti, in particolare nel duro contrasto con i processi
democratici e con il socialismo, alla condivisione di gioie, speranze,
tristezze e angosce dell’umanità contemporanea: una reale e intima solidarietà
con il genere umano e la sua storia (questo l’inizio di uno dei più importanti
documenti dell’ultimo concilio, la costituzione pastorale La gioia e la speranza, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo). Una delle più notevoli caratteristiche del
movimento che il Concilio Vaticano 2° volle imprimere al lavoro della Chiesa
nella società fu il pressante appello alla collaborazione dei laici, vale a
dire dei fedeli che non sono diaconi, preti e vescovi, né sono inseriti in un
ordine religioso (frati e suore, monaci e monache). L’Azione Cattolica
italiana, dalla fine degli anni ’60, con la riforma attuata sotto la presidenza
di Vittorio Bachelet (dal 1964 al 1973), ha fatto della formazione dei laici
per questo impegno il suo campo principale di attività, accanto agli altri che
storicamente le erano stati propri, vale a dire l’impegno civile per la
promozione dei valori di fede nella società e il sostegno alla vita di fede.
In Italia si esce da un lungo confronto sui
temi politici della riforma delle istituzioni fondamentali dello stato.
Accostando gli insegnamenti contenuti nell’enciclica Laudato si’, di papa
Francesco, diffusa lo scorso anno, se ne poteva comprendere il valore anche
religioso: si trattava infatti di occuparsi della casa comune, che è l’ambiente naturale, urbanistico, sociale,
civile e politico che rende possibile ai nostri giorni la vita di un’umanità
mai così numerosa. Si è capito subìto bene che non si trattava di decidersi per
il Sì o per il No sulla base di impressioni emotive e superficiali, così come
accade in genere in certi concorsi artistici, come il Festival di Sanremo. E’ stato necessario approfondire, informarsi personalmente, cercare un
aiuto dove non si arrivava con le proprie forze, e dialogare confrontando le
rispettive opinioni. La decisione aveva senz'altro un valore religioso, riguardando
questioni di sopravvivenza di una vasta collettività, ma la cultura religiosa non bastava per affrontarla. E’ stato
necessario formarsi prima di decidere.
A questo lavoro serve appunto l’adesione ad un gruppo di Azione Cattolica. Nell’organizzazione
dell’Azione Cattolica, che, strutturata come federazione di gruppi parrocchiali
e diocesani, ha dimensioni nazionali e internazionali, c’è quello che serve per
svolgerlo. Ad esempio, lo scorso anno si è ideato un ciclo per la formazione
alla politica dei più giovani, a livello parrocchiale, diocesano e nazionale, a
cominciare dai piccolissimi: si chiamava A noi la parola!. Si è
insegnato a gestire un Comune, facendone fare tirocinio. Ne potete trovare l’esposizione
alla pagina WEB <http://acr.azionecattolica.it/noi-la-parola>.
Penso che le persone del nostro quartiere si
siano rese conto della necessità di questa specifica formazione, che è, in
particolare, auto-formazione,
attraverso il dialogo. Ma
probabilmente molti non sanno che ciò di cui hanno bisogno c’è già ed è appunto
l’Azione Cattolica. Penso che la gente abbia un’idea un po’ vaga di ciò che è l’Azione
Cattolica. Probabilmente fanno fatica a distinguerla da altre associazioni e
movimenti che animano la vita di fede in Italia. Riprendendo una metafora dell’antico
filosofo greco Platone (vissuto tra il quinto e il quarto secolo dell’era
antica) riproposta recentemente dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel corso del
dibattito sui temi del recente referendum costituzionale, le comunità possono
essere organizzate intorno a pastori o a tessitori.
Nelle prime si segue un pastore, un cammino da lui organizzato. Nelle seconde si creano
rapporti civili e poi, sulla loro base, si costruisce
la casa comune, una città. All’Azione Cattolica si attaglia
meglio l’esempio del costruire una realtà civica. Si costruisce
secondo un progetto ed esso è frutto del pensiero di chi partecipa
al lavoro. Si lavora democraticamente, l’unico metodo per consentire a tutti di
partecipare. Il lavoro in AC è quindi anche tirocinio alla democrazia. Al centro di questo impegno c’è il prendersi cura dell’ambiente naturale,
urbanistico, sociale, civile e politico. Esso è
impregnato di valori di fede, come un biscotto inzuppato nel vino (riprendo
questa immagine da una poesia udita in gioventù, ma della quale non ho mai saputo l’autore),
appunto per quella condivisione di gioie, speranze, tristezze e angosce dell’umanità
contemporanea che caratterizza la vita di fede secondo la visione dei saggi dell’ultimo
Concilio.
E costruendo,
innanzitutto progettando, ci si rende facilmente conto che non si riparte mai veramente da
capo, che ogni nuovo inizio è in realtà una prosecuzione di un lavoro
comune. Questo è talvolta tanto difficile da accettare negli ambienti di
fede. Ma è la base perché il lavoro di costruttori sia valido: consente infatti
di imparare dagli errori del passato. A volte invece sembra che tutto ciò che c’è
stato tra i primi tempi, tra i tempi apostolici, dal primo secolo della nostra
era, e i nostri tempi sia senza valore, che si possa disinvoltamente ripartire per nuovi cammini
disinteressandosi a tutto ciò che c’è stato in mezzo, alla lunga e travagliata storia che ci ha prodotti come società. Così poi si finisce per
ripetere all’infinito gli stessi sbagli del passato, ad esempio le stesse
intolleranti divisioni e incomprensioni, la stessa presunzione di bastare a sé
stessi. In Azione Cattolica non facciamo così: ad esempio quest’anno facciamo
memoria della lunga storia associativa che dura da 150 anni, in un percorso non
lineare, ma con molte svolte, non di rado drammatiche, dure, specialmente a
cavallo tra Ottocento e Novecento, attraverso le quali però complessivamente si è
cresciuti, costruendo realtà nuove.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli