Critica
sociale, fede religiosa e azione sociale: sviluppi nella dottrina sociale
La dottrina sociale fin dall’origine ha
espresso anche una marcata critica sociale. Il primo documento del genere
dell’era contemporanea viene considerata l’enciclica Le novità, diffusa nel 1891 dal papa Gioacchino Pecci ed era in
polemica con il socialismo. Considerava necessarie le diseguaglianze sociali,
quelle che nell’enciclica Laudato si’ vengono
definite con il neologismo inequità,
vale a dire diseguaglianze ingiuste. Leggiamo infatti nel documento del Pecci:
1 - Necessità delle ineguaglianze sociali e del
lavoro faticoso
14. Si stabilisca dunque in primo
luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria
dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano,
è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce
inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non
tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le
forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la
differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati
che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie
e di uffici diversi, e l'impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare
tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l'uomo nello stato
medesimo d'innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che
allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell'animo, lo impose
poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità,
secondo quell'oracolo divino: Sia
maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni
della tua vita (Gen 3,17).
Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure,
difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si
voglia o no, accompagnano l'uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque
il retaggio dell'uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v'è forza né
arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di
poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di
pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che
conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le
cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il
rimedio ai mali.
L’enciclica Le novità non è stata il primo documento della dottrina
sociale, che si è sviluppata fin dalle
origini e in modo sempre più imponente man mano che, dal Quarto secolo della
nostra era, cresceva la rilevanza politica della nostra fede (questa non è
stata una caratteristica solo dell’Islam)
e la conseguente potenza politica dell’apparato religioso.
Nell’Ottocento troviamo un
altro importante documento della dottrina sociale, quello definito Sillabo (=elenco, dalla prima parola dell’espressione Elenco dei principali errori della nostra epoca), allegato
all’enciclica Con quanta cura (e
pastorale vigilanza), diffusa nel 1864 dal papa Giovanni Maria Mastai
Ferretti, nel quale si condannavano alcune delle principali idee del
liberalismo, tra le quali la libertà di coscienza in materia religiosa,
inserita tra le mostruose, false e
perverse opinioni. Lo potete leggere
alla pagina WEB
https://w2.vatican.va/content/pius-ix/it/documents/epistola-encyclica-quanta-cura-8-decembris-1864.html
L’enciclica Le novità segna però
l’inizio di un nuovo filone della dottrina sociale, nel quale, criticando principalmente il
socialismo, se ne recepiscono alcune idee di giustizia sociale. In uno sviluppo
durato più di un secolo, si è arrivati quindi a ribaltare la posizione del
magistero sulle diseguaglianze sociali, che ora vengono definite non solo ingiuste, ma anche peccaminose dal punto di
vista religioso. I ragionamenti sulle
cause sociali delle diseguaglianze ingiuste sono stati molto approfonditi nel
magistero del papa Karol Wojtyla, in particolare a partire dall’esortazione
apostolica post-sinodale Riconciliazione
è penitenza, del 1984), e
dall’enciclica La sollecitudine sociale
(della Chiesa), diffusa nel 1987.
Sono documenti che potete leggere sul Web ai seguenti indirizzi:
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_exhortations/documents/hf_jp-ii_exh_02121984_reconciliatio-et-paenitentia.html
http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_30121987_sollicitudo-rei-socialis.html
Nella discussione
dell’assemblea del Sinodo dei vescovi del 1983 emerse la discussione sui peccati sociali, vale a dire quelli che riguardano i rapporti
sociali e dipendono anche dall’organizzazione delle società, con le loro strutture sociali, ad esempio i peccati contro la giustizia nei
rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla comunità, sia ancora
dalla comunità alla persona, quelli contro i diritti della persona umana, a
cominciare dal diritto alla vita, non esclusa quella del nascituro, o contro
l'integrità fisica di qualcuno; ogni peccato contro la libertà altrui,
specialmente contro la suprema libertà di credere in Dio e di adorarlo; ogni
peccato contro la dignità e l'onore del prossimo, ogni peccato contro il bene
comune e contro le sue esigenze, in tutta l'ampia sfera dei diritti e dei
doveri dei cittadini, quelli dei dirigenti politici, economici, sindacali, che,
pur potendolo, non s'impegnano con saggezza nel miglioramento o nella
trasformazione della società secondo le esigenze e le possibilità del momento
storico, quelli dei lavoratori, che vengono meno ai loro doveri di presenza e
di collaborazione, perché le aziende possano continuare a procurare il
benessere a loro stessi, alle loro famiglie, all'intera società, e infine
quelli che si manifestano nei rapporti
tra le varie comunità umane.
Nell’esortazione
post-sinodale Riconciliazione e penitenza
ci si preoccupò che l’idea di peccato sociale non andasse a sminuire
la responsabilità delle persone per il peccato
personale, osservando che, anche denunciando come peccati sociali certe situazioni o certi
comportamenti collettivi di gruppi sociali più o meno vasti, o addirittura di
intere nazioni e blocchi di nazioni, si dovesse avere consapevolezza che anche
in tali casi il peccato sociale deriva
dall'accumulazione e dalla concentrazione di molti peccati personali. Si tratta
infatti dei personalissimi peccati di
chi genera o favorisce l'iniquità o la sfrutta. Tuttavia il discorso venne
ripreso e sviluppato molto nella successiva enciclica La sollecitudine sociale, introducendo il concetto di strutture di peccato, vale a dire la somma dei fattori sociali negativi, derivanti in particolare
dall’organizzazione civile e politica delle società, che agiscono in senso
contrario a una vera coscienza del bene comune universale e all'esigenza di
favorirlo, orientando le persone verso il peccato sociale. Esse, rafforzandosi
e diffondendosi, diventano sorgente di
altri peccati, condizionando la condotta degli uomini. Negli anni ’80 si viveva
ancora, in particolare in Europa in un mondo diviso in blocchi politici con
ideologie molto marcate, quello degli stati con organizzazione dell’economia capitalista
e quello degli stati con organizzazione
dell’economia socialista. Wojtyla nell’enciclica citata ne parlò come di
due forme diverse di imperialismo, di
ostacoli da superare in quanto caratterizzate da strutture di peccato, in
particolare mediante decisioni di ordine politico, orientate da determinazioni essenzialmente morali, le
quali, per i credenti, specie se cristiani, si devono ispirare ai principi
della fede con l'aiuto della grazia divina. Questa impostazione aprì la strada
ad una critica sociale molto più ampia che nel passato, diretta in particolare
ad una riorganizzazione sociale e politica che negli anni ’80 si palesò sempre
più urgente soprattutto per la crisi terminale, intuita da pochi ma molto
chiaramente dal Wojtyla, dell’imperialismo sovietico, e quindi della metà
orientale dell’Europa di allora. Questi ragionamenti sfociarono in uno dei più
grandi e innovativi documenti della dottrina sociale, vale a dire l’enciclica Il Centenario, diffusa dal Wojtyla nel
1991 in occasione del centenario dall’enciclica Le novità, nel quale, tra l’altro, è contenuta per la prima volta
l’accettazione incondizionata della democrazia come unico sistema politico
rispettoso della dignità umana. Questo filone del magistero conteneva anche un
forte appello al laicato di fede all’impegno sociale, richiamandosi al
precedente dell’enciclica Lo sviluppo dei
popoli, diffusa nel 1967 dal papa Giovanni Battista Montini. Critica
sociale e azione sociale dovevano andare di pari passo, in questo recependo
l’insegnamento del socialismo storico. Questo pur considerando che il Wojtyla,
formatosi da capo religioso nell’ambiente del totalitarismo comunista polacco,
fu sempre marcatamente anti-socialista, nel filone della prima dottrina sociale
ottocentesca.
Grosso modo si possono distinguere queste fasi
nella critica sociale espressa dalla nostra dottrina sociale:
- dal Quarto
secolo e per tutto il primo millennio della nostra era: consolidamento dell’affermazione
della nostra fede come ideologia politica prevalente tra i popoli intorno al
Mediterraneo e poi anche nel nord Europa e lotta di stato contro i dissenzienti
teologici e religiosi, dall’Ottavo secolo affermazione progressiva del papato
romano come principato vassallo degli imperatori germanici in polemica con l’imperatore
bizantino;
- nel secondo
millennio e fino al Settecento: consolidamento della posizione del papato
romano, come impero religioso feudale, nei confronti dell’impero germanico, dei nascenti stati nazionali europei, e dell’impero bizantino fino alla metà del Quattrocento,
nonché nei confronti della società civile, mediante un esteso e pervasivo
sistema poliziesco-giudiziario;
- dal Settecento e
fino al Concilio Vaticano 2° (1962-1965): polemica del papato contro
liberalismo, democrazia, socialismo, e stati costruiti su queste ideologie, con
sollevazione crescente delle masse cattoliche utilizzate come corpo politico in
difesa del papato;
- dal Concilio
Vaticano 2°: critica ideologica e politica basata su principi religiosi di giustizia
sociale con coinvolgimento attivo delle massa cattoliche nei processi
democratici, per determinare politiche per il rivolgimento delle strutture
sociali di peccato: processi di riforma religiosa e sociale che coinvolgono
anche ruolo, funzioni e poteri del papato romano.
Fino all’enciclica Laudato si’ la critica sociale su base religiosa espressa dalla
dottrina sociale era caratterizzata dalla pretesa di autosufficienza: si
riteneva sostanzialmente che nelle Scritture e nelle tradizione teologica vi
fosse tutto ciò che occorreva per proclamare giusti principi di organizzazione
sociale e questo nonostante i sempre più estesi riferimenti alla situazione
storica e sociale e all’impiego di nozioni tratte dalle scienze sociali. L’enciclica
Laudato si’ è invece
caratterizzata da un’analisi che parte dalle considerazioni delle scienze
naturali e sociali, applicandovi poi i ragionamenti teologici della nostra
fede. Questo metodo in particolare è
evidenziato dalla menzione di due autori: il filosofo e teologo tedesco Romano
Guardini (1885-1968), e in particolare del suo lavoro dal titolo La fine dell’epoca moderna, del 1965, e dello scienziato teologo
gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Ciò crea una base per un’ampia
condivisione, anche al di là degli ambienti religiosi, degli impegni sociali e politici conseguenti,
la base per un dialogo con tutti per cercare insieme cammini di
liberazione [Laudato si’, 64].
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli