martedì 1 novembre 2016

La Terza Repubblica del partito maggioritario

La Terza Repubblica del partito maggioritario

   La Terza Repubblica, quella che verrà dopo l’attuale fase di transizione dal sistema bipolare  dell’alternanza tra coalizioni di opposti orientamenti, sarà caratterizzata dal dominio di un partito maggioritario. Questo però non è scritto nella riforma costituzionale sulla quale decideremo nel  referendum del prossimo 4 dicembre. E’ un effetto combinato di quella riforma  e  della nuova legge elettorale per la Camera dei Deputati. E’ un peccato che i teorici della riforma costituzionale non abbiano inserito nella revisione costituzionale qualcosa su questo effetto istituzionale, in modo che i cittadini potessero pronunciarsi in merito.
 Il nuovo Parlamento rimane bicamerale, ma con una delle sue Camere predominante: la Camera dei deputati. In questa Camera, per effetto della  sua nuova legge elettorale, un solo partito  avrà, comunque, per effetto di un premio di maggioranza, la maggioranza assoluta, vale a dire più della metà dei deputati, 340 deputati su 630. Questo non era mai avvenuto nella storia della Repubblica democratica.
  La Camera dei deputati eserciterà poi la supremazia statale sulle Regioni. Con quella maggioranza assoluta potrà superare l’opposizione del Senato in quella materia.
 Per l’elezione del Presidente della Repubblica da parte del Parlamento in seduta comune (che sarà composto solo dai deputati e dai senatori) la riforma prevede che dal settimo scrutinio sia sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti. E’ stato osservato che questo potrebbe abbassare molto il numero di voti necessario per l’elezione, fino a 220, se si tiene conto che le delibere saranno valide se sarà presente la maggioranza, la metà più uno, dei componenti (per quanto è difficilmente pensabile che in un’occasione politica così importante ci sia una rilevante diserzione dei parlamentari). In queste votazioni il Senato conterà molto meno che nel passato, perché avrà meno di un terzo dei membri attuali. Non sono più previsti delegati regionali, perché sarà il nuovo Senato ad esprimere le autonomie locali.  Il partito maggioritario in questa elezione disporrà di 340 voti alla Camera dei Deputati e probabilmente di una cinquantina al Senato, a seconda delle Regioni che controllerà: in totale circa 390 voti. Gli mancheranno solo una cinquantina di voti per eleggere un proprio  presidente alla quarta votazione, quando saranno necessari i tre quinti dei componenti dell’assemblea, e ancora meno dalla settima. Un obiettivo non difficile da raggiungere se si considera l’elevato trasformismo  che ha caratterizzato le ultime legislature, con parlamentari che cambiavano di schieramento con una certa disinvoltura. Con un proprio  Presidente della Repubblica il partito maggioritario, che controllerà sostanzialmente il Parlamento, potrà affrancarsi dall’autorità morale dell’istituzione che, nella fase di transizione che stiamo vivendo, iniziata nell’autunno 2011, gli aveva dato un sovrappiù di legittimazione, ma ne aveva anche condizionato le strategie politiche.
  Ma vi è di più: l’intera Costituzione, molto più di ora, sarà nelle mani del partito maggioritario. Già ora la riforma costituzionale in decisione nel referendum è stata approvata a colpi di maggioranza parlamentare, da una coalizione parlamentare ben determinata a farlo. Ma in futuro, rimosso l’ostacolo che in passato aveva costituito il Senato con la sua maggioranza asimmetrica rispetto a quella della Camera dei deputati, l’iniziativa di revisione costituzionale di quel partito  maggioritario avrà ancora meno ostacoli, tenendo presente che esso, a causa dei sistemi elettorali regionali che prevedono premi di maggioranza, potrebbe controllare molte Regioni e quindi esprimere anche la maggioranza dei senatori. Infatti, nonostante diversi specialisti di diritto pubblico lo richiedessero, non è stato modificato il primo comma dell’art.138 della Costituzione, che prevede che le leggi di revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali siano approvate  a maggioranza assoluta  dei  componenti di ciascuna camera, per mettere al sicuro la Costituzione dagli effetti dei premi di maggioranza parlamentare richiedendo invece maggioranze più elevate per modificare la Costituzione.
 Quale sarà il partito maggioritario  che inaugurerà la Terza Repubblica? Difficile prevederlo, stando agli attuali sondaggi. Ognuno, in cuor suo, pensa, spera, che sia il proprio, ma non è detto. Prudenzialmente sarebbe meglio ragionare come se fosse quello che gli si oppone.
 E poi: ci sarà ancora l’alternanza  tra partiti maggioritari, come quella che si è prodotta tra coalizioni  di partiti tra il 1994 e il 2011? Anche questo è difficile prevederlo. Non è scontato. Perché un partito maggioritario  tenderà a rimanerlo, quindi a produrre strategie di governo che consolidino il suo potere politico. In una coalizione  questo, in passato, si è rivelato più difficile. Ma in un solo partito…
  Ma, si può osservare, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti d’America non è così che si governa, con partiti maggioritari? E’ vero, ma è tutta questione di pesi  e di  contrappesi, ciò che appunti distingue una democrazia, il governo di tutti, da una oligarchia, il governo di pochi. Il  Presidente degli Stati Uniti d’America, il quale, per ora, è considerato la persona più potente del mondo, ha subito molte limitazioni al suo grande potere, ad esempio ad opera del Senato federale, della Corte Suprema, delle stesse autonomie degli stati federati. E’ stato osservato che, nel quadro della riforma, questi contrappesi  al potere dell’esecutivo sono troppo deboli, ad esempio con una Corte Costituzionale in cui la componente di origine parlamentare potrebbe diventare  di orientamento esclusivamente filogovernativo, come anche quella di origine presidenziale, se riuscisse al partito maggioritario  di nominare un proprio  Presidente della Repubblica.
 Mi pare di poter concludere così:  nel prossimo referendum costituzionale non  è questione solo di modifiche di dettaglio, per rimuovere inefficienze e lungaggini del sistema e per ridurre i costi  della politica, ma si tratta di decidere se inaugurare una Terza Repubblica, un sistema istituzionale veramente nuovo, come non c’è mai stato finora nell’Italia della Repubblica democratica.
  Naturalmente le nuove regole delle istituzioni fornirebbero solo delle opportunità  ai volenterosi, non è detto che vengano colte. Per il passaggio di fase alla Terza Repubblica occorre un altro ingrediente: un gruppo di persone, una squadra di governo, che sfruttino certe opportunità. Di fatto, però,  aperta una strada,  è possibile che ci sia chi abbia cuore di percorrerla.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli