La Terza Repubblica del partito maggioritario
La Terza Repubblica, quella che verrà dopo l’attuale
fase di transizione dal sistema bipolare dell’alternanza tra coalizioni di opposti orientamenti, sarà caratterizzata dal dominio
di un partito maggioritario. Questo
però non è scritto nella riforma costituzionale sulla quale decideremo nel referendum del prossimo 4 dicembre. E’ un
effetto combinato di quella riforma e della nuova legge elettorale per la Camera dei
Deputati. E’ un peccato che i teorici della riforma costituzionale non abbiano
inserito nella revisione costituzionale qualcosa su questo effetto
istituzionale, in modo che i cittadini potessero pronunciarsi in merito.
Il nuovo Parlamento rimane bicamerale, ma con
una delle sue Camere predominante: la Camera dei deputati. In questa Camera,
per effetto della sua nuova legge
elettorale, un solo partito avrà, comunque, per effetto di un premio di maggioranza, la maggioranza assoluta, vale a dire più della metà dei
deputati, 340 deputati su 630. Questo non
era mai avvenuto nella storia della Repubblica democratica.
La Camera dei deputati eserciterà poi la
supremazia statale sulle Regioni. Con quella maggioranza assoluta potrà
superare l’opposizione del Senato in quella materia.
Per l’elezione del Presidente della Repubblica
da parte del Parlamento in seduta comune (che sarà composto solo dai deputati e
dai senatori) la riforma prevede che dal settimo scrutinio sia sufficiente la
maggioranza dei tre quinti dei votanti.
E’ stato osservato che questo potrebbe abbassare molto il numero di voti
necessario per l’elezione, fino a 220, se si tiene conto che le delibere saranno
valide se sarà presente la maggioranza, la metà più uno, dei componenti (per quanto è
difficilmente pensabile che in un’occasione politica così importante ci sia una
rilevante diserzione dei parlamentari). In queste votazioni il Senato conterà
molto meno che nel passato, perché avrà meno di un terzo dei membri attuali.
Non sono più previsti delegati regionali, perché sarà il nuovo Senato ad
esprimere le autonomie locali. Il partito maggioritario in questa elezione disporrà di 340 voti alla Camera
dei Deputati e probabilmente di una cinquantina al Senato, a seconda delle
Regioni che controllerà: in totale circa 390 voti. Gli mancheranno solo una
cinquantina di voti per eleggere un proprio
presidente alla quarta votazione,
quando saranno necessari i tre quinti dei componenti dell’assemblea, e ancora
meno dalla settima. Un obiettivo non difficile da raggiungere se si considera l’elevato
trasformismo che ha caratterizzato le ultime legislature,
con parlamentari che cambiavano di schieramento con una certa disinvoltura. Con
un proprio Presidente della Repubblica il partito maggioritario, che controllerà
sostanzialmente il Parlamento, potrà affrancarsi dall’autorità morale dell’istituzione
che, nella fase di transizione che stiamo vivendo, iniziata nell’autunno 2011,
gli aveva dato un sovrappiù di legittimazione, ma ne aveva anche condizionato
le strategie politiche.
Ma vi è di più: l’intera Costituzione, molto
più di ora, sarà nelle mani del partito
maggioritario. Già ora la riforma costituzionale in decisione nel
referendum è stata approvata a colpi di maggioranza parlamentare, da una coalizione parlamentare ben determinata
a farlo. Ma in futuro, rimosso l’ostacolo che in passato aveva costituito il
Senato con la sua maggioranza asimmetrica rispetto a quella della Camera dei
deputati, l’iniziativa di revisione costituzionale di quel partito maggioritario avrà ancora meno ostacoli,
tenendo presente che esso, a causa dei sistemi elettorali regionali che
prevedono premi di maggioranza, potrebbe controllare molte Regioni e quindi
esprimere anche la maggioranza dei senatori. Infatti, nonostante diversi
specialisti di diritto pubblico lo richiedessero, non è stato modificato il
primo comma dell’art.138 della Costituzione, che prevede che le leggi di
revisione costituzionale e le altre leggi costituzionali siano approvate a maggioranza
assoluta dei componenti di ciascuna camera, per mettere al
sicuro la Costituzione dagli effetti dei premi di maggioranza parlamentare richiedendo
invece maggioranze più elevate per modificare la Costituzione.
Quale sarà il partito maggioritario che
inaugurerà la Terza Repubblica?
Difficile prevederlo, stando agli attuali sondaggi. Ognuno, in cuor suo, pensa,
spera, che sia il proprio, ma non è detto. Prudenzialmente sarebbe meglio
ragionare come se fosse quello che gli si oppone.
E poi: ci sarà ancora l’alternanza tra partiti maggioritari, come quella che si
è prodotta tra coalizioni di partiti tra il 1994 e il 2011? Anche questo
è difficile prevederlo. Non è scontato. Perché un partito maggioritario tenderà a rimanerlo, quindi a produrre
strategie di governo che consolidino il suo potere politico. In una coalizione questo, in passato, si è rivelato più
difficile. Ma in un solo partito…
Ma, si può osservare, in Gran Bretagna e negli
Stati Uniti d’America non è così che si governa, con partiti maggioritari? E’ vero, ma è tutta questione di pesi e di contrappesi, ciò che appunti distingue una
democrazia, il governo di tutti, da una oligarchia, il governo di pochi.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America,
il quale, per ora, è considerato la persona più potente del mondo, ha subito
molte limitazioni al suo grande potere, ad esempio ad opera del Senato
federale, della Corte Suprema, delle stesse autonomie degli stati federati. E’
stato osservato che, nel quadro della riforma, questi contrappesi al potere dell’esecutivo
sono troppo deboli, ad esempio con una Corte Costituzionale in cui la
componente di origine parlamentare potrebbe diventare di orientamento esclusivamente
filogovernativo, come anche quella di origine presidenziale, se riuscisse al partito maggioritario di nominare un proprio Presidente della
Repubblica.
Mi pare di poter concludere così: nel
prossimo referendum costituzionale non è
questione solo di modifiche di dettaglio, per rimuovere inefficienze e
lungaggini del sistema e per ridurre i costi della politica, ma si tratta di
decidere se inaugurare una Terza Repubblica, un sistema istituzionale veramente
nuovo, come non c’è mai stato finora nell’Italia della Repubblica democratica.
Naturalmente le nuove regole delle istituzioni
fornirebbero solo delle opportunità ai volenterosi, non è detto che vengano colte.
Per il passaggio di fase alla Terza Repubblica occorre un altro ingrediente: un
gruppo di persone, una squadra di governo, che sfruttino certe opportunità. Di
fatto, però, aperta una strada, è possibile che ci sia chi abbia cuore di
percorrerla.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli