Informazione e
propaganda: sui temi della riforma costituzionale manca la prima
Esclusi gli addetti ai lavori, ad esempio i professori e gli studenti di
diritto, gli avvocati e alcuni funzionari pubblici, la gran parte della gente
non conosce ancora, a meno di due mesi dal referendum costituzionale, la
riforma costituzionale sulla quale dovranno decidere tracciando un SI’ o un NO
sulla scheda che sarà loro consegnata alle urne. Come lo so? Ho un riscontro
pratico: quando cerco di spiegare la riforma, faccio prima qualche domanda sui
suoi temi ed è raro ottenere una risposta corretta.
Sui mezzi di comunicazione di massa infuria, e questo verbo dà un’idea
precisa del clima, la propaganda per il referendum costituzionale. Vale a dire
che si cerca di tirare i cittadini dalla propria parte: i fautori del
referendum mettendo in luce i propositi della riforma, ad esempio la riduzione
delle spese mediante la riduzione dei senatori e l’abolizione del Consiglio
Nazionale dell’Economia e del Lavoro - CNEL; gli avversari della riforma
spiegando i loro timori sugli effetti
negativi sugli effetti della riforma. Ma chi spiega il contenuto della riforma?
Ecco, questa che sarebbe informazione, è molto carente. Non se ne
occupa, in particolare, l’ente radiotelevisivo di stato. Certo, come le altri
emittenti, manda in onda tribune referendarie, vale a dire trasmissioni dove studiosi e politici di opposti
schieramenti si confrontano tra loro, con giornalisti o con il pubblico, ma non
ha programmato una informazione sistematica sui temi del referendum. Pochi
stanno veramente facendo informazione sistematica. In genere si propone propaganda. In questo modo però i
cittadini non sono messi in condizione di scegliere consapevolmente, perché:
-non basta conoscere gli scopi della
riforma;
-non basta conoscere i
timori degli avversari della riforma;
occorrerebbe prima conoscere
la riforma.
Negli anni ’60, a fronte di
un analfabetismo ancora molto diffuso nella popolazione soprattutto tra le
fasce degli adulti, l’ente radiotelevisivo di stato programmò sistematicamente
dei corsi di istruzione elementare in televisione affidandoli al maestro
elementare Alberto Manzi. La rubrica si chiamava Non è mai troppo tardi. Io la ricordo perché guardavo quelle
trasmissioni. Non riguardavano solo il leggere e lo scrivere e il far di conto,
ma si parlava anche di un po’ di educazione civica. Conoscere, in effetti, è la
base della cittadinanza consapevole. Ora, di fronte ai temi del prossimo
referendum, penso che la maggior parte degli italiani chiamati al voto sia un
po’ nella condizione degli analfabeti a cui si rivolgeva Non è mai troppo tardi, ma pochi si occupano veramente di un’istruzione
popolare. Ognuno dovrebbe fare da sé, ad
esempio comprando uno dei libri che sono usciti sul tema. Ma quanti l’hanno
fatto, quanti lo faranno? Mancano meno di due mesi al referendum. Tra un po’
potrebbe essere troppo tardi. Allora,
molti probabilmente decideranno in base a quanto sentiranno nell’ultima
settimana prima del referendum, quando veramente si farà solo propaganda. O addirittura, emotivamente,
il giorno stesso del referendum. Gli esperti di sondaggi demoscopici avvertono
che il tempo meteorologico influenza il voto. Il giorno dell’elezione piove e
molta gente si sente più triste? Questo si rifletterà sui risultati elettorali.
In questo modo, però, con un voto non realmente consapevole, coloro che
andranno a votare si assumeranno la responsabilità storica di una riforma che
potrebbe effettivamente cambiare l’Italia, decidendo praticamente ad occhi
chiusi. Che cosa succederebbe se adottassimo lo stesso criterio guidando un’automobile?
Per prendere la patente di guida si fanno degli esami, per verificare se il
candidato conosce il codice della strada, il funzionamento del motore, ha
requisiti psicofisici minimi e, soprattutto, sa guidare una macchina. Guidare
un’automobile è un’attività molto meno importante del voto ad un referendum
costituzionale: si può vivere bene anche senza guidare, ma non si vive bene con
una cattiva Costituzione.
Propongo di seguito alcuni esempi per spiegare
un esempio di come dovrebbe svolgersi un confronto informato tra sostenitori
del SI’ e del NO, vale a dire la
differenza tra informazione e propaganda.
I fautori del referendum sostengono che riducendo il numero dei senatori
da 315 a 95 e privandoli dello stipendio si spenderà di meno. E questo è
credibile.
Gli avversari della riforma replicano:
- quando si
tratta di occuparsi degli affari fondamentali dello stato, vale a dire di ciò
da cui dipende il benessere e la felicità di tutti, è giusto risparmiare?
- anche volendo ridurre il numero dei
senatori, perché non continuare a farli eleggere direttamente dai cittadini e
farli invece scegliere dai consiglieri regionali, vale a dire da una classe
politica locale, e tra gli stessi consiglieri regionali e i sindaci? In questo
modo è possibile che i politici, in particolare quelli selezionati per un
lavoro locale, conteranno di più e i cittadini di meno.
I fautori della riforma rispondono che
è proprio perché i senatori saranno, e in primo luogo, anche consiglieri regionali e sindaci che si è
potuto decidere di non dar loro uno stipendio, stabilendo che debbano
accontentarsi di quello che prendono per le loro cariche locali.
Gli avversari della riforma, allora,
osservano, che i risparmi fatti con le nuove norme, che si stimano intorno al
10% della spesa attuale (infatti il Senato non viene abolito), non sono sufficienti per giustificare l’esclusione dei cittadini
dalla scelta dei senatori: si spenderà di meno, ma si avrà anche di
meno, anzi molto di meno, troppo di meno secondo alcuni.
I fautori della riforma, però, osservano che
nella legge di riforma c’è un comma del nuovo articolo 57 della Costituzione
che prevede che la scelta dei senatori tra i consiglieri regionali si faccia in
conformità delle scelte dei cittadini, fatte al momento delle elezioni per il rinnovo
dei Consigli regionali.
Chi è per il NO replica che è difficile
immaginare come si farà a far contare le scelte dei cittadini, visto che,
secondo la riforma, i senatori saranno eletti dai consiglieri regionali, e poi
che, comunque, le scelte dei cittadini al momento delle elezioni regionali non
potranno dare indicazioni sulla scelta dei senatori tra i sindaci, e i
senatori-sindaci saranno ben 21 sui 95 eletti. Tutto è comunque rinviato a una
futura legge ordinaria: sarebbe stato meglio inserire indicazioni più precise
nella Costituzione. Non è prudente far dipendere gli effetti di una norma
costituzionale da una legge ordinaria.
I fautori della riforma inseriscono tra i benefici del nuovo Parlamento
il fatto che le due Camere, la Camera dei deputati e il Senato, non faranno più
le stesse cose.
I sostenitori del NO replicano che non è così in quanto:
-il nuovo Senato
potrà fare meno tipi di leggi della Camera dei deputati, ma le leggi che farà
le potrà fare solo insieme alla Camera dei deputati e saranno la maggior parte
delle leggi, comprendendo, oltre alle leggi costituzionali, quelle di
attuazione della normativa europea;
- il nuovo
Senato continuerà ad occuparsi anche delle leggi che saranno approvate solo
dalla Camera dei deputati, potendo proporle e proporre modifiche a quella già
approvate.
In definitiva le due Camere
continueranno ad occuparsi delle stesse cose. In particolare non ci saranno
leggi che una Camera potrà fare senza il concorso o, comunque, l’interlocuzione
con l’altra Camera. E, in particolare, il Senato non potrà approvare da solo,
in via definitiva, alcuna legge.
I fautori della riforma sostengono che, con le nuove norme, non avverrà
più che Camera dei deputati e Senato si blocchino a vicenda essendo dominati
ciascuno da maggioranze parlamentari diverse.
I sostenitori del NO rispondono che non è prevedibile che effettivamente quel problema sia risolto. Infatti, mentre la Camera dei deputati continuerà a rinnovarsi ogni
cinque anni, il Senato non avrà più una scadenza e si rinnoverà continuamente e
parzialmente ogni volta che, scadendo i Consigli regionali che avranno eletto i
senatori, decadranno anche i senatori eletti dai consigli uscenti. Quindi è
prevedibile che, nel caso di tempeste
politiche come quelle che portarono alle elezioni del 2013 a un notevole
ricambio del ceto parlamentare, i cambiamenti si riflettano prima su una Camera
e poi sull’altra, e al Senato più lentamente che alla Camera dei deputati.
Quindi è ancora prevedibile che alla Camera e al Senato possano crearsi
maggioranze parlamentari diverse: questo si rifletterà sull’approvazione delle
leggi che ancora le due Camere dovranno deliberare collettivamente, rendendola più difficile in considerazione delle diverse maggioranze parlamentari nelle due Camere. Con l’aggravante
che il Presidente della Repubblica non potrà più sciogliere il Senato, ma solo
la Camera di deputati.
Senza vera informazione non c’è una
decisione consapevole, vale a dire libera.
La verità rende liberi, è scritto. Ma se una persona non è messa in condizione
di conoscere? Allora quello che dovrebbe essere un esercizio della sovranità
popolare, quindi di libertà, la partecipazione di tutti i cittadini al governo della Repubblica,
si trasforma nel suo contrario, vale a dire nel seguire in modo fideistico il capo politico di
riferimento, accettando da lui una bella cambiale in bianco che non si sa se
potrà mai onorare. Ma il referendum di dicembre non si farà per scegliere il
capo politico a cui consegnare le sorti dell’Italia, ma per decidere come
cambiare 50 articoli della Costituzione e 3 leggi costituzionale, vale a dire l’ordinamento
delle istituzioni fondamentali della Repubblica. La fiducia in un capo politico
conta poco o nulla: conta capire come si pensa di far funzionare quelle
istituzioni fondamentali.
Spesso mi sento chiedere, quando spiego i temi
della riforma, se bisogna votare SI’ o NO. Io rispondo che ciascuno deve
rispondere in coscienza da sé, come in tutte le decisioni che implicano un
responsabilità morale, e quella sulla riforma è tra quelle, innanzi tutto conoscendo la riforma e poi vagliando gli argomenti a
favore e contro e cercando di prevedere i risultati dei cambiamenti proposti. Nessuno può scaricarsi della responsabilità
civile del voto referendario facendo riferimento all’autorità di un altro.
Infatti in questa materia lasciarsi ingannare è altamente colpevole.
La cittadinanza politica si esercita a mente ed occhi aperti. Il merito o la
colpa degli effetti della riforma costituzionale sarà comunque tutta nostra,
davanti alla storia nazionale, davanti alle generazioni future.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli