Idee per ripartire
Riprendono le attività parrocchiali dopo la
pausa estiva. Il nuovo parroco sarà
affiancato da tre nuovi sacerdoti giovani: è il segno di un impegno
straordinario della Diocesi per favorire il processo di rinnovamento che è
iniziato l’anno scorso. Insieme a loro vivremo un’esperienza non comune: per
certi versi si tratta infatti di una rifondazione. Penso che si possa essere
ottimisti, pur mantenendo una visione realistica della situazione. Questo
perché il clero parrocchiale ha raggiunto
ormai un numero di sacerdoti sufficiente per indurre un nuovo inizio: costituiscono una squadra di persone con una formazione completa sotto ogni profilo e al passo con i tempi,
in grado di suscitare nel quartiere le energie che servono. I più giovani hanno
le risorse della loro età, l’entusiasmo che spinge a mettersi in gioco,
l’afflato naturale verso i coetanei, quella capacità di avvicinare con
spontaneità gli altri che a volte con il progredire degli anni si perde.
In diversi precedenti interventi ho indicato alcuni aspetti critici
della vita parrocchiale. Più che correggere ciò che c’è, mi pare che vi sia
necessità di creare qualcosa che non c’è, e aggiungo “non c’è più”, perché c’è
stato e poi si è perso. Bisogna fare della parrocchia la casa di tutti, in cui
si pratichi una la capacità di avvicinare cordialmente gli altri, per
beneficiare della loro umanità e venire incontro ai loro problemi. In
particolare questo è necessario nei rapporti con i più giovani, i quali in gran parte vivranno da laici di fede nella
società del loro tempo. Qui si tratta di organizzare una nuova esperienza di
istituzione, in cui possano fare tirocinio di società e di autogoverno. La
democrazia è il metodo con cui i laici di fede propongono anche valori
religiosi ai contemporanei, prendendosi cura della casa comune insieme agli
altri. Una società cordiale ne è il risultato: il luogo dove ognuno si senta a
casa propria, tra amici, dove nessuna sofferenza sia misconosciuta e tutti
imparino ad aver cura di tutti, tenendo conto anche degli altri. Un mondo in
cui l’esercizio dell’autorità sia sempre concepito in forma collettiva, per cui
non sia mai autoritario, e quindi sia legato a una
responsabilità verso i governati e aperto alla loro partecipazione attiva, a
cominciare dalle prime esperienze di società che si fanno in famiglia e a
scuola. E la formazione religiosa non fa eccezione. Anch’essa deve essere
scuola di libertà e di responsabilità, se non vuole essere inutile, nel
migliore dei casi, o addirittura controproducente in termini di umanità. Un
percorso di purificazione della memoria, per imparare dal passato e non
rimanere legati a ciò che ha fatto soffrire e di cui, innanzi tutto, occorre
raggiungere consapevolezza.
La
religione può fare soffrire? Certamente
sì, come qualsiasi altra esperienza sociale. La storia ce lo conferma. Se
consideriamo la storia bimillenaria della nostra fede, la possiamo leggere come
un costante e lunghissimo processo di conversione, di distacco dal male che c’è
anche in religione. E, allora, prima di adottare qualsiasi soluzione tratta dal
passato dobbiamo chiederci se non vi siano controindicazioni per i nostri
tempi. Anche nella vita di fede ci sono stati progressi e, in genere, non mi persuadono
quelli che mi vogliono convincere a ritornare alle origini, perché in esse vedo
il molto male che hanno avuto in sé, ad esempio il male dell’intolleranza
religiosa proprio di quelle origini. Non se ne fu solo vittime.
Sulla facciata della parrocchia abbiamo infisso la lapide che ricorda
l’esperienza tra noi di un sacerdote straordinario, don Nino Miraldi. Fu in
parrocchia, ma poi si spese tra i poveri in Brasile. Nelle sue lettere,
raccolte nel libro Lettere dal Brasile,
EDB, 2009, €24,50, accenna a cose che non andavano qui in Italia, e anche in
parrocchia. Eppure lo vediamo legato da relazioni intense di amicizia con i
connazionali tra i quali aveva svolto il suo ministero. Questi rapporti
cordiali fanno superare ogni difficoltà: è quello che dovremmo ricreare qui in
parrocchia. E sono i giovani che, in genere, inducono a riuscirci. Tra gli
anziani i rapporti si sclerotizzano. Si tagliano i panni addosso alla gente. Si
diffida degli altri. Ad un certo punto non si è più capaci di disarmare. Ecco
dunque la necessità di allargare l’esperienza con i più giovani, di organizzare
una realtà aperta, cordiale. Un tempo, ad esempio negli anni ’70 che io ricordo
abbastanza bene, era questa la realtà che si viveva in parrocchia, catalizzata
da giovani sacerdoti straordinari.
In questo quadro la formazione religiosa è
certamente importante, ma non basta, non esaurisce ciò che serve. Significa che
è necessario non vedere tutto in un’ottica pan-catechetica.
La catechesi non è tutto. La capacità di prendere consapevolezza di ciò che si
muove nella società contemporanea per individuare le vie della fede richiede
anche altro. E’ la direzione indicata nell’enciclica Laudato si’. Non basta avere tra le mani le Scritture per sapere
come condursi. La spiritualità della persona laica, in particolare, deve essere
saldamente ancorata alla società che costituisce l’ambiente della fede. A
volte, sfiduciati della realtà in cui si vive, si matura una spiritualità da
serra e si cerca di riprodurre micromondi artificiali ad ammissione limitata, con
un’ideologia corrispondente. Si tratta di esperienze che per taluni possono
anche essere gratificanti, ma che in genere appaiono inutili per chi voglia
lavorare nella società del nostro tempo in modo da renderla un ambiente
accogliente. Vale a dire, ad esempio, per la maggior parte dei più giovani. E,
soprattutto, generano molto scarto. Ricordiamo il detto secondo cui
è su ciò che è stato scartato che,
paradossalmente, si costruisce la casa comune! Come avviene? Lo si può capire in un’ottica di
fede, con una sguardo soprannaturale. A volte, invece, facciamo troppo conto sulle sicurezze che ci
costruiamo e, in particolare, sui recinti che servono a tener fuori quelli che
non si adattano. Direi che sarebbe un
buon proposito, per cominciare, quello di non
scartare nessuno. Ad esempio finendola di tenere lontani dai sacramenti
quelli che non sembrano sufficientemente
preparati, quelli che non rispondono
ai criteri di serra, ma appunto considerandoli con una mentalità da serra. Distogliere persone dai sacramenti! E’
un’enormità! Bisognerebbe sentirla come una colpa grave, non come un fatto di
cui andare fieri, come si è fatto durante l’ultima audizione in parrocchia
davanti al vescovo ausiliare di settore, elencando come successi la gente che
rinunciava a sposarsi in chiesa e quelli che ammettevamo alla Cresima
solo per misericordia. E’ questo modo
di pensare che i nostri sacerdoti, e innanzi tutto il parroco, sono stati
inviati a correggere. Bisogna che lo facciano con molta decisione.
Bergoglio iniziò il suo ministero tra noi, qui a Roma, invitando a dare
il benservito ai doganieri e smobilitare le dogane
delle quali ci eravamo
circondati. Questo mi trova d’accordo. La
gente del quartiere deve riprendere a considerarsi a casa propria in
parrocchia. Quest’ultima era diventata un’esperienza di nicchia, grazie alla
mentalità che era la casa di chi ci voleva stare, e appunto la gente delle Valli non ci voleva
più stare. Non si tratta tanto, quindi, di curare la casa comune, ma di
costruirla, o meglio: di ricostruirla. Non dimentichiamo mai,
infatti, che la parrocchia non è sempre stata come è diventata dagli anni ’90
in avanti. La casa comune c’era e quindi
la si può restaurare. I lavori sono ancora in corso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
