L’illusione dell’«uomo forte»
C’è sempre, nell’esperienza sociale, la tentazione di affidare la
realizzazione del bene comune all’azione di un “uomo forte”. C’è in politica, come in religione e in tutti gli
altri campi della vita umana in cui certi risultati possono ottenersi solo con
un lavoro collettivo.
Che cos’è il bene comune? Se ne sono date molte definizioni. Si parte
sempre, però, dall’idea che gli esseri umani per essere felici dipendono dagli
altri. La loro felicità dipende dall’ambiente in cui sono inseriti. E non basta
l’appagamento dei bisogni: è esperienza comune che anche i ricchi soffrono.
Tanto più che nell’era contemporanea l’economia delle società più ricche sembra
dipendere dalla creazione incessante di nuovi bisogni e, quindi, su un costante
loro inappagamento. E infatti nelle straricche società occidentali l’esperienza
della gioia, del sentimento di appagamento interiore, è rara. Si può concludere
che viviamo in un ambiente sociale che non favorisce la felicità, che è
difficile da raggiungere nonostante ognuno nella propria vita si sforzi di farlo. Bisognerebbe
introdurre delle modifiche, ma trattandosi lavorare su una società, c'è da fare un lavoro collettivo. Ci siamo però disabituati a svolgerlo: esso è propriamente la politica. Ognuno tende a
fare per sé, a sviluppare una propria idea di società che gli consentirebbe di essere
felice. Così ci sono moltissime idee di società felici, ma poi la società corre
come abbandonata a sé stessa, perché non ci si riesce a mettere d’accordo su come
modificarla. Bisognerebbe infatti tener conto anche delle aspirazioni alla felicità altrui. Ma c’è sempre il sospetto che ciascuno voglia fare solo gli affari
propri. E spesso esso risulta fondato. Così manca la fiducia nel prossimo e
quindi la possibilità di svolgere un lavoro comune. E’ difficile fare unità
dalla molteplicità delle nostre vite. E’ in questo momento che sorge la
tentazione dell’ “uomo forte”: una persona a cui affidare tutte le nostre
speranze e che, con autorità non più contestabile, ponga fine alle discordie e
decida una linea. Trattandosi di una persona sola, sia pure con molta autorità,
pensiamo che sia più facile liberarsene, quando non ci andrà più bene. Nell’immaginazione
comune i molti prevalgono sui singoli. Temiamo di più i molti, per di più
anarchici, senza una forza che li tenga a bada e ci protegga da loro, che la
singola autorità personalizzata. Questo però è un grave errore. Prendendo
consapevolezza della storia dell’umanità possiamo facilmente convincerci che
nulla è più stabile, nelle società umane, dei poteri molto personalizzati, come
erano quelli dei monarchi assoluti che dominarono l’Europa fino al faticoso
emergere delle democrazie, dalla fine del Settecento. O come furono i despoti
sovietici che ho ricordato in un post di due giorni fa: Giuseppe Stalin, Nikita Krusciov, che pure
dichiarò di voler liberare la politica da quello che chiamò il culto della personalità, Leonida Breznev
(del fondatore del comunismo sovietico, Lenin,
non possiamo dire se sarebbe divenuto un despota, perché regnò solo per sette
anni, mentre l’ultimo capo dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov non volle
più essere un despota, ma, a quel punto, il sistema sovietico si dissolse). O,
in Italia, il capo del Governo in epoca fascista, Benito Mussolini, che
chiamammo Duce, il condottiero di un’intera
nazione, un padre della patria, in tutti i sensi il modello a
cui noi italiani pensiamo subito quando parliamo di “uomo forte”. Egli ebbe nelle sue mani l’Italia
per un ventennio. E anche in religione, nella nostra fede, noi facciamo molto
conto su “uomini forti”: le nostre collettività religiose sono infatti
organizzati, almeno formalmente, sotto il potere assoluto di un’unica persona,
la cui autorità è stata storicamente costruita come quella di un imperatore
religioso: questo sistema di governo dura ormai da mille anni.
Nei giorni passati si è evocata, a proposito dei possibili effetti della
riforma costituzionale che tra poco sarà oggetto di un referendum, l’esperienza
politica dispotica del capo di stato Augusto Pinochet, che dominò il suo popolo
dal 1973 al 1990. Ma il paragone con l’esperienza
cilena è improprio ed esagerato, se riferito all’attuale situazione politica
italiana, che si muove ancora saldamente entro procedure democratiche.
Tuttavia, dall’inizio degli anni ’90, di fronte all’apparente disgregazione e
dispersione della politica nazionale, si seguì la via di personalizzare molto il
confronto politico, creando quelli che vengono definiti partiti personali, quelli che fanno riferimento ad un preciso capo
politico, del quale spesso viene inserito in nome nel simbolo di partito. I
maggiori partiti politici nazionali sono attualmente organizzati come partiti
personali. Se si pensa a quelle formazioni non viene in mente un preciso
programma politico, ma la persona del capo di riferimento. E’ questo il metodo
migliore per capire se un partito è o non è personale.
I capi dei partiti personali reclamano poi mano libera, e chiedono la
fiducia in questo la fiducia di chi li
vota. Così spesso i cittadini elettori sono posti nelle condizioni di coloro
che firmano cambiali completamente in bianco.
Tutti i capi dei partiti personali
parlano di riforme. Quali saranno precisamente? Non lo dicono. Ci assicurano
che ci cambieranno la vita in meglio. Ma come facciamo a valutarne l’affidabilità
senza che ci vengano esposte nel dettaglio? Quando però viene fatto, emergono
tanti problemi e soprattutto ciascuno capisce che, quando ci viene detto che le
riforme sono necessarie ma dolorose, non è solo agli altri che recheranno
dolore. Rimanendo sul vago questo
problema viene superato. Ognuno pensa al bene comune che ha in mente, e non viene contraddetto
dagli aspiranti riformatori, i quali
spesso sono in buona fede perché neppure loro hanno in testa un preciso
progetto di riforme, e può prevedere che il dolore
sarà solo a carico di altri.
E’ stato osservato che la recente riforma costituzionale riduce di molto
il peso del Senato nelle decisioni che il Parlamento deve prendere in seduta comune, vale a dire riunendo
deputati e senatori e facendoli votare. E questo perché il Senato passa da
trecentoquindici membri, oltre ai senatori a vita (gli ex presidenti della
Repubblica) e quelli di nomina presidenziale (per aver “illustrato” la Patria),
a cento membri, compresi nomina presidenziale, oltre ai senatori a vita (gli ex
presidenti della Repubblica). Tenendo conto che il sistema elettorale per la
Camera di deputati assegna al partito
che riesca a conseguire il 40% dei voti validi degli elettori o riesca a
vincere il ballottaggio tra i due più
forti partiti di minoranza una solida maggioranza assoluta, e tenuto conto dell’analogo
effetto che viene prodotto dai sistemi elettorali regionali e comunali e dunque
sulla composizione dei consigli regionali (che, secondo la riforma
costituzionale, nomineranno i senatori) e sulla scelta dei sindaci (tra i quali
verranno scelti alcuni senatori), possiamo prevedere che probabilmente, quando
il Parlamento deciderà in seduta comune, il partito che esprime il Governo avrà
la possibilità di far approvare le sue scelte. Il Parlamento, secondo la
riforma costituzionale, nominerò in
seduta comune il Presidente della Repubblica
e un terzo (otto membri) dei componenti del Consiglio superiore della
magistratura. Poiché può prevedersi che, nell’attuale scenario politico, i
partiti che avranno la possibilità di vincere
le elezioni politiche saranno partiti personali,
ecco che si può temere che il capo del partito personale vincitore avrà la
possibilità di far approvare le sue scelte personali
in materia. Dunque che la più
importante istituzione di garanzia costituzionale, la Presidenza della
Repubblica, finisca ad essere assegnato a persona di fiducia del capo del
partito personale. E che l’influenza
del medesimo capo politico sulla magistratura, dalla quale dipende l’attuazione
dei diritti dei cittadini, in modo che non rimangano solo sulla carta come
begli enunciati formali, aumenti di molto rispetto alla situazione attuale,
incidendo sull’indipendenza dei giudicanti dal potere di governo. Anche sotto
questo profilo la riforma costituzionale va verso un maggior potere personale di governo. Del resto è proprio questa la
soluzione che i capi politici contemporanei propongo in Italia: un potere
personale, di un uomo forte (i capi personali dei maggiori
partiti politici sono attualmente uomini), per superare lo stallo che in
politica è determinato che non ci si riesce a mettere d’accordo, quindi dal
fatto che, in definitiva, la gente non sa
più fare politica. Infatti la politica non è fatta solo di chiacchiere,
in cui ognuno dice la propria e rimane
della propria opinione, che risulta poi incomponibile con quella degli altri,
ma si costruisce sul dialogo, che significa tener conto anche delle ragioni
degli altri e proporsi di arrivare ad un’intesa. Dal dialogo poi scaturiscono
decisioni condivise.
Un’ultima considerazione: gli uomini forti degradano rapidamente. Un potere senza
sufficienti e autorevoli contrappesi, innanzi tutto nella politica democratica
espressa dalla base dei cittadini, tende all’abuso e all’eccesso. Per ricordare
l’esempio sovietico, viene riferito che
Leonida Breznev, il quale dominò un immenso
impero socialista per circa un ventennio, sviluppò una passione
personale per le automobili più costose prodotte in Occidente, che amava
guidare personalmente: ne aveva una vasta collezione e, personalmente, non vi
trovava alcuna contraddizione con gli ideali socialisti proclamati. E’ questa
una dinamica che si riscontra, in genere, nella gran parte degli uomini forti, papi compresi (se si
eccettua quelli, molto più sobri in questo, degli ultimi due secoli). L’orgoglio
di uomo forte grida veramente sfacciato, ad esempio, dal frontone del
grande chiesone vaticano. Leggere per
credere. Dice sostanzialmente: "L'ho fatto io!".
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
