La campagna per il referendum, fatta in genere per slogan, sul modello della pubblicità commerciale, non aiuta. Gli argomenti che principalmente vengono proposti o sono superficiali o sono parzialmente fuorvianti.
Il risparmio di denaro pubblico che si conseguirà sarà poca cosa rispetto all'intero bilancio pubblico. Si è calcolato che, quanto alle spese per il Senato, potrebbe aggirarsi intorno ad un 10%, ma avremo meno senatori e soprattutto senatori a mezzo servizio, perché dovranno fare anche i consiglieri regionali e i sindaci. La semplificazione delle procedure parlamentari sarà anch'essa poca cosa, sia per il fatto che in molte materie le leggi dovranno continuare ad essere approvate da entrambe le Camere, sia perché il nuovo Senato potrà comunque deliberare di chiedere alla Camera dei Deputati modifiche delle leggi di competenza esclusiva di quest'ultima, sia perché, data la non chiarissima formulazione delle nuove norme, è prevedibile che insorgano controversie interpretative che, coinvolgendo organi di vertice, non saranno di facile soluzione. La riforma non garantirà "le" riforme alle quali spesso si accenna genericamente e che si dice siano indispensabili per la ripresa dell'economia nazionale. Si tratta infatti di una legge che modifica o abolisce organi dello Stato, quindi che non incide direttamente sulla società. Se e come fare le riforme dipenderà dalla formazione di una sufficiente forza politica riformatrice e la riforma costituzionale oggetto del referendum è in un certo senso indifferente rispetto alla successiva azione riformatrice nella società, in altre parole non garantisce riforme "buone", e non è detto neanche che garantisca riforme più celeri.
Stanno uscendo diversi libri divulgativi per orientarsi nella riforma costituzionale. L'altro giorno ho indicato quello di Giatwvo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale", "Loro diranno, noi diciamo", edito da Laterza, orientato in senso negativo alla riforma. Della medesima opinione sono Luigi Ciotti, Alessandra Agostino, Tomaso Montanari e Livio Pepino nel libro "Io dico no", pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele. Favorevoli alla riforma sono due professori universitari di diritto che da giovani furono presidenti della FUCI, gli universitari cattolici: Stefano Ceccanti, in "La transizione e (quasi finita)" edito da Giappichelli, e Giovanni Guzzetta, in "Italia, si cambia", edito da Rubettino. Guzzetta fin da liceale fu per qualche tempo nel gruppo romano della Fuci di cui facevo parte anch'io, ma iniziò precocemente a collaborare nella presidenza dell'organizzazione, perché era un ragazzo molto capace. Ceccanti è fonte particolarmente affidabile in quanto è considerato uno dei "Padri", vale a dire degli ideatori e autori, della riforma; ha fatto parte della commissione di saggi nominata dal Presidente della Repubblica Napolitano per formulare proposte per la riforma dello stato. Altro testo scritto da esperti autorevoli è "Perché è saggio dire no", pubblicato da Rubettino è scritto da Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale, e da Gaetano Quagliarello, professore universitario, costituzionalista e già membro della menzionata commissione di saggi. Informarsi su uno di questi testi, o su uno degli altri analoghi che stanno uscendo di questi tempi, è utile perché radio e televisione, le fonti informative più utilizzate dagli italiani espongono prevalentemente le ragioni favorevoli alla riforma e lo fanno in modo superficiale e soprattutto indicando, in genere, quelle sul risparmio di spesa pubblica e sulla velocizzazione delle procedure parlamentari che abbiamo visto prestare il fianco a diverse e serie obiezioni, che però in genere non vengono esposte. Le ragioni dei contrari alla riforma vengono presentate, quando lo sono, come dei partiti presi. Non si entra mai nel merito. E soprattutto non viene trattato l'argomento che mi appare quello che realmente ha motivato la riforma e che ho letto esposto in un sito web politico del Trentino, vale a dire quello di potenziare la capacità di azione del Governo, in modo che non sia un "governicchio". Questo effetto sicuramente si otterrebbe con la promulgazione della riforma costituzionale, perché tutti i governi che si sono succeduti dal '94 ad oggi, compreso quello attuale, hanno avuto difficoltà e dispiaceri nel cercare di ottenere la "fiducia" dal Senato e il nuovo Senato non sarà più competente a dare questa fiducia.
All'inizio di questa serie di post dedicati alla riforma costituzionale, in quello del 29 luglio, ho pubblicato il testo della legge costituzionale oggetto del prossimo referendum. Essa è stata approvata dal Parlamento, con le speciali modalità previste dalla Costituzione, quindi con una doppia deliberazione conforme di Camera dei Deputati e Senato, ma entrerà in vigore, con la promulgazione del Presidente della Repubblica, solo se otterrà il consenso dei,cittadini elettori nel prossimo referendum costituzionale.
La legge si compone di 41 articoli, che cambiano il testo della Costituzione della Repubblica. L'importanza della riforma è evidente se si tiene conto che la Costituzione ha 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali.
Il cuore della riforma è nella modifica della struttura, modalità di elezione e funzioni del Senato, delle funzioni della Camera dei Deputati, e del riparto del potere di fare leggi tra lo Stato e le Regioni. Innova però anche in altre materie: sulle leggi di iniziativa popolare e sul referendum abrogativo delle leggi; sulle modalità di elezione e sulle funzioni del Presidente della Repubblica, sulle modalità di nomina dei giudici della Corte Costituzionale e sulle funzioni della Corte, sui poteri del Governo di emanare decreti legge,limitandoli; sull'attività della pubblica amministrazione, introducendo i criteri costituzionali di trasparenza e semplificazione. Infine abolisce le Province, tranne quelle, con statuto particolare, di Trento e Bolzano, e il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, organo ausiliario previsto dalla Costituzione che si è dimostrato scarsamente produttivo nella sua storia, anche dopo la riforma che di esso è stata attuata nel 1986.
Una prima osservazione che faccio è che la legge costituzionale oggetto del referendum contiene non una ma varie riforme e che il giudizio su ciascuna di esse, ad esempio quello sulla modifica del Senato e quello sul l'abrogazione del CNEL, potrebbe essere diverso, ma che dovremo pronunciarci, al referendum, con un sì o un no complessivo: si dovrà tener conto quindi delle parti più importanti, quelle che costituiscono il "cuore" della legge ed è un peccato, perché, se prevarrà il no, saranno pregiudicate anche riforme sulle quali, se presentate separatamente, ci sarebbe stato un consenso molto largo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli