Un
posto per il rinnovamento
Ognuno nella vita cerca un suo posto in
società e si tratta anche di un posto in senso fisico, un posto da abitare.
Quando si nasce si abita già in un posto
così, ma non è per sempre. Si cresce e
se ne deve cercare uno proprio. E’
quindi fisiologico che i giovani si allontanino dai posti dell’infanzia, anche
se i genitori, e a volte non solo loro,
ce li vorrebbero rinchiudere per sempre. Ci sono anche degli estimatori e
ideologi di queste famiglie prigione
o istituti di correzione: ritengono
che solo questa possa essere la famiglia secondo la fede. Ed è
assolutamente comprensibile, allora, che i giovani si allontanino dalla fede
quando, facendo il lavoro che si attende da loro, si allontanano dalla famiglia
di origine. E’ in fondo un bene che si allontanino da quella fede che vuole
rinchiuderli in famiglie prigione e farne a loro volta dei carcerieri per i loro figli.
Si cerca un posto fuori della famiglia ma
nella società contemporanea, tanto popolosa, tanto ricca di posti in cui stare, non è facile trovarlo. Perché è
una società sempre più governata da rapporti economici, in cui domina lo
scambio di equivalenti: ma che cosa possono scambiare
i più giovani? Quindi rimangono
fuori dai posti disponibili, a meno che non abbiano qualche qualità
effettivamente eccezionale, particolare, con un valore di scambio, o dei
protettori, che in genere, in Italia, si trovano in famiglia. Così la
nostra è diventata una società in cui le
differenze sociali si acuiscono, l’autonomia delle persone è sempre più
dilazionata negli anni, le famiglie di origine tendono a tiranneggiare i più giovani, la mobilità sociale, la possibilità di migliorare la
propria condizione di origine, è sempre meno attuabile. Le statistiche sociali ci
parlano di un numero sempre maggiore di giovani con istruzione superiore che è
costretto a cercare all’estero dei posti in cui stare: ci dicono che stiamo
ridiventando un popolo di emigranti, ma questa volta non è la povera gente ad
essere spinta ad andarsene, ma i più giovani e acculturati, quelli che un tempo
avremmo detto destinati ad essere classe
dirigente della nazione. Osserviamo
poi un certo degrado della classe
dirigente rimasta in Italia e ce ne
lamentiamo.
Uno dei luoghi in cui tradizionalmente si
faceva esperienza della prima uscita dal posto
di origine familiare era, in Italia,
la parrocchia. Per me è stato così. Ho ricevuto i sacramenti di iniziazione
nella nostra parrocchia, qui a San Clemente papa, ma la parrocchia della mia autonomia personale è stata un’altra, quella degli
Angeli Custodi a piazza Sempione, dove ho fatto lo scout fino a sedici anni. Lì
avevo certamente un mio posto. che
non era solo la sede del mio gruppo scout, ma tutta la parrocchia.
Mi ci trovavo a mio agio, mi ci muovevo con autonomia e familiarità, era un
posto diverso dalla famiglia ma con molte caratteristiche della famiglia, salvo
l’autorità dei genitori. Avevo quella sensazione di trovarmi a casa mia che poi ho sperimentato in gran parte degli
ambienti religiosi della nostra fede che ho frequentato. Quando, all’inizio
degli anni Novanta, sono ritornato nel quartiere con la mia famiglia è stato
diverso però, da noi in parrocchia. Per la prima volta nella mia vita ho avuto
una sensazione di estraneità, come di essere in casa d’altri, un po’ come mi è
capitato e mi capita nella cittadella vaticana e quando ho visitato templi di
altre confessioni religiose.
Nell’autunno scorso, durante un affollato
consiglio pastorale, i giovani chiesero un ambiente loro per studiare. In
effetti non lo hanno. Ma nessuno lo ha. Nessuno ha un proprio posto in parrocchia. In fondo, a parte la chiesa parrocchiale e le stanze personali dei preti, il complesso parrocchiale è fatto di
stanze vuote, che di volta in volta
vengono allestite per certi eventi, spostando sedie, leggii,
tappeti, tronetti e via dicendo. Non si sa mai che cosa si troverà entrando.
Uno degli ambienti che poteva dare l’idea di
un posto era la biblioteca, che però dall’anno scorso
non sembra più abitata dai suoi ospiti d’elezione, vale a dire i libri. Non ho
capito bene come sia accaduto. Sono rimasti, mi dicono, i cataloghi, a
testimoniare ciò che abbiamo perso. Ora anche l’ex biblioteca è una stanza
vuota. Una in più. Nella storia delle civiltà mediterranee si ricorda il rogo
della grande biblioteca di Alessandria, in Egitto, nell’anno 642 della nostra
era, che segnò un tracollo di civiltà
recuperato in parte solo quasi mille anni più tardi. Forse, su scala
molto più piccola naturalmente, dovremmo fare analoga memoria per le vicende
della nostra biblioteca parrocchiale.
Dall’autunno scorso in parrocchia c’è aria di
rinnovamento. Anche il rinnovamento ha bisogno di un suo posto, perché richiede di incontrarsi:
è mediante l’incontro e il dialogo che le società si rinnovano. Ma dov’è il posto del nostro rinnovamento? Un ambiente come
quello che i nostri giovani chiedevano: quindi innanzi tutto un posto per loro
e, possibilmente, gestito da loro con piena autonomia e
responsabilità, secondo turni di servizio gestiti da loro stessi. Un po’ ciò
che accadde a me da scout, quando per due anni ebbi le chiavi della nostra sede agli Angeli custodi e allora il pomeriggio l’aprivo,
custodivo e chiudevo io, consentendo che fosse il posto di tutti i giorni per
tutti quelli del gruppo. Un posto luminoso,
quindi non in un seminterrato, con le pareti rinfrescate, con scaffalature e
libri alle pareti, un router per collegarsi wi-fi alla rete, un tavolo dove
studiare e intorno al quale incontrarsi, un proiettore e uno schermo per vedere
insieme le immagini dalla rete, un impianto per ascoltare musica, un supporto
per fogli dei blocchi di grande formato da utilizzare al modo delle lavagne di
una volta, un mobile per gli oggetti di cancelleria, un archivio dove inserire i documenti prodotti
insieme e, in particolare, il diario sociale delle attività. Un posto chiuso a
chiave, perché non sia violato impunemente dal primo che passa, ma con chiave
affidata alla responsabilità di persone scelte democraticamente tra i membri
della collettività che lo deve abitare, che si impegnino a tenerlo aperto e a
custodirlo a turno, a renderlo accessibile a tutti gli altri. Non un posto
anonimo, ma un posto con una sua costituzione,
scopi, regole di accessibilità e di fruizione, un posto dunque a cui
corrisponda un impegno di tutti, un posto che rimanga e possa essere
riconosciuto entrando come il proprio
posto.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli