Non
sono mai stato catechista
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| Il papa Giovanni Paolo 2° durante la Messa a Sarajevo, nell'aprile 1997 |
Non sono mai stato catechista e dunque che
consigli posso pretendere di dare a chi lo è?
Perché non sono mai stato catechista? Lo si
diventa, di solito, perché si risponde a una chiamata, a un appello, che giunge
in una parrocchia che si frequenta, in cui si è stati osservati e si sono
strette delle relazioni personali, un ambiente religioso in cui chi chiama ha
avuto modo di conoscere chi è chiamato. La parrocchia della mia prima
formazione di adulto di fede è stata quella degli Angeli Custodi, a piazza
Sempione, e li vi ho fatto lo scout, un’esperienza comunitaria in cui
certamente si lavora per individuare e formare gente che faccia il capo, che quindi poi sia guida per
quelli più giovani, ma non specificamente per il lavoro del catechista. Quando,
al quarto anno di liceo, ho lasciato lo scoutismo, avevo perso quei rapporti
intensi con la nostra parrocchia, qui a San Clemente, che avevo avuto da bimbo e
in fondo non ne li ho mai più recuperati, se non molti anni dopo, quando sono
entrato nell’Azione Cattolica parrocchiale. Dai diciassette anni in poi la mia
esperienza religiosa non è stata più centrata intorno a una parrocchia. Questo
in particolare dopo l’adesione agli universitari cattolici della FUCI. Ora me
ne dispiace, ma con il senno del poi, dell’anziano quasi sessantenne che sono
diventato. In quegli anni della mia gioventù, mia madre era catechista in parrocchia, qui da
noi, dove aveva ricevuto una specifica
formazione, nel quadro dell’esperienza della mamme catechiste. Erano venuti insegnanti dall’università
Lateranense. Poi aveva approfondito in incontri a cui aveva partecipato in
quella stessa università e poi come
studentessa del corso di Scienze dell’educazione nella vicina università
salesiana. Negli anni ’70 nella nostra parrocchia si fecero esperienze religiose
strepitose, ora l’ho capito, per l’impulso di grandi vice-parroci, assecondati
dal parroco dell’epoca don Vincenzo, personalmente conservatore ma con questa
grande e ammirevole capacità di consentire al nuovo. Ma, insomma, quella era
per me l’epoca della vita in cui tentavo di allontanarmi dalla famiglia di
origine e non mi andava di frequentare la stessa parrocchia in cui mia madre
era catechista. Questo allentamento dei legami con le realtà di base è quindi
all’origine del fatto che non sono mai stato catechista, salvo che per le mie
figlie (ma in modo caotico e poco sistematico; la fede con loro si è trasmessa
di vita in vita, che in fondo è il modo in cui si lavora da genitori).
In parrocchia ora si sta pensando a un
rinnovamento della catechesi. Ecco un primo consiglio posso dare in base alla mia
esperienza di vita di fede: come in ogni aspetto delle nostre organizzazioni
religiose, il rinnovamento deve divenire una costante e richiede anche di
assicurare il ricambio generazionale. Gente nuova produce idee e metodi nuovi,
che poi possono comunicarsi agli altri. E’ necessario quindi che le persone non
perdano mai il contatto con le realtà religiose di base, in particolare con le
parrocchie, anche quando prendono a frequentare altri gruppi non legati al
territorio. Per ottenere questo risultato bisogna coinvolgere i più giovani
nelle attività parrocchiali, non solo come alunni
ma con autonomia e responsabilità crescenti, molto precocemente. Si può pensare
a questo come una strategia di mandati
crescenti, di incarichi sempre più importanti, ma questo fin da molto
piccoli. Il mio primo mandato fu da chierichetto
e, anche se non ci capii molto delle faccende liturgiche, infatti ero un chierichetto piuttosto imbranato, quel primo mandato, che ricevetti personalmente dal
parroco don Vincenzo, che si occupava della nostra formazione, mi segnò
profondamente per una vita intera. Ancora oggi il mio atteggiamento quando sono
nella chiesa parrocchiale è quello che imparai allora.
La catechesi in parrocchia si fa in base a un
mandato, quindi ad un incarico. Chi
lo conferisce? E’ il vescovo, tramite il parroco. Questo concetto che si lavora
su mandato è molto importante. Non si tratta infatti di
trasmettere la propria idea della fede, o quella del gruppo a cui si
è più vicini. E questo anche se la trasmissione della fede implica sempre,
perché è innanzi tutto una relazione,
che qualcosa delle caratteristiche personali di chi trasmette arrivi a chi riceve e a volte passi
a lui. Ecco perché la famiglia, che
è spesso l’ambiente della prima iniziazione alla fede, è molto importante, ma
anche perché, crescendo, si deve sottoporre a un vaglio critico ciò che si è
ricevuto in famiglia in materia di fede. Questo vale anche per ciò che si è
ricevuto nella catechesi parrocchiale. Il lavoro del catechista
parrocchiale è quello di trasmettere la
fede della Chiesa da cui ha ricevuto il mandato. E si tratta di farlo con un certo metodo,
perché la catechesi è un lavoro collettivo. Non si deve pretendere di inventarsi catechisti o di rimanere sempre catechisti fai da te, anche se l’esperienza
personale, come in ogni campo dell’insegnamento è molto importante. Il
riferimento, nel lavoro della catechesi parrocchiale, deve essere la diocesi,
che a Roma ha un ufficio catechistico che mi sembra lavorare molto bene.
Purtroppo, a volte, nell’emergenza, si è costretti a inventarsi catechisti, ma
bisogna avere consapevolezza che questa non è la situazione ideale. In
parrocchia la diocesi è presente nelle persone del parroco e dei sacerdoti suoi
collaboratori. Si tratta di persone che, per prepararsi al loro ministero, hanno ricevuto una formazione
lunga, completa, tanto superiore a quella che di solito hanno i laici che con
loro collaborano. Il lavoro del catechismo parrocchiale deve farsi d’intesa con
loro: bisogna farlo con quello che oggi viene spesso richiamato come spirito sinodale, che significa
semplicemente camminando sempre insieme.
Sarebbe bello se poi, come si fece negli anni ’70, si potesse organizzare dei
corsi di formazione dei catechisti qui in parrocchia, ad esempio chiedendo
aiuto alla vicina università salesiana: due ore alla settimana per
approfondire, consigliare letture, fare tirocinio di metodi, discutere i
problemi che si presentano nell’esperienza concreta. E’ così che si impara a
rinnovarsi. Se fossi catechista, cercherei sempre si imprimermi bene in mente
di aver bisogno dell’aiuto degli altri che ne sanno più di me e che ogni mia
idea, ogni mio metodo, dovrebbero essere sottoposti costantemente a verifica.
Ho letto che gli esperti di catechetica consigliano che queste verifiche si
facciano metodicamente nei gruppi dei catechisti. Del resto nei gruppi di
lavoro delle professionalità più avanzate, ad esempio tra medici, ingegneri, e
anche tra noi legulei, questa è il metodo normale di lavoro: la cosa sembra
farsi più difficile man mano che scende il livello di acculturazione in una
materia. Il paradosso è quindi questo: quelli che ne sanno di meno non di rado tendono all’autosufficienza,
mentre man mano che se ne sa di più si avverte il senso dei propri limiti. E’
una cosa che ho spiegato alla mie figlie fin da piccole. Nel sussidiario delle
elementari il mondo appare chiaro e semplice: in un testo universitario invece,
avvicinandosi ai confini delle conoscenze umane, si devono fronteggiare realtà
strane e sconosciute, tutto si complica, e allora si cerca di essere in molti a
farlo, per considerarle da diversi punti di vista e quindi per riuscire a capirle meglio.
Infine: nella catechesi si lavora su persone
umane. Si entra in relazione con loro. Lo si può fare al modo degli insegnanti
scolastici o nel modo dei genitori. Un catechista però non è né l’uno né l’altro.
Bisogna averlo molto chiaro. Dell’insegnante scolastico in genere non ha la
competenza e non vuole bene agli
alunni del catechismo come un genitore. Non sono tanto d’accordo con i
catechisti che fanno i professori o si atteggiano a genitori di
complemento. In particolare, i ragazzi del catechismo i genitori li hanno già.
E il catechista deve essere qualcosa di diverso, ma anche di più di un
insegnante. Perché lavora sulla fede delle persone. Gli chiederei innanzi tutto
se prega per le persone che gli sono affidate.
Conservo tra le mie cose più care il testo di
un’omelia che il papa Giovanni Paolo 2° sviluppò il 13 aprile del 1997 nel
corso di una Messa a Sarajevo, dopo la fine della tremenda guerra civile che
aveva sconvolto la Bosnia, commentando il brano della prima lettera di
Giovanni, 1Gv 2,1, che fa “Abbiamo un
avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto”. Si trattò di un evento di grande portata
storica, come molti altri dei quali fu protagonista quel Papa e di cui io e
quelli della mia generazione fummo testimoni ammirati. Gridò: “Questa verità viene oggi a ripetervi il
Successore di Pietro, giunto finalmente in mezzo a voi. Popolo di Sarajevo e di
tutta la Bosna Erzegovina, io vengo a dirti: Tu hai un avvocato presso Dio. Il
suo nome è: Gesù Cristo giusto!” e aggiunse “Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, la tua storia, le tue le esperienze dei
trascorsi anni di guerra, che speriamo non tornino mai più, hanno un avvocato
presso Dio: Gesù Cristo, il solo giusto. In Lui, hanno un avvocato presso Dio i
tanti morti, le cui tombe si sono moltiplicate su questa terra; coloro che sono
rimpianti dalle madri, dalle vedove, dai figli rimasti orfani. Chi altro può
essere, presso Dio, avvocato di tutte queste sofferenze e di tutte queste
prove? Chi altro può leggere fino in fondo questa pagina della tua storia,
Sarajevo? Chi può leggere fino in fondo questa pagina della vostra storia,
nazioni balcaniche, e della tua storia, Europa”.
Nei momenti più brutti della mia vita, in
particolare in quelli più duri della mia
lunga malattia, mi è stato di grande consolazione pensare al Maestro come a un
avvocato, come aveva detto il papa Giovanni Paolo 2°. Un avvocato, uno che ti
si avvicina mentre sei in mezzo ai guai, nei quali spesso ti sei messo volontariamente, e parla bene di te
con le autorità, con la sapienza della sua professione, cercando di tirarti
fuori. Io penso che è proprio di un avvocato che avrò bisogno avvicinandomi all’Eterno.
Se fossi catechista lo farei un po’ con quello
spirito, seguendo il Maestro nel suo essere avvocato dei sofferenti. E allora,
qualunque cosa mi fosse accaduta a
catechismo, non mi andrei mai la lagnare
delle persone che mi sono state affidate e delle loro famiglie, come a volte
fanno gli insegnanti parlando tra loro e con i presidi. Queste persone nelle
quali il Maestro, l’unico giusto, è
all’opera, con o senza di noi, ma anche tramite noi e a volte tramite noi nonostante noi! Ricorderei che nelle immagini bibliche è l’Accusatore, il nemico per eccellenza, a parlare male della
gente presso il trono dell’Altissimo. Mi parrebbe, facendolo, di tradire. Parliamo tanto di amore nelle cose di fede, ma di che cosa è fatto
questo amore se non comprende anche essere avvocati e non accusatori, non dico di tutti, ma almeno di quelli che ci sono
stati affidati e per i quali dovremmo pregare, come insegnano e fanno i preti che in questo sono in genere tanto
migliori di noi laici, e come si può
pregare e accusare nello stesso tempo e riguardo alle medesime persone?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
