[da: Ludwig Hertling, Storia della Chiesa - La penetrazione dello
spazio umano ad opera del cristianesimo, Città Nuova, 1974 (ed.originale
Morus-Verlag, Berlin, 1967)]
La nuova serie di papi sotto l’influenza degli imperatori
Ottone I (1°) [912-973, duca di Sassonia, re
di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero dal 962] e suo figlio Ottone
II (2°) [955-983, duca di Sassonia, re di Germania e imperatore del Sacro
Romano Impero dal 973], che morì troppo presto, erano intervenuti nelle cose di
Roma con le migliori intenzioni, ma senza ottenere veri risultati. E’ strano
quindi che ciò sia invece riuscito al terzo Ottone [Ottone III (3°) di
Sassonia, 980-1002, re d’Italia e di Germania, imperatore del Sacro Romano Impero
dal 996], il quale personalmente non possedeva la qualità dell’uomo forte anche
per la sua età ancor giovanile, ma deve avergli giovato il prestigio che s’era
notevolmente accresciuto attorno alla corona imperiale per merito di suo padre
e di suo nonno.
Gregorio V e Silvestro II
Quando nell’anno 996 morì Giovanni XV (15°),
Ottone III si trovava proprio in viaggio verso Roma. I romani lo pregarono di
designare il nuovo papa. Ottone III contava allora 16 anni, era profondamente
religioso, essendo stato educato dai
migliori maestri del tempo, ed inoltre era un idealista entusiasta che sognava
gli splendori dell’antico Impero romano. Egli designò come papa il suo
cappellano di corte, che era anche un suo parente, Brunone. Questi, a sua volta
molto giovane, perché contava solo 24 anni, in fatto di idealismo non la cedeva
all’imperatore. Eletto papa, assunse il nome di Gregorio V (5°), ma morì già nel 999, dopo aver iniziato un
pontificato assai promettente. Dopo di lui Ottone III scelse come papa il suo
antico maestro Gerberto. Gerberto, un francese, prima vescovo di Reims e poi di
Ravenna, era molto ammirato per la sua cultura, al punto tale che la leggenda
popolare ne ha fatto un mago. Non meno idealista del suo predecessore, Gerberto
si chiamò Silvestro II (2°), era
tuttavia un uomo già maturo. Per la prima volta, dopo un lungo tempo la Chiesa
aveva un nuovo papa che mirava alla cristianità. Silvestro istituì la gerarchia per la Polonia divenuta ormai quasi
completamente cristiana e le assegnò come metropoli Gnesen. Lo stesso fece
per gli ungari con la metropoli di Gran,
A colui che era stato fino allora il duca degli ungari, santo Stefano, conferì
il titolo di re.
Il nuovo predominio dei signori
di Tuscolo
Dopo la morte prematura dell’imperatore
Ottone III (1002) a Roma, a Roma scoppiò nuovamente un conflitto tra i conti di
Tuscolo e i Crescenzi, i quali già sotto Gregorio V avevano tentato di
suscitare disordini e ora giunsero persino a creare un antipapa. Ma il nuovo
imperatore Enrico II (2°) fece accettare ai romani il legittimo
pontefice Benedetto VIII (8°) (1012-1024) della famiglia di Tuscolo. Benedetto
VIII aiutò Pisa e Genova allorché queste due città vinsero i saraceni presso
Luna, strappando così la Sardegna ai musulmani. Nel 1020 il papa si recò in
Germania e consacrò il duomo di
Bamberga, fatto erigere da Enrico II. Poi tenne insieme all’imperatore un
sinodo in Pavia, in cui il celibato del clero veniva ancora inculcato. Inoltre
vennero promulgati fin d’allora decreti contro la simonia, ossia il
conferimento degli ordini sacri in cambio di denaro, o di altri vantaggi. Nel
concetto di simonia si vennero un po’ alla volta a comprendere tutti gli abusi
che derivavano dal sistema delle chiese di proprietà privata e, in genere,
dalla dipendenza della Chiesa dai signori feudali, e che alla fine la condussero
a ingaggiare la lotta delle investiture.
I conti di Tuscolo tornarono a essere, come
cent’anni prima, i padroni di Roma. Il fratello di Benedetto VIII, Alberico,
governava la città col titolo di console. Dopo la morte di Benedetto VIII, un
terzo fratello divenne papa col nome di Giovanni XIX (19°). Questi incoronò imperatore Corrado II (2°).
Ai festeggiamenti intervennero i re Rodolfo III (3°) di Borgogna e Canuto di
Danimarca e Inghilterra. quanto al resto, egli non si occupò d’altro che di
denaro. L’imperatore Basilio II (2°) di Bisanzio gli profferse (=offrì) del
denaro, qualora avesse riconosciuto al patriarca di Costantinopoli il titolo di
«patriarca ecumenico», che i papi precedenti gli avevano
sempre negato. Giovanni XIX si dichiarò pronto, ma dovette rinunciarvi a causa
della indignazione che questo fatto suscitò tra i monaci cluniacensi
(federazione di abazie benedettine facenti capo a quella di Cluny, in Francia). Dopo la sua morte, nel
1933, la famiglia dei conti di Tuscolo, che voleva a tutti i costi occupare la
Sede apostolica con uno dei suoi membri, impose come papa il figlio di
Alberico,il tredicenne Teofilatto. Il ragazzo, che si chiamò Benedetto IX (9°),
venne cacciato dopo poco tempo dai romani; ma l’imperatore Corrado II (2°) ve
lo ricondusse, dal momento che in fin dei conti era pur il legittimo papa.
Cacciato un’altra volta, egli ritornò ancora. Finalmente, per far cessare lo
scandalo, il ricco arciprete di San Giovanni a Porta Latina, Giovanni Graziano,
gli promise una notevole pensione, qualora avesse abdicato, Benedetto IX
accettò, tanto più che dal partito contrario gli si era innalzato contro un
antipapa per nome Silvestro III (3°).
Intervento di Enrico III (3°)
Giovanni Graziano aveva agito con le migliori
intenzioni. Ma non fu cosa saggia l’aver ora accettato egli stesso l’elezione a
Sommo Pontefice. Gregorio VI (6°), come egli si chiamò, possedeva tutte le
qualità necessarie, e dagli ecclesiastici più rigidi, come Pier Damiani, fu
salutato con entusiasmo. Ma poiché uno dei principali punti del programma di
riforma si riferiva alla simonia, e cioè al commercio degli uffici
ecclesiastici, appariva quanto meno un’imperfezione che il papa regnante avesse
pagato il suo predecessore con lo scopo di farlo abdicare. Inoltre Benedetto IX
si pentì ben presto della sua abdicazione e ricomparve come papa, cosa che
fece pure l’antipapa Silvestro III. In questo ginepraio senza via di uscita
solo l’imperatore poteva essere d’aiuto. Enrico III (3°), successore di Corrado
II, venne chiamato in Italia. Egli tenne un sinodo a Sutri, una cittadina a
settentrione di Roma. Benedetto IX, che già aveva abdicato, e Silvestro II che
non era mai stato legittimo papa, furono definitivamente deposti. Gregorio VI
(6°) acconsentì a lasciare volontariamente il soglio pontificio e, per non far
scoppiare un nuovo scisma, l’imperatore lo prese con sé in Germania. Lo accompagnava un giovane chierico romano,
Ildebrando,che avrebbe dovuto svolgere in seguito un ruolo storico di grande
importanza. Gregorio VI morì a Colonia nel 1047.
L’imperatore sembrava l’unica personalità in grado di ristabilire l’ordine,
tanto che tutti furono d’accordo che fosse lui stesso a nominare i papi
seguenti. I suoi due primi papi, Clemente II (2°), precedentemente vescovo di
Bamberga, e Damaso II, vescovo di Bressanone, uomini eccellenti entrambi,
morirono dopo pochissimo tempo dopo la loro elezione. Allora Enrico III nominò
un alsaziano, il vescovo di Toul. Il nuovo papa, però, Leone IX (9°), desiderò
un’elezione regolare da compiersi a Roma. Nel viaggio che doveva condurlo a
questa città, prese con sé il giovane
Ildebrando, il quale, dopo la morte di Gregorio VI, s’era fatto monaco,
probabilmente a Cluny. Ildebrando servì lui e i suoi successori, finché non
venne eletto papa egli stesso [con il nome di Gregorio 7°].
[…]
Alessandro II [papa eletto nel 1061, per l’influsso
di Ildebrando e senza l’ingerenza dell’imperatore]
morì il 21 aprile 1073. Ai funerali, che ebbero luogo il giorno e furono
presieduti da Ildebrando nella sua qualità di arcidiacono, il popolo acclamò
Ildebrando stesso come suo successore. I cardinali si ritirarono immediatamente
a San Pietro in Vincoli per eleggerlo secondo le regole precedentemente
stabilite. Ildebrando, prudente, procastinò il giorno dell’incoronazione per
attendere l’approvazione del re tedesco Enrico IV. A ricordo del nobile spirito
di Gregorio VI, che egli aveva accompagnato nell’esilio, volle chiamarsi Gregorio VII (7°).
Gregorio VII appartiene a
quegli uomini della storia di cui basta pronunciare il nome perché suscitino le
reazioni più diverse. Non è cosa facile, perciò, dare un giudizio appropriato
sulla sua personalità. Il Gregorovius (storico tedesco studioso del medioevo,
morto nel 1891) solitamente pieno di odio per tutto quanto è cattolico e
papale, trova che, al paragone di Gregorio VII, Napoleone appare un barbaro. E
fa di lui una specie di mago, che, con armi invisibili, incute spavento al
mondo intero. La Chiesa lo annovera tra i suoi santi celebrandone la festa ogni
anno il 25 maggio. Vi sono però anche dei cattolici per i quali Gregorio VII è
il tipo del papa politico anziché religioso. Certo è che Gregorio VII fece un’impressione
enorme anche sui suoi contemporanei. San Pier Damiani lo chiamava
scherzosamente «un santo
demonio», volendo con ciò
significare l’instancabilità e la passione che distinguevano Gregorio da ogni
altro. Come già l’apostolo san Paolo, Gregorio VII era piccolo di statura,
mobilissimo, infaticabile, pieno di coraggio personale, d’un’incredibile
vitalità. Lo zelo lo consumava, ma era unicamente lo zelo per la casa di Dio.
Ogni cosa era per lui una realtà da conquistare. In ciò egli assomiglia a sant’Ignazio
di Lojola.
*******************************************************
Quando da ragazzo lessi le pagine che ho sopra trascritto, da un libro
di studio di mia madre, rimasi meravigliato dello sforzo fatto dal gesuita
Ludwig Hertling di argomentare, contro certe evidenze, una qualche continuità
tra la Chiesa in cui mi ero formato da bambino negli anni Sessanta e poi da
ragazzo nel decennio seguente e quella a cavallo dell’anno Mille. Rimasi anche
affascinato dai suoi racconti sul papa Gregorio VII. Per certi versi il secondo
millennio della nostra fede e, in particolare, la struttura delle nostre
istituzioni religiose dipende dal suo attivismo, è un progetto suo.
Nel 2013 è stato eletto papa un
vescovo, un religioso dello stesso ordine di Hertling, che ha assunto un
nome da sovrano senza un numero dietro. Non c’era mai stato prima un papa di
nome Francesco. E’ andato a vivere in
un albergo nella cittadella vaticana di cui è sovrano politico assoluto. Ma non
ha rifiutato le insegne della sovranità religiosa. E ha aperto sicuramente un
nuovo corso politico, con il suoi documenti La gioia del Vangelo, del 2013, e Laudato si’, del 2015. Un po’
come avvenne intorno all’anno Mille. All’epoca il moto di cambiamento fu
sostenuto dai monaci della federazione di Cluny, oggi dal movimento conciliare.
Quanto è importante la politica nella fede?
Una tesi che si potrebbe tentare di argomentare (ci vorrebbe una vita e
tanto, tanto studio per farlo) è che è
tutto, da un punto di vista storico e sociologico, naturalmente. Non mi
riferisco alla teologia e all’ordine soprannaturale.
Adottando il lessico di Hertling, mi appare, così, a uno sguardo un po’
superficiale come è quello di un ignorante colto come io sono, uno che non è
uno specialista di certi temi e che pure per rendere ragione della propria fede
deve tentare di ragionare su di essi, come se dal Quarto secolo della nostra
era la penetrazione dello spazio umano ad
opera del cristianesimo sia avvenuta
per la massima parte per via politica. Una politica che nel primo millennio fu
dominata dai sovrani civili, gli imperatori romani e poi da quelli che si considerarono loro successori, e che nel secondo millennio, da Gregorio VII in poi,
è stata ancora dominata da essi ma anche dai sovrani religiosi romani, che
strutturarono le istituzioni da loro dipendenti come un impero religioso a
imitazione di quello civile, esercitando una sorta di condominio su un popolo di sudditi. Questa era dei papi-imperatori sta volgendo al
termine in questi anni ed è questa l’epoca in cui noi fedeli siamo finiti in
mezzo, ma poteva andarci peggio, potevamo nascere nella Roma dominata dai
signori di Tuscolo, che espressero sovrani religiosi definiti da alcuni storici,
spregiativamente, pornocrati.
Se, da un punto di vista storico, la politica
è stata la principale via per l’affermazione della fede, è evidente che chi
propone l’apoliticità della fede non fa gli interessi della
religione. In realtà le divisioni, a volte durissime non nascondiamocelo, che
ci sono oggi tra i fedeli non vertono, a ben vedere, su temi teologici, ma su
temi politici. Come deve cambiare la società del nostro tempo? Che ruolo, ad
esempio, deve avervi la donna? Come deve fare il pastore chi a questo ruolo è designato in quanto membro del clero?
E poi: come combattere la povertà? Come evitare che l’industria rovini l’ambiente
in cui viviamo? Chi e in base a che criteri deve fare le parti della ricchezza
che si produce? Una fede religiosa che non affronti questi temi diventa inutile. E la nostra fede non lo è mai
stata storicamente e non lo è. Infatti di questi temi si discute oggi, in
religione.
La politica contemporanea si fa con metodo e secondo principi
democratici, che significa partecipazione di tutti al governo, elevazione
di tutti alla sovranità. Questo implica un tirocinio,
una formazione che non può limitarsi
allo studio dell’imponente letteratura dei papi. La politica democratica
richiede una partecipazione anche alla elaborazione dei principi e, vista la
stretta connessione tra fede e politica, per cui la nostra mi appare essere
stata sempre (questo mi sembra il suo vero tratto distintivo rispetto ai tanti
culti misterici che le furono coevi
nel primi tre secoli della nostra era) una fede
politica, ciò finirà (come del resto è già accaduto con lo sviluppo del
movimento di idee che sfociò negli scorsi anni Sessanta nell’ultimo Concilio
ecumenico) per riflettersi anche sul modo di pensare la fede. E’ stato
osservato, ad esempio, che alcuni dei più importanti movimenti scaturiti nel
post-Concilio hanno sviluppato una propria
caratteristica teologia, anche se leggo che alcuni teologi di professione
ne evidenziano in genere alcuni tratti rudimentali e insufficienti. E
sicuramente dietro la proposta politica
del nostro vescovo e padre universale Bergoglio si scorge una teologia
piuttosto ben definita che, mi pare per la prima volta nella storia della
nostra fede, viene ora proposta per la discussione di tutti, non imposta d’autorità o proposta al vaglio solo degli
specialisti.
Possiamo considerare, sotto l’aspetto politico, i papi Wojtyla, regnante come Giovanni Paolo 2°, e
Ratzinger, regnante col nome di Benedetto 16°, gli ultimi sovrani dell’era
apertasi con Gregorio 7°, tanto diversi da quelli del primo millennio. E
Bergoglio-Francesco (senza il numero vicino), il papa che ci è venuto dal Nuovo Mondo, l'America che non è mai stata dominata dai sovrani medievali alla cui memoria il Wojtyla era ancora tanto legato, il capostipite di una nuova
schiera di capi religiosi. Probabilmente è un processo che coinvolgerà anche
noi fedeli, e direi che ciò sta già avvenendo. Un ritorno al passato è
impossibile. L’umanità è troppo cambiata. Il nostro mondo è la Terra intera e non il piccolo
universo umano in cui pensavano di essere signori del mondo i papi intorno all'anno Mille.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa -
Roma, Monte Sacro, Valli.
