Politica
ed Esodo
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| Gustave Doré, gli Egiziani sommersi nel Mar Rosso |
In religione sono diffuse concezioni politiche
basate sulla spiritualità dell’Esodo: un popolo che si libera dall’oppressione
in cui viveva, in terra straniera, ed è condotto verso una patria perduta che
conquista combattendo, dopo aver purificato la propria spiritualità nel corso di
lunga permanenza nel deserto.
Si tratta di un orientamento che vedo
praticato dai neocatecumenali della nostra parrocchia, a cui piace molto
cantare l’adattamento di Kiko Arguello del Cantico di Mosè, Precipitò nel mare cavallo e cavaliere. Si tratta di una spiritualità che però è al
fondo anche di diverse teologie della
liberazione. Nel primo caso si accentua l’idea di ritrovarsi in tribù nel
deserto e poi nel combattimento per la riconquista della patria, nel secondo
caso è l’idea di liberazione
attraverso un’azione di popolo al centro di tutto.
La spiritualità dell’Esodo può creare qualche
problema per la politica democratica che occorre ai tempi nostri, di pluralismo
culturale ed etnico. Non si tratta più infatti di fuggire da un qualche Egitto, ma di rimanervi e trasformarlo
nel confronto con altre culture ed etnie. E’ come se gli antichi israeliti, per liberarsi, avessero
deciso di rimanere in Egitto e di costituire un sindacato o di sviluppare lì la
loro particolare spiritualità. Le premesse c’erano. Del resto Giuseppe non era
stato un alto funzionario del Faraone, molto apprezzato? Naturalmente si tratta
di un anacronismo. I tempi erano molto diversi. Ma, appunto, prendere come
riferimento certi eventi biblici senza operare una mediazione per ricavarne una lezione per le esigenza della nostra
epoca è all’origine di molte delle difficoltà di inculturazione che
sperimentiamo. Si tratta di un lavoro
che fu fatto dalle nostre prime comunità di fede, nel distacco dall’ebraismo
delle origini. Quest’ultimo diffidava delle città, le vedeva come fonte di
corruzione spirituale ed etnica, e invece la nostra fede si diffuse proprio
nelle città, anche in quelle più grandi, come era la Roma antica, anche se, per
la sua corruzione, l’appellava come Babilonia.
Rinchiuderci in tribù contrasta con l’esigenza dell’agàpe, dell’apertura all’ambiente sociale in cui viviamo. La nostra
fede, al contrario dell’ebraismo, è stata dalle origini fortemente missionaria. Che cosa ha portato di
diverso, rispetto all’originaria spiritualità ebraica, l’insegnamento del
Maestro?
E questo popolo che lotta, per che cosa e contro chi lotta? In religione abbiamo
difficoltà ad accettare che la politica e l’azione sindacale siano, come sono e
devono essere, anche lotta. Eppure
costruire l’agàpe, la sua dimensione
sociale, può richiederlo, perché vi sono sempre strutture sociali che la
contrastano. Prendere coscienza politica di questo può essere visto come un purificarsi
in un deserto. Eppure l’azione politica non si svolge mai in un deserto, ma
nelle città, in quella che Giuseppe Lazzati definì idealmente la Città dell’uomo. I nostri testi
sacri, del resto, si chiudono con la visione di una città che scende dall’alto,
illuminata per virtù soprannaturale. E’ lì che saranno asciugate tutte le
nostre lacrime, è scritto.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
