martedì 3 maggio 2016

Politica ed Esodo

Politica ed Esodo

Gustave Doré, gli Egiziani sommersi nel Mar Rosso


 In religione sono diffuse concezioni politiche basate sulla spiritualità dell’Esodo: un popolo che si libera dall’oppressione in cui viveva, in terra straniera, ed è condotto verso una patria perduta che conquista combattendo, dopo aver purificato la propria spiritualità nel corso di lunga permanenza nel deserto.
  Si tratta di un orientamento che vedo praticato dai neocatecumenali della nostra parrocchia, a cui piace molto cantare l’adattamento di Kiko Arguello del Cantico di Mosè, Precipitò nel mare cavallo e cavaliere.  Si tratta di una spiritualità che però è al fondo anche di diverse teologie della liberazione. Nel primo caso si accentua l’idea di ritrovarsi in tribù nel deserto e poi nel combattimento per la riconquista della patria, nel secondo caso è l’idea di liberazione attraverso un’azione di popolo al centro di tutto.
 La spiritualità dell’Esodo può creare qualche problema per la politica democratica che occorre ai tempi nostri, di pluralismo culturale ed etnico. Non si tratta più infatti di fuggire da un qualche Egitto, ma di rimanervi e trasformarlo nel confronto con altre culture ed etnie. E’ come se gli  antichi israeliti, per liberarsi, avessero deciso di rimanere in Egitto e di costituire un sindacato o di sviluppare lì la loro particolare spiritualità. Le premesse c’erano. Del resto Giuseppe non era stato un alto funzionario del Faraone, molto apprezzato? Naturalmente si tratta di un anacronismo. I tempi erano molto diversi. Ma, appunto, prendere come riferimento certi eventi biblici senza operare una mediazione per ricavarne una lezione per le esigenza della nostra epoca è all’origine di molte delle difficoltà di inculturazione che sperimentiamo.  Si tratta di un lavoro che fu fatto dalle nostre prime comunità di fede, nel distacco dall’ebraismo delle origini. Quest’ultimo diffidava delle città, le vedeva come fonte di corruzione spirituale ed etnica, e invece la nostra fede si diffuse proprio nelle città, anche in quelle più grandi, come era la Roma antica, anche se, per la sua corruzione, l’appellava come Babilonia.
 Rinchiuderci in tribù contrasta con l’esigenza dell’agàpe, dell’apertura all’ambiente sociale in cui viviamo. La nostra fede, al contrario dell’ebraismo, è stata dalle origini fortemente missionaria. Che cosa ha portato di diverso, rispetto all’originaria spiritualità ebraica, l’insegnamento del Maestro?
 E questo popolo che lotta, per che cosa e contro chi lotta? In religione abbiamo difficoltà ad accettare che la politica e l’azione sindacale siano, come sono e devono essere, anche lotta. Eppure costruire l’agàpe, la sua dimensione sociale, può richiederlo, perché vi sono sempre strutture sociali che la contrastano. Prendere coscienza politica  di questo può essere visto come un purificarsi in un deserto. Eppure l’azione politica non si svolge mai in un deserto, ma nelle città, in quella che Giuseppe Lazzati definì idealmente la Città dell’uomo. I nostri testi sacri, del resto, si chiudono con la visione di una città  che scende dall’alto, illuminata per virtù soprannaturale. E’ lì che saranno asciugate tutte le nostre lacrime, è scritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli