giovedì 5 maggio 2016

Dottrina sociale: l’opinione dello storico Pietro Scoppola

Dottrina sociale: l’opinione dello storico Pietro Scoppola

Propongo di seguito alcune pagine dello storico Pietro Scoppola (1926-2007) su dottrina sociale e democrazia
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

[Da: Pietro Scoppola, La democrazia dei cristiani - Intervista a cura di Giuseppe Tognon, Laterza, 2005, €10,00. E’ alla portata di chi abbia terminato la scuola secondaria superiore]

Domanda Tognon: Recentemente è stato diffuso il nuovo “bignamino” della dottrina sociale della Chiesa [si tratta del Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Nota mia]. I cattolici impegnati in politica sono vincolati al rispetto di questa dottrina  sociale? La dottrina sociale della Chiesa è il manifesto politico dei cattolici italiani?
Scoppola: Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato il 25 ottobre 2004 ed elaborato su espresso incarico di Giovanni Paolo II, è effettivamente una sintesi di molta dottrina già nota: non mi sembra che offra grandi elementi di novità.
 Sulla dottrina sociale il discorso è molto complesso. Anzitutto: dottrina o insegnamento? Nel tempo sono state utilizzate entrambe le formule: dottrina fa pensare a qualcosa di rigido e stabile, insegnamento evoca sviluppo ed evoluzione, che in realtà vi sono stati e molto profondi. La dottrina (o insegnamento) sociale della Chiesa è stata a lungo intesa come un sistema concettuale rigido, come una deduzione necessaria dai dati della natura umana e della Rivelazione e perciò vincolante per il credente.
 Vi sono stati gruppi, specialmente in Francia, i quali affermavano che il movimento cattolico-sociale rappresentava uno sviluppo logico, normale, oggettivo della dottrina immutabile della Chiesa, e che parlavano di un diritto naturale come di una vera scienza… una teoria oggettiva della conoscenza.
D. In sostanza la dottrina sociale veniva quasi assorbita nell’ambito del dogma cattolico?
S. Non entrava direttamente nel dogma ma ne era in qualche modo una conseguenza oggettiva e necessaria.  E’ una questione interessante perché investe, da un lato il tema del rapporto fra ragione e fede, fra natura e grazia, dall’altro lato quello del rapporto tra cattolicesimo e democrazia.
D. Puoi spiegare la sostanza del problema?
S. Posso provare a spiegare come io lo ho capito. Mi è stato utile lo studio della grande opera dello storico tedesco Ernst Troeltsch Le dottrine sociali delle chiese e i gruppi cristiani del 1912. E’ un’opera classica e l’autore non è un cattolico ma un protestante, come di vede bene dalla sua argomentazione. Troeltsch si richiama all’eterno problema del rapporto fra natura e grazia che aveva travagliato il pensiero agostiniano e che, come si sa, è anche all’origine della Riforma protestante. Spiega come nel pensiero tomista [il filone di pensiero originato da quello del teologo e filosofo Tommaso D’Aquino (1225-1274)] esso appaia in qualche modo sanato: la natura, ordinata in gradi ascendenti, è concepita quale premessa del regno della grazia; la volontà di Dio è identificata con l’ordine della ragione, l’etica cristiana  identificata con il diritto di natura, anche se superiore ad esso in ragione del precetto della carità; in definitiva ogni aspetto della vita umana  appare, in quella concezione, inquadrato in una visione organica e gerarchica della realtà; le competenze della Chiesa e dello Stato definite e distinte, restando peraltro il secondo subordinato alla prima per la subordinazione stessa dei fini rispettivi.
D. Ma che cosa ha a che fare tutto ciò con la dottrina sociale della Chiesa?
S. La condiziona profondamente. In questa visione  del tomismo, e i particolare del tomismo restaurato da Leone XIII, «l’ordine universale - come nota Troeltsch - riposa sulla ragione, ma sulla ragione divina e non sull’umana, sulla ragione oggettiva e non sulla soggettiva».
  La tradizione cattolica si oppone perciò in radice ad ogni forma di individualismo e stenta a fare i conti con la soggettività; questo è il presupposto di quella visione della storia moderna che è alla base dell’intransigenza  cattolica ottocentesca [che si opponeva ad ogni mediazione con le culture della modernità. Nota mia]: essa vede  nel «funesto e deplorevole spirito di novità - come si legge nella Immortale Dei [enciclica del 1885. Nota mia] - suscitatosi nel secolo XVI [sedicesimo]  e cioè nell’individualismo religioso della Riforma, travasato  poi nel campo politico e da ultimo, con il liberalismo, nella concezione stessa dello Stato, «la radice di tutti i mali della moderna società».
D.Ti sembra di poter condividere l’analisi dello storico tedesco?
S. Oggi, come vedremo, è decisamente superata. Ma riassume efficacemente, anche se con qualche schematismo, l’orientamento del pensiero cattolico prima del Concilio Vaticano II, un vecchio orientamento del quale si avvertono ancora le tracce in alcuni ambienti cattolici.
 La riflessione dello storico tedesco (ma il tema è stato ripreso in anni a noi più vicini dal francese Emile Poulat) pone infatti in luce il legame culturale fra la dottrina sociale della Chiesa e le premesse ideologiche dell’intransigenza cattolica (della tendenza cioè che rifiuta ogni concessione alla modernità): di fatto il cattolicesimo sociale che è emerso vivace alla fine del XIX (diciannovesimo = Ottocento) secolo, quello delle opere in campo associativo, cooperativo, assistenziale, editoriale ecc. ha trascurato lo sforzo di talune componenti del cattolicesimo ottocentesco e in particolare del cattolicesimo liberale, volto a cercare una conciliazione tra la «ragione oggettiva» - per riprendere l’espressione di Troeltsch - e la «ragione soggettiva». Sulla base di queste premesse  culturali l’insegnamento sociale della Chiesa assume quei caratteri che con varie accentuazioni conserverà fino a Pio XII.
D. Perché dicevi che questa concezione condiziona il rapporto tra cattolicesimo e democrazia?
S. Perché la democrazia è lo strumento in cui si esprime la libera dinamica di una società ed è difficilmente  compatibile con la visione di un ordinamento astrattamente definito.
 All’inizio del secolo scorso [l’Ottocento nel momento in cui parlava Scoppola], quando si comincia a parlare di democrazia cristiana, Leone XIII, nell’enciclica Graves de communi, tenta di costringere la democrazia cristiana nascente entro gli spazi del cattolicesimo sociale con la famosa definizione della democrazia cristiana come “actio benefica in populo” (azione sociale in favore del popolo) che si contrappone a quella proposta in Italia da Romolo Murri e in Francia da molti esponenti del clero più impegnato politicamente, gli Abbes democrates, ai quali si deve la formula «pour le peuple et par le peuple» [per il popolo e dal popolo]. La democrazia cristiana, dunque, nasce sul ceppo del cattolicesimo sociale, ma lo supera.
 Di qui la distinzione   a tratti la polemica tra cattolicesimo sociale e democrazia cristiana all’inizio del secolo: il cattolicesimo sociale è uno spazio garantito dalla Chiesa entro il quale i cattolici agiscono sotto la guida della Chiesa stessa e sono vincolati all’unità: la democrazia cristiana nasce come iniziativa autonoma, implica un appello alla mobilitazione popolare per l’attuazione  della giustizia ed assume perciò tra i suoi obiettivi quello della democrazia politica, dovendosi di conseguenza misurare con il problema della libertà.
D. Che cosa rimane oggi di quelle vecchie posizioni del cattolicesimo sociale?
S.  Direi che lo stesso magistero della Chiesa ha superato quelle posizioni. Nello sviluppo del magistero in materia sociale vi è uno spartiacque che non spezza la continuità ma accentua il rinnovamento di metodo e di contenuti: si può indicarlo nel magistero di Giovanni  XXIII e soprattutto nel Concilio. In sostanza si sostituisce al metodo deduttivo, per cui si partiva dai principi e si arrivava alle prescrizioni operative, un metodo induttivo e storico, che parte dalla lettura e dalla comprensione della realtà storica per coglierne poi le implicazioni dal punto di vista cristiano.
 Questa svolta è legata alla nuova formula dei «segni dei tempi» che ha radici ecclesiologiche profonde: la Chiesa non è tanto interprete e garante di un ordine di ragione, ma portatrice di una tensione escatologica che agisce dentro la storia degli uomini; la sua presenza  nella storia e il suo stesso insegnamento sono un elemento di giudizio e di crisi nella storia. La comunità cristiana e i cristiani stessi sono portatori di un annuncio che è motivo di continuo inappagamento rispetto ad ogni ordine costituito (in questo senso Aldo Moro parlava del «principio di non appagamento»): non più l’ordine costituito  (come nei documenti del magistero ottocentesco) è l’obiettivo della loro azione, ma un miglioramento sempre possibile  e mai compiuto della società perché ogni concreta realizzazione storica rimane sempre inadeguata rispetto al messaggio di Cristo.