Comunità
e libertà religiosa
In un articolo pubblicato su La Repubblica di ieri, che incollo qui di seguito, Alberto
Melloni ha invocato una legge sulla
libertà religiosa. Non una legge sulle religioni, ma sulla libertà religiosa, una legge che, come ha
scritto, “della libertà parli e della
libertà si fidi”.
E’ un tema ancora caldissimo. Nel 1947 fu
raggiunto un precario equilibrio. Se all’art.8 venne proclamato il principio
che le tutte le confessioni religiose sono egualmente libere avanti alla legge, alla Chiesa
cattolica fu riservato all’art.7 un trattamento d’eccezione. Essa infatti non è
tenuta, come le altre confessioni religiose presenti nella Repubblica, a darsi
un’organizzazione che non contrasti con l’ordinamento giuridico italiano. In
particolare la Chiesa cattolica è rimasta, e per certi verso rimane ancora
oggi, in tensione con i principi della democrazia di popolo che regolano l’esercizio
del potere pubblico nella Repubblica. Poi c’è la questione dei finanziamenti
pubblici alle religioni, che vede, anche qui, la Chiesa cattolica in posizione
particolare. Ma fin qui si rimane nel campo delle norme sulle religioni, quindi sulle loro libertà come organizzazioni pubbliche,
dotate di poteri pubblici, distinte da quelle dalla Repubblica.
Una legge sulla libertà religiosa dovrebbe anche riguardare la libertà nelle religioni e dalle religioni.
Riguarderebbe quindi anche i loro effetti comunitari,
per cui uno, per vivere religiosamente, si trova inglobato in collettività con
regole e pretese.
L’altro ieri in parrocchia abbiamo celebrato
religiosamente l’aspetto comunitario della nostra fede ed evocato il suo vero
fondamento. Non l’etnia, la tribù, l’ideologia, ma la convinzione religiosa che
nella nostra comune umanità, per cui ci riconosciamo simili ma anche molto
diversi gli uni dagli altri, si insinui il soprannaturale a vivificarla,
espanderla, innalzarla, oltre ogni divisione. E tuttavia tra noi vi sono molte
concezioni confliggenti su come si debba stare insieme. Alcune appaiono poco
rispettose della libertà delle persone e il tema della libertà, anzi delle libertà, è uno dei più
ostici in religione tra noi, perché in realtà sembra ancora tanto difficili
vivere la libertà e sembra si sia sempre vivamente consigliati di rinunciarvi a
favore della (supposta) virtù dell’obbedienza.
In religione libertà fa rima con confusione, discordia e
questo denota come si parla una lingua diversa da quella comune, in cui quella
rima non c’è. Parlare di libertà viene sospettato di egoismo e si viene spinti a
vivere la fede da gregge, rimanendo
uniti dietro un qualche pastore. La pretesa democratica di
legittimare i propri capi e, prima ancora, di sceglierseli viene ancora
sospettata di presunzione e di indisciplina.
Secondo Melloni, invece, stimolare per legge
la libertà nelle religioni, in particolare favorendo immissioni
di sapere che stimolino, consentendolo, il libero
dialogo innanzi tutto al loro
interno, potrebbe far emergere la realtà di molti delitti a motivazione
religiosa (circonvenzione di incapace, riduzione in schiavitù, istigazione all’odio
razziale) e la loro insostenibilità ai tempi nostri pur in un’ottica di fede
religiosa. I fidenti, secondo
Melloni, potrebbero in tal modo, migliorando il loro modo di vivere
comunitariamente la fede, divenire con-sorti (condividere una medesima
sorte umana) e produrre la sostanza
morale si cui si nutre la società libera.
Possiamo convincerci di un’idea come questa?
In genere vedo prevalere tra noi la concezione
di una religione-rifugio o di una religione-ritorno al passato, quel passato
quando si era molto più diffidenti di oggi sul tema della libertà.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
