lunedì 25 aprile 2016

La dottrina sociale e la politica

La dottrina sociale e la politica


Dipinto Il Quarto stato [il proletariato], di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901)


  Sono stato uno studente distratto e discontinuo, di letture appassionate ma caotiche. Ora me ne dispiace. Ho avuto buoni maestri, ma non ho approfondito. In genere li ho delusi. Ora, vorrei comunicare qualcosa, ma sento che mi mancano le basi. Non mi resta che riconoscerlo francamente e andare avanti con quello che so. Perché andare avanti si deve. Altrimenti ci si limita ad essere trascinati dalla corrente. Può soddisfare veramente un essere umano? La politica inizia da qui. E’ impegno, volontà di fare nella società. E se poi si sbaglia? La possibilità c’è. Si pensa di fare il bene e si produce il male. La soluzione non è però astenersi, ma agire ed essere disposti ad essere corretti dagli altri. Sono lì proprio per questo. La politica è un fatto collettivo. “Se sbaglio, mi correggerete”, furono tra le prime parole che udii da Karol Wojtyla in piazza San Pietro quando lo presentarono come vescovo di Roma  (anzi “corigerete”, disse, iniziando subito a sbagliare): è un bellissimo programma politico, che ho sempre cercato di fare mio.
  Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.”
  Queste parole furono scritte a ventisei anni, nel 1917, dal politico comunista italiano Antonio Gramsci (1891-1937), il quale ebbe un’influenza grandissima nella politica italiana, ma non nel suo tempo bensì in quello della nostra Repubblica, nata dopo la sconfitta del fascismo nel 1946, che egli non poté vedere: si ammalò in carcere, dove, tra il 1926 e il 1933,  scrisse alcune delle sue opere più importanti, raccolte nei Quaderni dal carcere.  

Antonio Gramsci


Era stato condannato a vent’anni di reclusione per antifascismo. L’esempio politico di Gramsci è importante anche perché dimostra come sia importante in politica saper correggere le proprie idee alla luce dell’osservazione realistica dei fatti storici. Senza questa evoluzione del pensiero di Gramsci molto probabilmente la nostra Costituzione, fortemente improntata dal dialogo tra socialisti, comunisti e cattolici democratici sarebbe stata molto diversa, perché quel dialogo non sarebbe stato possibile. Gramsci capì che la rivoluzione sovietica che aveva rovesciato l’impero russo non andava bene per l’Italia, perché in Italia c’era una società civile molto ricca, con una fitta e appagante rete di relazioni che sosteneva e motivava le persone. Non si poteva farle violenza, ma occorreva convincerla. Era necessario un lavoro culturale perché sostenesse il cambiamento, l’azione politica, elevando alla piena cittadinanza le masse di coloro che stavano peggio ed erano esclusi dal governo e sfavoriti nella distribuzione delle risorse.
  A conclusioni simili era giunto anche Giuseppe Toniolo (1845-1918), economista e sociologo, uno dei protagonisti dell’edificazione dell’Azione Cattolica italiana dopo il 1905, su mandato del papa Giuseppe Sarto.

Il beato Giuseppe Toniolo, con la moglie


 Nel 1978 mio zio Achille pubblicò un libro su Toniolo: “Toniolo: il primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile”, edito da Cappelli. Questo testo non è più in commercio, lo si può leggere solo nelle biblioteche. Parlando di Toniolo, mio zio fece molte interessanti considerazioni sulla politica degli anni settanta e, in particolare, sul ruolo che in essa avevano i cattolici. Allegò poi un’antologia di brani di scritti del Toniolo. Quello che so di Toniolo l’ho appreso in massima parte da quel libro.
  Toniolo operò agli inizi del Novecento, in un’epoca molto difficile per i credenti italiani che volessero praticare la democrazia parlamentare. Quest’ultima era loro vietata e lo rimase fino alle elezioni politiche del 1913. La vietarono loro i Papi, prima Giovanni Maria Mastai  Ferretti, che era stato privato del suo piccolo regno nell’Italia centrale, poi Vincenzo Gioacchino Pecci e infine Giuseppe Sarto, che, ad un certo punto, tra il 1904 e il 1913, attenuò il divieto, che poi di fatto dopo di allora non venne più riproposto divenendo desueto. Si trattava di ciò che va sotto il  nome di “non expedit”,  espressione latina che significa  “non conviene”, ed era la risposta data nel 1864 alla domanda se ai cattolici fosse lecita la partecipazione alla politica democratica del Parlamento del Regno d’Italia, proclamato il 17 marzo 1861. Il Pecci, nel 1901, con l’enciclica Le gravi discussioni [sulle questioni economiche]  addirittura sconfessò anche l’idea di una democrazia cristiana, di un progetto democratico di società che si volesse ispirato dalla fede religiosa. I Papi vietarono la partecipazione democratica nel nuovo stato unitario come reazione alla conquista militare e abolizione dello Stato pontificio, nel 1870, da parte del Regno d’Italia. Lo stesso sovrano e il Cavour, protagonisti del processo di unificazione nazionale vennero scomunicati nel 1855. L’idea di una democrazia cristiana  fu invece sconfessata perché i Papi ritenevano di poter essere i soli a insegnare come modellare la società secondo i principi di fede: la  loro dottrina  sociale fu fortemente autoritaria e autocratica (cioè potevano crearla solo loro, con la loro teologia) fino al 1944.
  Si trattava di una questione di coscienza molto seria, per la quale appunto si rischiava la scomunica, che fu comminata al prete Romolo Murri, uno dei principali esponenti del movimento dei democratici cristiani. Era il tempo della persecuzione dei modernisti, esponenti di un movimento di persone di fede che si proponevano un rinnovamento del pensiero e del linguaggio religiosi, aggiornandoli  ai tempi nuovi.
  Toniolo si trovò all’inizio a dover ragionare di politica senza poter fare  politica. C’era però in Italia quella società civile su cui poi ragionò anche Gramsci, e appunto con riguardo ad essa, secondo le indicazioni dei Papi, della loro dottrina sociale,  si articolò la sua proposta.  Dovette però muoversi nei limiti molto ristretti lasciati dall’autocrazia dei suoi capi religiosi.
  Come i marxisti, ricercò nella storia e nell’economia le ragioni delle sofferenze sociali del suo tempo. Individuò anch’egli nella struttura delle produzione e degli scambi le ragioni dell’emergere di una classe derelitta, il proletariato: “…il popolo, sotto l’azione congiurata e diuturna dei prìncipi, delle leggi, di vecchie e nuove classi soprastanti, rimase grado grado depresso, sacrificato e come classe organica annichilito” [da La genesi dell’odierno proletariato e i movimento democratico cattolico, in Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, 1898].
 Secondo gli insegnamenti di papa Gioacchino Pecci nell’enciclica Le novità, del 1891, il Toniolo individuò nell’ordinamento etico sociale dei Comuni medievali italiani (primi quattro secoli del secondo millennio della nostra era), “una democrazia salda e vigorosa sotto la duplice forma sociale e politica; la quale, mentre consacrava tutte le classi, insinuava nelle moltitudini popolari, fortemente organizzate, una virtù di espansione e d’influenza progressiva” [in La genesi dell’odierno proletariato, citato].  Definì quel periodo storico “l’età del popolo per eccellenza”, la democrazia cristiana già tradotta in un fatto storico”. Dalla sua demolizione, secondo il Toniolo, si era prodotto il proletariato, per trasformazione dell’antico ceto lavoratore contadino in salariati precari,  i quali “vendevano dì per dì, dall’una all’altra contrada, il proprio lavoratore a uno speculatore, completando in tal guisa la mobilitazione del proletariato rurale”,  e per lo sviluppo di un processo analogo nello sviluppo delle industrie manufatturiere, per cui “l’industria moderna sul piedistallo del salariato […] in virtù di colossali società anonime [=le società di capitali, ad esempio quelle per azioni] scuote sempre più nella concorrenza dei forti contro i deboli i mezzani industriali e atterra gli artigiani indipendenti del mestiere; e così sempre nuove correnti di operai, disarmate di ogni autonomia e di ogni capitale, di continuo ingrossano quel torrente di salariati” [corsivi da La genesi dell’odierno proletariato, citato].
   Toniolo in quell’articolo aggiunse, con considerazioni ancora attuali:
“Duplice sviluppo del proletariato agricolo e industriale che le classi stesse mercantili e bancarie contribuirono, fra  l’ampliarsi degli scambi e delle comunicazioni, ad accrescere, perpetuare e diffondere universalmente. Ciò coll’assorbire fin dal secolo 16° [il Cinquecento] e 17°  [il Seicento], incentrare e monopolizzare nelle ingenti ditte mercantili, nelle banche e nelle borse, ed in operazioni eccessive, fittizie e spesso inoneste, quei capitali che erano meglio destinati a sostentare l’agricoltura e l’industria e a sorreggere il ceto operaio; il quale appunto immiseriva  quando il capitalismo speculatore celebrava i suoi primi trionfi in Olanda […] [e] nella Gran Bretagna. Ciò coll’insinuare l’abitudine di una sfrenata  concorrenza, che fra le periodiche crisi commerciali e i «cracks» [=crolli del valore dei titoli]  di borsa moltiplica gli arresti improvvisi del lavoro e rende così più incerta e depressa la sorte delle moltitudini operaie. Infine col sospingere i produttori, sotto il miraggio di sconfinate prospettive commerciali, ad una colossale moltiplicazione e ampliazioni d’industrie, cui poi vien meno il normale consumo; donde la necessità di escludere gradualmente dalle fabbriche una porzione di lavoratori i quali rigettati sl lastrico, compongono quel residuo permanente di disoccupati o, come fu detto, quella riserva dell’esercito operaio che, premendo sulla massa impiegata, le contende il salario della fame, triste caratteristica dell’economia europea ed americana degli ultimi trent’anni [scriveva nel 1898]”.
  Secondo Toniolo l’idea di una democrazia cristiana  risponde all’esortazione della Chiesa che ripete il grido:  “andate al popolo!”.
  Continua, nell’articolo sopra citato:
“Essa [la Chiesa] convoca e converge tute le forze delle nazioni e degli stati al popolo, perché di là proviene il pericolo massimo sociale; le dirige al popolo, perché, facendo opera di sapienza civile al proletariato informe, feroce e inselvatichito, intende restituire coscienza e dignità di classe cristiana; la concentra sul popolo perché, per fare atto di giustizia riparatrice, esige che tutte le classi e i governi si adoperino a restituire ad esso quel rispetto e valore che da secoli gli fu tolto iniquamente”.
 L’articolo si  conclude con questa convinzione del Toniolo:
“La ricomposizione  insomma dell’ordine social cristiano in mezzo al popolo non sembra in questo stesso momento  difficile. Ma a due condizioni però: in prima, che i cattolici predichino alto ai proletari, che accanto alla democrazia socialistica, illusoria, iniqua, impossibile, vi ha una democrazia cristiano-cattolica, possibile, ragionevole, storica, adatta a tutte le loro legittime aspirazioni; e che ulteriormente i cattolici stessi prendano in mano la causa del popolo, di tale democrazia affrettando l’avvento. E terza condizione dalle altre due presupposta, che i cattolici operosi sieno convinti esser giunta l’ora di contrapporre con sano ardimento al grido di Carlo Marx l’intimazione: proletari di tutto il mondo, unitevi in Cristo sotto il vessillo della Chiesa”.
  Nella visione del Toniolo la riforma politica dello stato in senso più democratico doveva tener conto dell’esigenza di risollevare il proletariato dalle sue misere condizioni, restaurando  un ordinamento che prendesse come riferimento ideale la struttura economico-sociale dei Comuni medievali italiani, sviluppatisi in un’era in cui l’etica sociale era improntata a quella religiosa. I Papi detenevano, nella loro dottrina sociali, il giusto progetto per risolvere i mali sociali: si trattava solo di applicare i loro insegnamenti. Questo programma politica di una democrazia cristiana a forte impronta sociale venne sconfessato, come ho sopra ricordato, nel 1901 dal papa Pecci, con l’enciclica  Le gravi discussioni. Ma Toniolo non si perse d’animo e continuò la sua opera di formazione, mantenendo la fiducia del Papa, tenendosi nei limiti del suo volere.  Il magistero pontificio poi mutò sensibilmente, giungendo, con il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), a richiedere ai laici di fede una collaborazione molto più importante di un semplice lavoro di esecuzione  dei dettami sociali pontifici. Ma il Toniolo non poté vedere questi sviluppi.
  Nel pensiero del Toniolo si trova la considerazione realistica dell’esistenza di un conflitto sociale tra classi privilegiate e un vasto proletariato di derelitti le cui ragioni occorreva sostenere anche politicamente. La politica è, appunto, anche questo, è anche lotta, termine che troviamo ora nei documenti del papa Francesco, ma che a lungo è stato considerato sconveniente in religione.
   Pensatori come Piero Gobetti, liberale, (1902-1926) e Antonio Gramsci, comunista, (1891-1937), molto più giovani, criticarono aspramente, e non senza ragione, le posizioni del Toniolo, proprio in quegli aspetti che oggi appaiono meno convincenti anche ad una persona religiosa che agisca secondo i principi proclamati dai saggi dell’ultimo Concilio.
 Scrisse Piero Gobetti nel saggio  La rivoluzione liberale - Saggio sulla lotta politica in Italia (1924):
“Sfugge al suo [del Toniolo] cattolicismo di quiete la religiosità dell’uomo moderno, la religiosità della democrazia come forza autonoma, liberamente operante dal basso senza limiti che la predeterminino fuori della volontaria disciplina che essa si pone,  - sforzo morale di liberazione, sacrificio dell’individuo  nella continuità di una lotta sociale che lo trascende e che pure non esiste senza la sua azione singolare. La visione politica del nostro buon scienziato si restringe al mondo antico, nel sogno di una gerarchia sociale in cui alle classi superiori spetti una funzione di assistenza e di patronato  e alle classi inferiori l’umiltà e l’obbedienza. Guarda con idillica simpatia i vecchi istituti della beneficienza, il sabato, il settennato, il giubileo; crede che i due diritti tradizionali del «petere» [latino=invocare dal potente] e dell’«acclamare»  possano nel mondo moderno bastare alla difesa del popolo. Le parole di approvazione e di rimpianto con cui il Toniolo ricorda la monarchia di Luigi 9° [re di Francia dal 1226 al 1270],  che egli crede di poter chiamare senza ironia «democratica», mentre ci rivelano tutta la singolarità della sua psicologia, chiariscono la sua dottrina nei limiti di una democrazia patriarcale che esclude l’iniziativa popolare e i principi di autoeducazione, e vuol dare alle masse soltanto i palliativi di riforme e di miglioramenti economici.” [edizione Einaudi, continuamente ristampato, €20,00; si tratta di un testo impegnativo, che richiede una cultura universitaria].
Piero Gobetti

  Scrisse Antonio Gramsci in I cattolici italiani, articolo pubblicato il 22-12-18 sul quotidiano Avanti! [in A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile - Antologia degli scritti 1914-1935 - a cura di Giuseppe Vacca, Einaudi, 2007, €15,00. E’ un testo impegnativo, che richiede una cultura universitaria]:
“Allo sviluppo dello Stato nuovo italiano mancò la collaborazione dello spirito religioso, della gerarchia ecclesiastica, la sola che potesse accostarsi alle innumeri coscienze individuali del popolo arretrato ed opaco, percorso da stimoli irrazionali e capricciosi, assente da ogni lotta ideale ed economica avente caratteri organici di necessità permanente. Gli uomini di Stato furono assillati dalla preoccupazione di escogitare un compromesso con il cattolicismo, di subordinare allo stato liberale le energie cattoliche appartate e ottenerne la collaborazione al rinnovamento della mentalità italiana e alla sua unificazione, di suscitare o rinsaldare la disciplina nazionale attraverso il mito religioso.
[…]
Il liberalismo finì per subordinarsi al cattolicismo, le cui energie sociali sono invece fortemente organizzate e accentrate e posseggono, nella gerarchia ecclesiastica, una ossatura millenaria, salda e preparata a ogni forma di lotta politica e di conquista delle coscienze e delle forze sociali: lo stato italiano divenne l’esecutore del programma clericale, e nel patto Gentiloni [in nota: “Cioè il complesso degli accordi presi tra il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865-1916) a nome dei cattolici  e i liberali, in vista delle elezioni  politiche a suffragio universale [solo maschile] del 1913. I cattolici si impegnarono a sostenere quei candidati costituzionali che avessero promesso di non promuovere una politica anticlericale e di non votare leggi ostili ai postulati cattolici. Il «patto» rappresentò l’ingresso ufficiale delle forze cattoliche nella vita politica italiana”] culmina un’azione subdola per ridurre lo Stato a una vera e propria teocrazia per sottoporre l’amministrazione pubblica a controllo diretto della gerarchia ecclesiastica.
[…]
 Nel seno del cattolicismo sorgono tendenze modernistiche e democratiche come tentativo di comporre, nell’ambito religioso, i conflitti emergenti nella società moderna. La gerarchia ecclesiastica resiste e dissolve d’autorità la democrazia cristiana,  ma il suo prestigio e la sua forza si piegano dinanzi alle incoercibili necessità locali degli interessi intrecciatisi al mito religioso […] la sostanza del fenomeno, anche se attenuata e irrigidita nella sua spontaneità, permane tuttavia e opera fatalmente. I cattolici esplicano un’azione sociale sempre più vasta e profonda: organizzano masse proletarie, fondano cooperative, mutue, banche, giornali, si tuffano nella vita pratica, intrecciano necessariamente le loro attività all’attività dello stato laico e finiscono col far dipendere dalla fortuna di esso le fortune dei loro interessi particolari. Gli interessi e gli uomini trascinano con sé le ideologie: lo Stato assorbe il mito religioso, tende a farsene strumento di governo, atto a respingere gli assalti delle forze nuove, assolutamente laiche, organizzate dal socialismo.
 La guerra  [la Prima guerra mondiale, 1915-1918] ha accelerato questo processo d’intima dissoluzione del mito religioso e delle dottrine legittimiste proprie della gerarchia ecclesiastica romana  [….] Il mito religioso […] diventa partito politico definito […] si propone, conquistando il governo dello Stato, oltre la conservazione dei privilegi generali della classe, la conservazione dei privilegi particolari dei suoi aderenti.
 Il costituirsi dei cattolici in partito politico è il fatto più grande della storia italiana dopo il Risorgimento. I quadri della classe borghese si scompaginano: il dominio dello Stato verrà aspramente conteso, e non è da escludere che il partito cattolico, per la sua potente organizzazione nazionale accentrata in poche mani abili, riesca vittorioso nella concorrenza dei ceti liberali e conservatori laici della borghesia, corrotti, senza vincoli di disciplina ideale, senza unità nazionale, rumoroso vesapaio di basse congreghe e consorterie”.
  Qui sopra sono sintetizzati un modo di concepire l’azione politica dei cattolici come semplice esecuzione  delle disposizioni della dottrina sociale formulata dal Papi e dagli altri capi religiosi del clero e le obiezioni ad essa proposte da parte liberale e socialista.  Obiezioni che, sostanzialmente, sono state, successivamente, a partire dal 1944, riconosciute come fondate anche in religione.
 Una persona di fede oggi non solo non è più tenuta ad agire politicamente pensando di trovare ogni puntuale soluzione nella dottrina sociale della Chiesa, ma  nemmeno deve. Ogni linea politica va elaborata con autonoma responsabilità, ricercando  e  dialogando, i laici, in particolare, accrescendo la loro competenza e intelligenza dei problemi da risolvere. Il tutto alla luce  di quella particolare teologia che è contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. Né si è più tenuti a prendere come riferimento ideale la politica medievale. Questi gli sviluppi prodottisi a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, prima nella cultura di impronta religiosa e poi nella dottrina sociale, in un processo di revisione  e  aggiornamento che possiamo vedere compreso tra il radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Eugenio Pacelli, la costituzione Gaudium et spes - La gioia e la speranza  e il decreto Apostolicam actuositatem  - L’apostolato [dei laici] del Concilio Vaticano 2°, l’enciclica Il centenario, del papa Karol Wojtyla, fino all’enciclica Laudato si’ del Papa ora regnante.
   A innescare questi sviluppi, negli anni 30, del secolo scorso fu, tra gli altri, il pensiero del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), che ebbe particolare importanza in Italia nella costruzione ideologica di un  partito cristiano,  che egemonizzò la politica italiana dal 1948 al 1994, l’era di quella che si usa oggi definire Prima repubblica.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica  in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.