La
gioia di pensare da laici un mondo nuovo
In una articolo pubblicato ieri su La Repubblica Enzo Bianchi ha parlato
del carattere di effettiva riforma che ebbe il rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano 2°.
Questa parola riforma mette a disagio i
nostri teologi perché venne usata per descrivere i movimenti religiosi e
politici che nel Cinquecento, a partire dal pensiero e dall’azione di Martin
Lutero, produssero tanti cambiamenti nel modo di vivere collettivamente la fede
e nelle relazioni di quest’ultima con la politica, e innanzi tutto l’idea che
il costante rinnovamento di strutture e mentalità dovesse essere una modalità
permanente dell’esperienza religiosa, principio che viene sinteticamente
espresso con la locuzione la Chiesa ha
sempre necessità di riforma.
Bianchi ha ricordato, in quell’articolo, vari
momenti di riforma vissuta nella
nostra confessione religiosa, a partire da quella del papa Gregorio 7, nell’11° secolo, dalla quale emerse quel papato imperiale
che nel Novecento si iniziò,
appunto, a riformare: l’ultima sua
solenne affermazione dottrinale si ebbe nel triste Concilio Vaticano 1°,
rimasto (per nostra buona sorte) incompiuto per i problemi causati
dall’avvicinarsi a Roma delle truppe dei conquistatori del Regno d’Italia e
dalla guerra franco - prussiana, e tuttavia anche così fonte di infiniti
problemi nel secolo che seguì.
Poi ha ricordato i propositi riformatori di
due papi del Cinquecento, Adriano 6° e Marcello 2°, in carica per meno di un
mese, surclassati dall’azione dei capi della Riforma promossa da Lutero e proseguita in un moto vertiginoso di riforma delle riforme con altre grandi
figure di personalità religiose. Nello stesso secolo un moto di riforma fu
effettivamente prodotto anche nel corso del Concilio di Trento, essenzialmente
però per reagire alle riforme
protestanti, quindi in quello spirito sostanzialmente reazionario che improntò l’azione
della nostra gerarchia, in particolare quella dei papi, fino al termine
del regno del papa Eugenio Pacelli, nel 1958.
Riferendosi al Concilio Vaticano 2°, ha scritto:
«Ma
il bisogno di riforma emerse ancora con
forza nel secolo scorso, come testimonia il titolo di un’opera fondamentale di
uno dei grandi teologi del Vaticano II, padre Yves Congar: “Vera o falsa
riforma della Chiesa”. Così papa Giovanni 23° e il concilio da lui voluto
-proseguito e portato a compimento da Paolo 6°- hanno operato una riforma sia
dello stile del papato, sia di tutto la vita liturgica e spirituale della
chiesa, sia del modo di porsi dei
cristiani in compagnia degli uomini»
E’ passato infine a trattare dell’azione riformatrice promossa dal papa
Francesco, da lui ritenuta avviata sotto il regno del papa precedente,
Ratzinger - papa Benedetto 16°. La vede come una prosecuzione di quella
dell’ultimo Concilio. E’ centrata, a suo
avviso, sul desiderio risoluto di una Chiesa povera e misericordiosa.
Scrive Bianchi:
Questo suo programma essenziale richiede
riforme a diversi livelli: dalla forma dell’esercizio del papato fino all’unità
visibile delle Chiese cristiane, dalle strutture della curia -che deve essere
al servizio del papa e ancor più al servizio delle chiese locali di tutto il
mondo -fino allo stile di vita degli ecclesiastici tutti. E questo,
semplicemente, in nome del Vangelo, di cui
papa Francesco vuole essere servo e ministro.
Da due anni questo successore di Pietro che
ama definirsi “vescovo di Roma, la
chiesa che presiede nella carità”, ha mostrato di voler essere un realizzatore
di ciò che predica.
Vi sono molte resistenze ai propositi di riforma
del Bergoglio.
Osserva Bianchi:
Più
papa Francesco realizzerà la riforma della Chiesa, e più pesante sarà la croce
sulle sue spalle: accanto al riconoscimento e alla gratitudine dei cristiani di
vivere il vangelo e dei “giusti” anche non cristiani, accanto alla
riconoscenza dei poveri, apparirà il
disprezzo , la delegittimazione, l’offesa dei poteri mondani, interni ed
esterni al mondo ecclesiale.
Condivido le considerazioni di Bianchi, ma
dissento dall’idea che il processo di riforma del nostro modo
collettivo di vivere la fede, in una organizzazione con una sua struttura
formale non affidata allo spontaneismo, dipenda sostanzialmente dall’azione dei
nostri capi religiosi, anche al massimo livello, fosse anche quella di un papa.
E non penso che si dovrebbe fare eccessivo affidamento sulle riforme promosse e
attuate solo da loro, e anche drammatizzare
troppo certe dinamiche clericali correnti di consenso e dissenso intorno ad
esse. Questa è essenzialmente una visione clericale del processo in corso: è
il punto di vista del clero, per cui la storia della Chiesa procede per azione
di papi, vescovi, preti, monaci.
La prima grande riforma del papato nell’era
contemporanea in realtà è stata fatta dal Regno d’Italia, ponendo fine, con la
conquista militare del Lazio e in ultimo di Roma nel settembre 1870, allo Stato Pontificio e anche, provvidenzialmente, al Concilio Vaticano
I, pervaso da fortissime pulsioni reazionarie.
Tutti i successivi moti riformatori sono stati
strettamente collegati all’azione del laicato di fede nelle società di
democrazia avanzata e al loro pensiero. Ed è stato il laicato a subire, a suon
di scomuniche, le conseguenze più dure della reazione clericale, insieme ad
alcuni preti che oggi definiremmo di base. Le accuse di eresia sono ciclicamente
fioccate. E’ stato il laicato di fede italiano a progettare la nuova democrazia
italiana del secondo dopoguerra, in
tempi in cui il papato era giunto al disonorevole compromesso con il fascismo
storico restaurando un simulacro di potere temporale, quello che oggi dà i
maggiori problemi. E poi anche a realizzare quella democrazia cristiana, il cui primo ideatore, il prete Romolo Murri,
era stato scomunicato. Giovanni Battista
Montini, che aveva guidato quel laicato illuminato in un pervicace lavoro di
formazione in vista di tempi nuovi, fu uno dei grandi protagonisti del Concilio
Vaticano 2°, avendo però subito lui stesso, negli anni Cinquanta, conseguenze
reazionarie che lo allontanarono da Roma. Ecco come Giuseppe De Luca, prete e grande
intellettuale della nostra fede, scrivendo nell’agosto 1959 all’amico Montini,
all’epoca arcivescovo Milano, descrive il triste ambiente dei clericali romani che contrastavano l’azione del nuovo papa
Angelo Roncalli [ci riporta dalla citazione che ne fa Giuseppe Alberigo in Breve storia del Concilio Vaticano II, Il
Mulino, 2005, p.20]:
“La
Roma che tu conosci e dalla quale fosti esiliato [con
l’invio a Milano come arcivescovo, deciso da Pio XII] non accenna a mutare, come pareva che dovesse essere, alla fine. Il
cerchio dei vecchi avvoltoi, dopo il primo spavento, torna. Lentamente, ma
torna. E torna con sete di nuovi strazi, di nuove vendette. Intorno al «carum
caput» [cioè Giovanni XXIII] quel macabro cerchio si stringe. Si è
ricomposto, certamente.”
La riforma
della nostra confessione
religiosa innescata dall'ultimo concilio ecumenico è rimasta sostanzialmente
incompiuta, dopo il primo decennio di fase attuativa, perché è venuta
spegnendosi la forza del movimento laicale che l’aveva promossa e sorretta, la
cui azione è stata sempre vivamente contrastata fin dal suo primo manifestarsi,
nel corso dell’Ottocento, e ancora nel 1960, con il documento Il laicismo della Conferenza Episcopale
Italiano, in cui sostanzialmente si condannavano come eretiche le pretese autonomistiche del laicato in campo
temporale, quelle che vennero
pienamente accolte dai saggi dell’ultimo Concilio.
La grande opportunità che oggi è offerta dal
magistero del Bergoglio come nostro padre universale è quella di togliere di
mezzo, nelle questioni di riforma nel senso indicato dall’ultimo concilio e in
particolare nello sviluppo dell’azione laicale, l’accusa di eresia e di aprire
un nuovo corso di progettazione e
attuazione non più improntato ad interpretazioni limitative, in cui possa essere di nuovo fondamentale l’azione
laicale. Per quanto riguarda quest’ultima, quel magistero
ha natura di una nuova autorizzazione.
Parlando ai padri sinodali, il 17 ottobre
scorso, egli ha detto:
“Il sensus fidei [=intuizione del corretto modo di intendere
le verità di fede. -Così definito in un documento del novembre 2014 della
Commissione teologica internazionale: “…i fedeli possiedono un istinto per la verità del Vangelo, che permette
loro di riconoscere la dottrina e la prassi cristiane autentiche e di aderirvi.
Questo istinto soprannaturale, che ha un legame intrinseco con il dono della
fede ricevuto nella comunione ecclesiale, è chiamato «sensus fidei», e permette ai cristiani
di rispondere alla propria vocazione profetica.”] impedisce di separare
rigidamente tra Ecclesia docens [i capi che insegnano] ed Ecclesia discens [=il popolo che impara] , giacché
anche il Gregge possiede un proprio "fiuto" per discernere le nuove
strade che il Signore dischiude alla Chiesa.
È stata questa
convinzione a guidarmi quando ho auspicato che il Popolo di Dio venisse
consultato nella preparazione del duplice appuntamento sinodale sulla famiglia,
come si fa e si è fatto di solito con ogni “Lineamenta”. Certamente, una
consultazione del genere in nessun modo potrebbe bastare per ascoltare il sensus
fidei. Ma come sarebbe stato possibile parlare della famiglia senza
interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro
dolori e le loro angosce? Attraverso le risposte ai due questionari inviati
alle Chiese particolari, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare almeno
alcune di esse intorno a delle questioni che le toccano da vicino e su cui
hanno tanto da dire.
Una Chiesa sinodale è
una Chiesa dell'ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire».
È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele,
Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in
ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17),
per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7).”
Ed ha citato la sua esortazione apostolica La gioia del Vangelo, dove scrisse:
«119. In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza
santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è
santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”.
Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per
esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla
salvezza.
[…]
120. In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato
discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia
la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un
soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema
di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del
popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova
evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei
battezzati.»
Dunque, questa autorizzazione ad agire al
massimo livello è venuta. Inutile ora starci a tormentare ragionando sulla
questione di quanto sia stato umiliante, per noi laici, dover attenderla e se,
in definitiva, si poteva fare di più anche prima, invece di lasciarci
sostanzialmente silenziare, nella
lunga era glaciale che abbiamo vissuto in Italia nelle questioni
religiose. Prendiamo invece risolutamente atto che è il momento in
cui tocca a noi laici, lì dove viviamo la fede, innanzi tutto nelle parrocchie,
di riprendere ad indurre il moto riformatore innescato dall’ultimo Concilio,
innanzi tutto vivendo la fede in modo diverso dal tremendo e tragico nostro
passato.
Ecco allora che, qui da noi a San Clemente, stiamo vivendo
una nostra piccola - grande riforma: piccola
se comparata con la vita collettiva di fede su scala globale, quella degli
ottocento milioni di fedeli sparsi su tutto il globo, in tutti i suoi ambienti
e culture; grande se si paragonano i suoi propositi con il modo
cui abbiamo vissuto la fede in
parrocchia negli ultimi trent’anni. Infatti non si tratta di alzare il volume
degli altoparlanti dei banditori della fede, ma di coinvolgere nuovamente le
masse del quartiere realizzando nuove relazioni di amicizia e condivisione,
invitandole a partecipare a quell’agàpe che religiosamente siamo spinti a organizzare.
Il risultato non dipenderà tanto dall’azione dei nostri preti, che sono volenterosi e capaci ma che non
possono raggiungere il risultato sperato senza la nostra collaborazione, di noi
laici, ma appunto da noi laici a cui primariamente spetta lavorare in mezzo all’ambiente
civile, nelle cose temporali come si dice in
gergo teologico, per costruire quelle relazioni amicali che servono. Siamo noi
laici che dobbiamo sentire acutissima la responsabilità di aver trasformato la
nostra parrocchia in una via di mezzo tra una Asl spirituale e una serra religiosa, invece che farne la casa di tutta la gente di fede del
quartiere. Noi laici che siamo
rimasti a frequentare la parrocchia e che, in fondo, ci siamo anche accomodati
a questa situazione che si era creata, che ci liberava da tanti impegni onerosi
e da molti sensi di colpa, nell’idea, accettata di buon grado, che si era
rimasti il resto fedele nell’oceano pagano e che,
quindi, si aveva in fondo diritto ai preti e a complesso parrocchiale, così
grande, progettato per tanta più gente, tutti
per noi, perché eravamo gli ultimi “buoni” del quartiere, bisognosi di essere
coccolati e consolati (altrimenti saremmo spariti anche noi).
La riforma della parrocchia deve
partire dal cambiare questa mentalità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,
Valli