Il Concilio Vaticano
2° e il rinnovamento come metodo
1. C’è stato uno studioso che ha dedicato la
sua vita a fare memoria del Concilio Vaticano 2°: è stato Giuseppe Alberigo
(1926-2007), il quale svolse a lungo la sua opera di studioso della storia
della Chiesa e di professore universitario a Bologna. Da questa città
provenivano due protagonisti di quel Concilio, Giacomo Lercaro, vescovo di
Bologna, e Giuseppe Dossetti, suo collaboratore, che all’epoca era prete ma era
stato un capo della Resistenza emiliana e un politico di primo piano nel
secondo dopoguerra. A Bologna Dossetti nel ’53 fondò un Centro di
documentazione che fu uno del motori della cultura del Concilio e che successivamente, costituitosi in
Istituto per le scienze religiose e poi in associazione e infine in Fondazione,
ha svolto un ruolo importantissimo per la sua diffusione, per fare memoria del
Concilio e per promuoverne l’attuazione.
Alberigo ha promosso e curato la
pubblicazione di una grande Storia del concilio Vaticano 2° in cinque volumi,
analizzando migliaia di documenti con la collaborazione di numerosi studiosi di
tutto il mondo. Per promuovere la conoscenza in ambito più vasto, ha anche
scritto il libro Breve storia del Concilio Vetiano II, Il Mulino, 2005, € 10,50,
tuttora in commercio, che consiglio a tutti di leggere. Nel triste clima
reazionario, nella lunga era glaciale, che vivemmo dagli anni ’80, Alberigo fu
molto criticato per come aveva fatto memoria del Concilio. in quegli anni si
preferiva presentarlo al modo di uno degli altri concili del secondo millennio
i quali, pur avendo manifestato talvolta una certa effervescenza, si erano
mossi sostanzialmente nella linea della continuità intorno all’istituzione di
un papato imperiale, e ciò anche se
storicamente si erano avuti momenti di acuta dialettica tra essa e i padri dei concili. Alberigo aveva invece segnalato la
portata di rinnovamento che aveva caratterizzato l’ultimo Concilio ecumenico,
il quale aveva per certi versi prefigurato una realtà ecclesiale molto diversa
dal passato, innescando un movimento riformatore che poi ad un certo punto si
era arrestato.
Come spesso
è accaduto e accade nelle cose religiose, Alberigo e lo stesso Dossetti furono
molto avversati, così come anche Lercaro, con le solite accuse che si fanno
in religione in casi simili e che ai tempi nostri non hanno più le conseguenze
tragiche del passato solo perché il contesto democratico in cui viviamo le impedisce.
Un
elemento, però, accredita l’affidabilità della loro visione del Concilio
Vaticano 2°: Dossetti ne fu un protagonista, al fianco di Lercaro come suo
perito e per un certo tempo come segretario di uno dei suoi organismi centrali,
quello dei Quattro Moderatori (i cardinali Döpfner, Suenens, Lercaro e Agagianian), l’Alberigo
lo studiò a livello universitario fin dal primo annuncio; entrambi poi lo
amarono molto e vi credettero. Il loro critici, invece, in genere furono in
fondo detrattori del Concilio, non lo amavano, ne temevano i possibili
sviluppi.
2. Il primo annuncio del Concilio Vaticano 2°
fu dato da Angelo Roncalli, durante il suo ministero di papa, il 25 gennaio
1959, in un discorso tenuto ad alcuni cardinali nella basilica di San Paolo
Fuori le mura, al termine di una settimana di preghiere per l’unità delle
chiese cristiane. La finalità dichiarata fino ad allora fu quella del
rinnovamento della Chiesa. Scrive
Alberigo nella Breve storia, che ho
sopra ricordato (pag.16):
L’annuncio
giunse inatteso, imprevisto e sorprendente per quasi tutti gli ambienti,
egemonizzati al clima di guerra fredda tra blocco sovietico e blocco occidentale
e soddisfatti di un cattolicesimo immobile nelle sue certezze.
Il papa, invece, nella stessa occasione aveva
parlato di “epoche di rinnovamento”. Secondo lui infatti la chiesa era alle
soglie di una congiuntura storica di eccezionale densità.
Il
Roncalli aveva detto che occorreva:
precisare
e distinguere fra ciò che è principio sacro e Vangelo eterno e ciò che è
mutevolezza dei tempi […].
In particolare a suo avviso era necessario
fare
nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere i “segni dei tempi” e
scorgere in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno bene sperare.
3. Dunque rinnovamento.
Che c’era
da rinnovare? Nel prosieguo si capì che il
Roncalli avvertiva che il rinnovamento doveva riguardare il modo di essere
Chiesa, di vivere collettivamente la fede in un’istituzione che ormai univa
genti di tutta la terra.
All’epoca
gli europei avevano il ruolo più importante nel governo di quell’istituzione e
si può riconoscere che l’esigenza di quel rinnovamento scaturì fondamentalmente
dal loro pensiero ed esperienza di vita. Tuttavia si era in tempo di
decolonizzazione: i popoli della terra che erano stati dominati dagli europei
stavano conquistando l’autogoverno e questo era un processo che riguardava
anche la nostra istituzione religiosa. Al Concilio Vaticano 2° giunsero vescovi
da tutto il mondo. Un ruolo importantissimo e imprevisto ebbero quelli
provenienti dall’America Latina, da dove, ai tempi nostri, è ripreso a
soffiare, giungendo fino a noi, nella nostra Roma, il vento del rinnovamento
conciliare.
Le basi
culturali dell’esigenza di rinnovamento del modo di essere insieme della fede
vennero poste fondamentalmente nell’Europa dei primi cinquant’anni del
Novecento. Un ruolo molto importante ebbero in questo contesto i laici di fede,
la loro esperienza di impegno religioso nella società, sulla base della quale
poi si sviluppò anche un pensiero teologico. Ma, più in generale, era stato il
processo democratico che aveva interessato le società europee dall’Ottocento a
contribuire a far sorgere quell’esigenza di rinnovamento. Se ne possono
avvertire gli echi già nel primo documento di quella che chiamiamo dottrina sociale, vale a dire nell’enciclica
del 1891 Sulle cose nuove, del papa
Pecci, Leone 13°, centrata appunto sul rinnovamento che si stava producendo
nelle società contemporanee e sul suo senso religioso.
Al
tempo del primo annuncio del Concilio, l’esigenza di un rinnovamento venne
esplicitata prima di individuare ciò che c’era da rinnovare, i temi del
rinnovamento. Questi ultimi furono individuati nel lavoro preparatorio. Credo
tuttavia che il Roncalli avesse già in mente all’epoca dove si sarebbero dovute
mettere le mani, il lavoro che c’era da fare. Ma, in fondo, lo scoglio che
appariva più difficile da superare, tenendo conto della lunga tradizione
reazionaria dei vertici ecclesiastici, era proprio l’idea che fosse necessario
un rinnovamento, perché i tempi erano cambiati e occorreva coglierne i segni.
Va osservato che, agganciando l’idea del
rinnovamento ai detti evangelici sui segni
dei tempi
Mt 16, 2-3:
Quando si
fa sera voi dite: Il tempo sarà bello perché il cielo e rosso. E al mattino
presto dite: Oggi avremo un temporale perché il cielo è rosso scuro. Dunque,
sapete interpretare l’aspetto del cielo e non sapete capire il significato di
ciò che accade in questi tempi?
Lc 12, 54-56:
Gesù
diceva ancora alla gente: “Quando vedete una nuvola che sale da ponente, voi
subito dite «Presto pioverà», e così avviene. Quando invece sentite lo scirocco,
dite: «Farà caldo», e così accade. Ipocriti! Siete capaci di capire l’aspetto
del cielo e della terra, e allora come mai non sapete capire quel che accade in
questo tempo?
[cit.da traduzione interconfessionale in lingua
corrente della Bibbia, ed. LDC-ABU]
il Roncalli la presentò come una struttura permanente del modo di vivere collettivamente la fede e configurò lo stesso Concilio che stava convocando come l’inizio di un lungo lavoro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valliil Roncalli la presentò come una struttura permanente del modo di vivere collettivamente la fede e configurò lo stesso Concilio che stava convocando come l’inizio di un lungo lavoro.