lunedì 26 ottobre 2015

Suscitare una comunità

Suscitare una comunità

  Alle Valli abbiamo una collettività di diverse migliaia di persone, delle quali verosimilmente circa l’80% prendono la nostra fede come riferimento etico. Lo dicono le statistiche. Ad esempio quelle di cui ha scritto il sociologo Franco Garelli nel libro Religione all’Italiana - L’anima del Paese messa a nudo, Il Mulino, 2011, che ho presentato su questo blog lo scorso agosto. Non c’è motivo per pensare che la nostra gente si discosti dalla media nazionale.
  Il nostro obiettivo è di suscitare una comunità parrocchiale  da quella collettività, che non è fatta di estranei, perché già ha diversi elementi che accomunano le persone che la compongono, come sempre accade quando si vive vicini, si condividono tante cose e si finiscono anche per amarle.
  La nostra cultura religiosa a volte aiuta e a volte no.
  In religione abbiamo un grosso, veramente grosso, problema in questo campo, che si è manifestato fin dalle origini e che ha fatto gravissimi danni. Cerco di renderne un’idea.
 L’altroieri, in radio, intervistavano un archeologo sui fatti siriani, in particolare sulle distruzioni che gli estremisti di laggiù stanno facendo delle rovine di antiche civiltà, considerate patrimonio dell’umanità. Ebbene, ci ha detto che queste cose sono consuetudini molto antiche. Se ne trova traccia addirittura diversi millenni prima della nostra era. C’è stata però gente che ha superato tutti in questa triste attività, che ha cancellato una massa enorme delle fonti su cui gli archeologi e gli storici ragionano. Chi è? Siamo noi, noi della nostra fede. Noi siamo stati storicamente i più grandi distruttori di mondi, in un’incredibile furia contro le culture altrui. Quell’archeologo ha fatto notare, ad esempio, che dall’antichità ci sono giunte tantissime  teste  di statue di antichi imperatori romani. Perché solo le teste? Perché la gente della nostra fede nel distruggere i monumenti pagani, tagliava le teste delle statue degli imperatori, visti come manifestazione di satana. E di tutto il patrimonio librario delle antiche culture dei nativi americani, che raggiunsero un livello che possiamo considerare paragonabile a quello degli antichi egiziani, ci rimangono pochissimi manoscritti. Il resto è stato annientato dagli evangelizzatori del continente.
 Ora, questa violenza che è stata portata contro le culture altrui non è un male che dall'esterno, per malvagità, viene a guastare, distorcendoli, grandi principi umanitari della nostra fede. No. Trova purtroppo  un fondamento culturale molto radicato proprio nella nostra cultura religiosa. E' un suo problema. Esso ha giustificato nei millenni incredibili crudeltà proprio contro la gente, non solo contro i monumenti e l’arte altrui. E’ stata, ad esempio, all’origine delle persecuzioni millenarie contro l’ebraismo, nonostante che la nostra fede fosse da esso scaturita e ne condividesse un importante patrimonio culturale.
  L’origine del problema è nelle scritture sacre. Superarlo richiede quindi un lavoro da biblisti e di teologi. Lo si è fatto, nella nostra fede, come anche nell'ebraismo, ma ciclicamente emergono nuovamente le interpretazioni violente.
 Dunque: nelle scritture si legge che gli israeliti, in quel lungo pellegrinare che viene chiamato Esodo, giunsero infine in una terra che era situata  tra le coste del Mediterraneo e le rive del fiume Giordano, che era stata loro promessa in certe visioni religiose dei loro capi. Quella terra era già abitata. Ma i popoli che già c’erano vennero considerati religiosamente  dai nuovi arrivati degli intrusi, un male da eliminare, in quanto seguaci di dei stranieri. E furono duramente combattuti. Sterminarli si doveva, si legge proprio così nelle scritture. Il non sterminarli, fino all’ultimo capo di bestiame, veniva considerato un grave peccato, perché lasciandoli vivere si lasciavano in giro anche i loro dei. Si faceva correre al popolo ispirato dalla vera fede il pericolo di essere assimilato in altre fedi, di abbandonare il giusto cammino e il fondamento santo.E’ chiaro che poi, nella nostra fede, tutta centrata sull’agàpe ci si è ragionato molto sopra e si è trovata la via sicura per costruire una cultura che non imponesse lo sterminio degli infedeli in mezzo ai quali la gente di fede si veniva a trovare. In caso contrario la nostra fede non avrebbe potuto avere quella prodigiosa espansione tra i popoli dell'antico ambiente culturale mediterraneo che ci fu. Quindi, ad un certo punto si è lasciata la via dello sterminio per quella dell'inculturazione (su questa parola rimando al lungo post del 4-10-15 sulla mediazione culturale e, in particolare, agli appunti di lettura su un testo di Bruno Secondin che vi ho allegato) Lo si è fatto partendo proprio dalle scritture alla luce dell'insegnamento del nostro Primo Maestro,  ad esempio da certi brani del profeta Isaia, dove c’è la visione di tutti i popoli della terra che, uniti in un unico anelito religioso, si muovono verso una Gerusalemme molto idealizzata per rendere omaggio all’unica potenza celeste degli israeliti. Poi però molto presto si è ripreso anche lo schema della sostituzione  dei popoli, vengo io e tu scompari, nel rapporto con l’ebraismo delle origini, che, contrariamente alle attese di alcuni, rimase un contemporaneo della nostra fede, vivo e vitale, e lo è tuttora. Vi fu chi pensò che l’antico popolo eletto, destinatario delle promesse divine, quindi consacrato nelle visioni religiose ad assoggettare tutti gli altri popoli, fosse stato sostituito: non erano più gli israeliti ma la gente della nostra fede. A quel punto gli israeliti divennero, in questa prospettiva, che più volte nella storia si cercò di correggere, di questo si deve dare atto, ma in realtà non efficacemente come si doveva nel quadro dell’agàpe, i nemici da sterminare, i pervicaci infedeli, perfidi erano chiamati in una preghiera liturgica andata in disuso dopo il Concilio Vaticno 2°, i quali non avevano più diritto di vivere in quanto ostinatamente rifiutavano le nuove concezioni religiose. Le violenze contro di loro e i loro luoghi di culto risalgono alle origini e si intensificarono moltissimo quando la nostra fede divenne cultura politica dell’antico impero mediterraneo in cui tanto efficacemente si era diffusa.
 Analogo schema violento si ripropose ogni volta che gente della nostra fede venne a contatto con altre culture. Si cercò allora di distruggere ogni testimonianza delle culture considerate pagane  ed effettivamente lo si fece. A volte gli antichi edifici vennero utilizzati come cave di materiale da costruzione per i nuovi templi della nostra fede. E allora vediamo che in certe antiche basiliche sono state installate colonne tutte diverse provenienti da distruzioni di edifici pagani.
 Ma il medesimo schema fu all’origine delle violenze, anche estreme, che furono portate contro tutti coloro che, di volta in volta, vennero considerati eretici, perché portatori di concezioni religiose divergenti da quelle accolte e considerate normative dai nostri capi religiosi, benché in genere fossero persone buone, animate da alti principi religiosi. Qui si trattò di violenze portate contro la nostra stessa gente di fede, in un anelito purista. Lasciarli vivere, pensare, parlare e svolgere i loro riti avrebbe condotto all'inquinamento del popolo santo, il nostro, che ne doveva essere difeso. Attenzione: quando se ne parla, non si tratta di propaganda antireligiosa, ma della verità storica. E la storia, purtroppo, non può essere cambiata. Se ne può senz’altro alterare la memoria, ma facendolo poi si corre il rischio che si ripetano le atrocità del passato. La storia è maestra di vita, di dice, ma se della storia non si fa memoria allora non se ne apprende nemmeno la lezione. Ecco perché il Wojtyla ci chiamò tanto energicamente a farne memoria veritiera, a quel lavoro che chiamò purificazione della memoria, che non significa eliminare dalla memoria storica tutto ciò che vi è di atroce e di disonorevole a nostro carico, ma, al contrario, farne memoria veritiera per distaccarsi dagli esempi negativi del passato, dai quali noi, ce lo disse proprio lui con tutta la sua autorità, dobbiamo sentirci obbligati religiosamente a distaccarci.
  Ai tempi nostri viviamo nell’era del multiculturalismo, in cui quindi tante culture hanno diritto di vivere le une insieme alle altre. E quando scrivo che hanno diritto, lo dico in senso proprio, nel senso che le leggi degli stati dicono così. Questa è la realtà umana in cui noi dobbiamo inculturare la nostra fede per suscitare le nostre comunità  religiose. Essa del resto  è in linea con la cultura religiosa basata sull'agàpe, che richiama l'idea di chiamare tutti a un lieto convito, in cui ce ne sia per ciascuno. Ed anzi, a ben vedere, questa idea di non discriminare il diverso ha proprio fondamenta nelle nostre idealità religiose.   Che cosa distingue una collettività da una  comunità? Una  comunità  è una  collettività  di gente che non solo si trova a vivere insieme e vicina, seguendo certe regole comuni di convivenza, ma che, anche,  vuole  vivere insieme e vicina e allora cerca di superare pacificamente i problemi che si pongono su questa via. Nell'era del multiculturalismo questo è un lavoro molto impegnativo.
  Noi non dobbiamo lavorare alle Valli, nel suscitare una comunità  religiosa, come se fossimo gli israeliti giunti in una terra promessa e dovessimo sostituire la gente che c’è con gente della nostra fede, o cambiando la testa di quella che c’è o facendone venire altra da fuori. Non siamo tra pagani, ma anche se lo fossimo, se scoprissimo di esserlo,   noi dovremmo pur sempre ragionare nella prospettiva, tipica della nostra fede, dell’agàpe,  dell’inclusione in un convito benevolente, in cui ognuno trovi sostentamento. Perché l’agàpe, bisogna sempre sottolinearlo,  “è” il fondamento di tutto, secondo la nostra fede religiosa, è scritto. Tuttavia non siamo tra pagani. L’Italia, ci dicono le statistiche, è ancora una delle nazioni del mondo in cui la nostra fede è più radicata. Però ha un problema di cultura religiosa. Dipende dal fatto che non si ha più ben chiaro l’importanza della fede nella vita personale e collettiva e allora non la si studia. E non studiandola non la si capisce più. La si vive in modo irriflesso, con molte idee sbagliate, mischiandola con molte concezioni di tipo magico che sono rimaste endemiche tra il popolo. A volte come fattore identitario, per farne una bandiera  crociata, come si vede che è stato fatto nelle bandiere di tanti popoli del nord Europa in cui le croci abbondano. Naturalmente questo è prevalentemente un problema di noi laici, perché la formazione di un sacerdote è invece veramente completa in questo campo. Un prete della nostra fede non si improvvisa: studia e si forma culturalmente e umanamente per molti anni, molto seriamente, con ottimi maestri. Dunque qui c’è un impegno importante da prendere innanzi tutto per noi laici. Dobbiamo approfondire la nostra cultura religiosa, cosa che non si fa solo prendendo in mano dei libri, ma innanzi tutto cercandosi dei maestri e ragionandoci sopra insieme. E quando parlo di cultura religiosa non mi riferisco solo alla  dottrina.  Bisogna riscoprire i nessi tra la fede e la nostra vita, personale e sociale. Di modo che lavoro culturale e sociale devono andare insieme e tutto si risolve, prima, in un ragionare insieme  e, poi, in un fare insieme. Ragionare insieme serve per costruire il contesto culturale per poi fare insieme. Per fare della nostra parrocchia la casa religiosa delle migliaia di persone che prendono la nostra fede come riferimento per la loro vita, in un contesto di multiculturalismo, dobbiamo costruire una cultura dell’inclusione, dell’agàpe,  superando invece quella della sostituzione, dell’orrore del diverso, che per avventura vi fosse mischiata e che è un peccato antico, un pericolo sempre presente nella vita di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli