Unità tra la gente
della nostra fede
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| Liturgia della comunità ecumenica di Taizé - Francia |
1.
Lo sviluppo del movimento ecumenico
Nella
conferenza missionaria mondiale di Edimburgo (1910), generalmente considerata come l’inizio del movimento ecumenico, i
partecipanti sottolinearono lo stretto legame tra l’unità dei cristiani e
l’impegno di evangelizzazione. Sorsero quindi il Consiglio missionario
internazionale (1921) e i movimenti Vita e azione (Life and work) per i problemi sociali, e
Fede e costituzione (Faith and
order) per quelli teologici, che tennero
assemblee mondiali a Stoccolma 1925), Losanna (1927), Oxford ed Edimburgo (entrambe nel 1937); in queste ultime due venne
proposta e approvata l’unione dei due movimenti in un Consiglio Ecumenico delle Chiesa, la cui nascita fu decisa
nel 1938 a Utrecht e che prese infine avvio
con la prima assemblea generale ad Amsterdam (1948). A questa fecero seguito le assemblee di Evanston (1954), Nuova Delhi (1961), Uppsala (1968), Nairobi (1975), Vancouver (1983), Canberra (1991), Harare (1998), Porto Alegre (2006). Alla quinta conferenza mondiale di Fede e
costituzione, tenuta nel 1993 a Santiago de Comopostela, partecipò, per la prima volta
ufficialmente, la Chiesa cattolica; questa tuttavia continua a non fare parte
del Consiglio ecumenico delle Chiese, benché mantenga con esso rapporti e forme
di collaborazione.
Il Consiglio ormai non è
più l’unico soggetto del movimento ecumenico, com’è emerso da due assemblee
europee organizzate dalla Conferenza delle Chiese
europee (ortodosse e protestanti) e dal Consiglio
delle conferenze episcopali europee (cattolico): la prima tenuta a
Basilea nel 1989 sul tema della pace nella giustizia, e la seconda a Graz nel 1997 sulla riconciliazione, ambedue con la partecipazione, oltre che di
teologi e delegati ufficiali, di numerosi fedeli delle diverse Chiese.
Dall’assemblea di Graz ha avuto origine l’iniziativa di redigere un documento
contenente acquisizioni e prospettive dell’impegno ecumenico intrapreso dalle
diverse tradizioni cristiane europee e dopo un’ampia consultazione si è così
arrivati a una Charta oecumenica,
firmata nel 2001 a Strasburgo dai presidenti della Conferenza delle Chiese
europee e del Consiglio delle conferenze episcopali europee.
Nella prospettiva di un
concilio panortodosso, una commissione congiunta tra le antiche Chiese
orientali e quelle ortodosse ha riconosciuto nel 1993 che le reciproche
condanne non sono più valide, aprendo così la via all’unione. Ma difficoltà
gravi e rotture sono tuttavia intervenute in seguito a contrasti di
giurisdizione, complicati dai nazionalismi, nei territori già sovietici.
Nel riavvicinamento in atto
tra anglicani e luterani (che ha però trovato ostacoli in alcune regioni, come
in America Settentrionale) notevole rilievo ha assunto l’accordo di Porvoo del
1996 che prevedeva la piena comunione tra la Chiesa anglicana del Regno Unito e
le Chiese luterane di Estonia, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia.
In Italia , oltre allo sviluppo delle attività ecumeniche in molte
diocesi, dopo i lavori di una commissione bilaterale della Conferenza episcopale italiana e della Chiesa valdese e
metodista è stato firmato nel 1997 un testo comune «per un indirizzo pastorale
dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti in Italia».
L’e. non si limita al
progresso dei contatti ufficiali, della ricerca teologica e del dialogo
dottrinale, ma si esprime anche in altri modi, come preghiere e celebrazioni
liturgiche comuni (dal 18 al 25 gennaio si celebra ogni anno in tutto il mondo ,
fin dal 1908, per iniziativa di P. Wattson, un ottavario di preghiere per
l’unità dei cristiani), traduzioni interconfessionali della Bibbia (pubblicate
in diverse lingue) e impegno per la pace e la giustizia.
2. Ecumenismo e Chiesa cattolica
2. Ecumenismo e Chiesa cattolica
L’atteggiamento cattolico
nei confronti dell’ecumenismo, inizialmente negativo, ebbe un’evoluzione
piuttosto lenta, favorita tuttavia dal rinnovamento biblico e teologico nella
prima metà del 20° sec. e dall’impegno di alcune figure di ecclesiastici (per
es., M. Portal, il card.D. Mecier, P. Couturier, L. Beauduin, Y.-M.-J. Congar). Le
prime caute aperture si ebbero durante il pontificato di Pio XII, ma la svolta decisiva fu segnata da Giovanni XXIII con l’annuncio (1959) del
concilio Vaticano II e l’istituzione (1960) del Segretariato per l’unione dei
cristiani, presieduto nel primo periodo dal card. A. Bea e quindi dal card. J. Willebrands. Il concilio, a cui presero parte per la prima
volta numerosi osservatori non cattolici, approvò (1964) quasi all’unanimità il
decreto Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, che riconosce un patrimonio
comune e una comunione fondamentale tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese e
comunità cristiane.
Come si
capisce dall’efficace profilo storico dell’ecumenismo tratteggiato nella voce Ecumenismo dell’enciclopedia Treccani on
line, nella quale potrete trovare molte ulteriori informazioni in merito,
la nostra confessione religiosa si è convertita all’ecumenismo molto di
recente, salendo, come si dice, su un
treno in corsa, organizzato e avviato dalle altre confessioni della nostra
fede.
La visione
dell’ecumenismo che hanno avuto e ancora hanno, in genere, i capi della nostra
confessione religiosa non coincide con quella delle altre confessioni
religiose. Nella nostra confessione religiosa, infatti, il problema dell’ecumenismo
è centrato sull’idea che occorra riportare tutte le genti della nostra fede
sotto l’autorità del vescovo di Roma, anelito che è estraneo al movimento
ecumenico internazionale.
La
questione di come mantenere un’unità pacifica tra le genti della nostra fede si
è presentata piuttosto difficile da risolvere fin dalle origini, già dal primo
secolo, e ve ne è traccia già negli scritti sacri originati dall’esperienza
sociale di fede delle nostre prime collettività. Fin agli scorsi anni Sessanta,
nella nostra confessione religiosa i gruppi che non accettavano l’autorità del
vescovo di Roma venivano considerati eretici
e, quindi, sostanzialmente colpevoli
di un tra i peccati più gravi che si possano immaginare in un’ottica di fede.
Storicamente le posizioni dissenzienti in materia di fede, di quelli che erano
considerati eretici, vennero duramente e
sanguinosamente represse. L’Europa, in particolare, che tanta importanza
ha avuto nell’evoluzione delle nostre teologie,
è stata straziata dal Cinquecento da aspri e letali contrasti, che si
svilupparono in vere e proprie guerre, tra nazioni e gruppi della nostra fede e
nazione e gruppi che avevano aderito alla Riforma originata dal pensiero di
Martin Lutero e da altri pensatori e riformatori sociali.
A Roma,
però, il problema dell’ecumenismo propriamente inteso, quindi del tentativo di
realizzare relazioni pacifiche e una collaborazione tra diverse confessioni
della nostra fede, è meno sentito perché viviamo in un contesto in cui manca
quel pluralismo confessionale che invece è caratteristico del nord Europa.
Per quanto riguarda
la mia vita di fede, la manifestazione più eclatante del movimento ecumenico è
stata senza dubbio la traduzione
interconfessionale della Bibbia in lingua corrente completata nel 1985 da Editrice Elle Di Ci e Alleanza
Biblica Universale (imprimatur
della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana del 24-5-85 – opera attualmente
in commercio). Si tratta di una versione della Bibbia che può essere utilizzata
sia nella nostra confessione religiosa sia dalle confessioni uscite dalla
Riforma.
Una tappa
molto importante dell’ecumenismo che ha visto come protagonista la nostra
confessione religiosa è stata la firma, nell’ottobre 1999 ad Augsburg, da parte
della Chiesa cattolica romana e della Federazione Luterana Mondiale della Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della
Giustificazione, con la quale è stata risolta una delle principali divergenze
teologiche che divideva la nostra confessione religiosa da quelle che si
richiamano alla teologia di Martin Lutero (1483-1546, teologo e riformatore
religioso tedesco).
Sebbene a
Roma non vi sia un sensibile pluralismo confessionale della nostra fede, e
quindi non si abbiano frequenti occasioni di confrontarsi con gente della
nostra fede appartenente a diverse confessioni, un problema propriamente
ecumenico, di unità tra la gente della nostra fede, esiste ed è quello che
riguarda i rapporti tra gruppi che adottano differenti spiritualità, metodi,
prassi collettive di vita. In queste relazioni troviamo non di rado riprodotte
tutte le piaghe che hanno travagliato in due millenni la nostra confessione di
fede. Sebbene ci si riconosca soggetti ad un’unica autorità religiosa, il
vescovo di Roma padre universale, nella prassi quotidiana è difficile la
coesistenza pacifica e ci si lanciano a vicenda accuse di infedeltà e
addirittura di eresia. Nel Medioevo l’appartenere ad un certo ordine religioso
veniva qualificato come obbedienza e
possiamo riconoscere che molti di noi, e anche io stesso, facciamo riferimento
a obbedienze diverse, veri e propri
gruppi con una propria organizzazione e gerarchia o semplici orientamenti
culturali. Non vi sono momenti di dialogo tra obbedienze diverse, che, anzi, vengono sentiti come contaminanti. Ci
si sopporta poco e si preferisce fare vita separata. Quando ci si incontra
negli spazi liturgici comuni ci si guarda spesso in cagnesco. E, innanzi tutto,
ci si conosce poco ed è, in fondo, per questo che si sopporta poco. Si
assolutizzano le proprie concezioni, spiritualità, metodi, prassi particolari.
Nella nostra comunità locale ciò è particolarmente evidente sulle questioni
relative alla famiglia, su quanti figli avere e come organizzare le famiglie.
Da una parte, su questi temi, vengono
mosse all’altra accuse di infedeltà ai principi religiosi e da quest’ultima si
replica con accuse di eccessività e fondamentalismo. Da una parte ci si sente contaminati dalla presenza altrui e dall’altra umiliati per analogo motivo.
In quest’ultima parte c’è voglia di rivalsa. E, ne accenno di sfuggita, sarebbe
facile, oggi, prendersela da parte mia e da quelli della mia parte, dopo certe parole che sono state pubblicate sulla stampa
nei giorni scorsi. Ma io non voglio farlo. Ripudio l’inimicizia e ne me pento.
Accetto gli altri per quello che sono e riconosco l’importanza del loro esempio
di vita, della loro testimonianza,
sebbene, in coscienza, mi senta di seguire modelli diversi. Non vorrei fare a
meno di loro, delle loro tradizioni, della loro cultura, della loro arte, delle
loro famiglie, delle loro vite, di loro semplicemente. Mi propongo di conoscerli
meglio, senza pregiudizi, in amicizia. Di essere loro amico anche quando
manifesterò loro ciò che, in quello che fanno e dicono, mi fa soffrire. Voglio
che la mia diversità non sia mai sentita da loro come una minaccia. Questo
vuole essere il mio contributo concreto al movimento ecumenico, in questa Settimana per l’unità dei cristiani.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente
papa – Roma, Monte Sacro, Valli.
