giovedì 22 gennaio 2015

Unità tra la gente della nostra fede

Unità tra la gente della nostra fede

Liturgia della comunità ecumenica di Taizé - Francia


Da: Treccani  enciclopedia on line:



1. Lo sviluppo del movimento ecumenico
Nella conferenza missionaria mondiale di Edimburgo (1910), generalmente considerata come l’inizio del movimento ecumenico, i partecipanti sottolinearono lo stretto legame tra l’unità dei cristiani e l’impegno di evangelizzazione. Sorsero quindi il Consiglio missionario internazionale (1921) e i movimenti Vita e azione (Life and work) per i problemi sociali, e Fede e costituzione (Faith and order) per quelli teologici, che tennero assemblee mondiali a Stoccolma 1925), Losanna (1927), Oxford ed Edimburgo (entrambe nel 1937); in queste ultime due venne proposta e approvata l’unione dei due movimenti in un  Consiglio Ecumenico delle Chiesa, la cui nascita fu decisa nel 1938 a Utrecht e che prese infine avvio con la prima assemblea generale ad Amsterdam (1948). A questa fecero seguito le assemblee di Evanston (1954), Nuova Delhi (1961), Uppsala (1968), Nairobi (1975), Vancouver (1983), Canberra (1991), Harare (1998), Porto Alegre (2006). Alla quinta conferenza mondiale di Fede e costituzione, tenuta nel 1993 a Santiago de Comopostela, partecipò, per la prima volta ufficialmente, la Chiesa cattolica; questa tuttavia continua a non fare parte del Consiglio ecumenico delle Chiese, benché mantenga con esso rapporti e forme di collaborazione.
Il Consiglio ormai non è più l’unico soggetto del movimento ecumenico, com’è emerso da due assemblee europee organizzate dalla Conferenza delle Chiese europee (ortodosse e protestanti) e dal Consiglio delle conferenze episcopali europee (cattolico): la prima tenuta a Basilea nel 1989 sul tema della pace nella giustizia, e la seconda a Graz nel 1997 sulla riconciliazione, ambedue con la partecipazione, oltre che di teologi e delegati ufficiali, di numerosi fedeli delle diverse Chiese. Dall’assemblea di Graz ha avuto origine l’iniziativa di redigere un documento contenente acquisizioni e prospettive dell’impegno ecumenico intrapreso dalle diverse tradizioni cristiane europee e dopo un’ampia consultazione si è così arrivati a una Charta oecumenica, firmata nel 2001 a Strasburgo dai presidenti della Conferenza delle Chiese europee e del Consiglio delle conferenze episcopali europee.
Nella prospettiva di un concilio panortodosso, una commissione congiunta tra le antiche Chiese orientali e quelle ortodosse ha riconosciuto nel 1993 che le reciproche condanne non sono più valide, aprendo così la via all’unione. Ma difficoltà gravi e rotture sono tuttavia intervenute in seguito a contrasti di giurisdizione, complicati dai nazionalismi, nei territori già sovietici.
Nel riavvicinamento in atto tra anglicani e luterani (che ha però trovato ostacoli in alcune regioni, come in America Settentrionale) notevole rilievo ha assunto l’accordo di Porvoo del 1996 che prevedeva la piena comunione tra la Chiesa anglicana del Regno Unito e le Chiese luterane di Estonia, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. In Italia , oltre allo sviluppo delle attività ecumeniche in molte diocesi, dopo i lavori di una commissione bilaterale della Conferenza episcopale italiana e della Chiesa valdese e metodista è stato firmato nel 1997 un testo comune «per un indirizzo pastorale dei matrimoni tra cattolici e valdesi o metodisti in Italia».
L’e. non si limita al progresso dei contatti ufficiali, della ricerca teologica e del dialogo dottrinale, ma si esprime anche in altri modi, come preghiere e celebrazioni liturgiche comuni (dal 18 al 25 gennaio si celebra ogni anno in tutto il mondo , fin dal 1908, per iniziativa di P. Wattson, un ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani), traduzioni interconfessionali della Bibbia (pubblicate in diverse lingue) e impegno per la pace e la giustizia.
2. Ecumenismo e Chiesa cattolica
L’atteggiamento cattolico nei confronti dell’ecumenismo, inizialmente negativo, ebbe un’evoluzione piuttosto lenta, favorita tuttavia dal rinnovamento biblico e teologico nella prima metà del 20° sec. e dall’impegno di alcune figure di ecclesiastici (per es., M. Portal, il card.D. Mecier, P. Couturier, L. Beauduin, Y.-M.-J. Congar). Le prime caute aperture si ebbero durante il pontificato di Pio XII, ma la svolta decisiva fu segnata da Giovanni XXIII con l’annuncio (1959) del concilio Vaticano II e l’istituzione (1960) del Segretariato per l’unione dei cristiani, presieduto nel primo periodo dal card. A. Bea e quindi dal card. J. Willebrands. Il concilio, a cui presero parte per la prima volta numerosi osservatori non cattolici, approvò (1964) quasi all’unanimità il decreto Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, che riconosce un patrimonio comune e una comunione fondamentale tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese e comunità cristiane.


 Come si capisce dall’efficace profilo storico dell’ecumenismo tratteggiato nella voce Ecumenismo  dell’enciclopedia Treccani  on line, nella quale potrete trovare molte ulteriori informazioni in merito, la nostra confessione religiosa si è convertita all’ecumenismo molto di recente, salendo, come si dice,  su un treno in corsa, organizzato e avviato dalle altre confessioni della nostra fede.
 La visione dell’ecumenismo che hanno avuto e ancora hanno, in genere, i capi della nostra confessione religiosa non coincide con quella delle altre confessioni religiose. Nella nostra confessione religiosa, infatti, il problema dell’ecumenismo è centrato sull’idea che occorra riportare tutte le genti della nostra fede sotto l’autorità del vescovo di Roma, anelito che è estraneo al movimento ecumenico internazionale.
  La questione di come mantenere un’unità pacifica tra le genti della nostra fede si è presentata piuttosto difficile da risolvere fin dalle origini, già dal primo secolo, e ve ne è traccia già negli scritti sacri originati dall’esperienza sociale di fede delle nostre prime collettività. Fin agli scorsi anni Sessanta, nella nostra confessione religiosa i gruppi che non accettavano l’autorità del vescovo di Roma venivano considerati eretici  e, quindi, sostanzialmente colpevoli di un tra i peccati più gravi che si possano immaginare in un’ottica di fede. Storicamente le posizioni dissenzienti in materia di fede, di quelli che erano considerati eretici, vennero duramente e  sanguinosamente represse. L’Europa, in particolare, che tanta importanza ha avuto nell’evoluzione delle nostre teologie,  è stata straziata dal Cinquecento da aspri e letali contrasti, che si svilupparono in vere e proprie guerre, tra nazioni e gruppi della nostra fede e nazione e gruppi che avevano aderito alla Riforma originata dal pensiero di Martin Lutero e da altri pensatori e riformatori sociali.
 A Roma, però, il problema dell’ecumenismo propriamente inteso, quindi del tentativo di realizzare relazioni pacifiche e una collaborazione tra diverse confessioni della nostra fede, è meno sentito perché viviamo in un contesto in cui manca quel pluralismo confessionale che invece è caratteristico del nord Europa.
 Per quanto riguarda la mia vita di fede, la manifestazione più eclatante del movimento ecumenico è stata senza dubbio la traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente completata nel 1985 da Editrice Elle Di Ci  e Alleanza Biblica Universale (imprimatur della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana del 24-5-85 – opera attualmente in commercio). Si tratta di una versione della Bibbia che può essere utilizzata sia nella nostra confessione religiosa sia dalle confessioni uscite dalla Riforma.
 Una tappa molto importante dell’ecumenismo che ha visto come protagonista la nostra confessione religiosa è stata la firma, nell’ottobre 1999 ad Augsburg, da parte della Chiesa cattolica romana e della Federazione Luterana Mondiale della Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione, con la quale è stata  risolta una delle principali divergenze teologiche che divideva la nostra confessione religiosa da quelle che si richiamano alla teologia di Martin Lutero (1483-1546, teologo e riformatore religioso tedesco).
 Sebbene a Roma non vi sia un sensibile pluralismo confessionale della nostra fede, e quindi non si abbiano frequenti occasioni di confrontarsi con gente della nostra fede appartenente a diverse confessioni, un problema propriamente ecumenico, di unità tra la gente della nostra fede, esiste ed è quello che riguarda i rapporti tra gruppi che adottano differenti spiritualità, metodi, prassi collettive di vita. In queste relazioni troviamo non di rado riprodotte tutte le piaghe che hanno travagliato in due millenni la nostra confessione di fede. Sebbene ci si riconosca soggetti ad un’unica autorità religiosa, il vescovo di Roma padre universale, nella prassi quotidiana è difficile la coesistenza pacifica e ci si lanciano a vicenda accuse di infedeltà e addirittura di eresia. Nel Medioevo l’appartenere ad un certo ordine religioso veniva qualificato come obbedienza e possiamo riconoscere che molti di noi, e anche io stesso, facciamo riferimento a obbedienze diverse, veri e propri gruppi con una propria organizzazione e gerarchia o semplici orientamenti culturali. Non vi sono momenti di dialogo tra obbedienze diverse, che, anzi, vengono sentiti come contaminanti. Ci si sopporta poco e si preferisce fare vita separata. Quando ci si incontra negli spazi liturgici comuni ci si guarda spesso in cagnesco. E, innanzi tutto, ci si conosce poco ed è, in fondo, per questo che si sopporta poco. Si assolutizzano le proprie concezioni, spiritualità, metodi, prassi particolari. Nella nostra comunità locale ciò è particolarmente evidente sulle questioni relative alla famiglia, su quanti figli avere e come organizzare le famiglie. Da una parte, su questi temi,  vengono mosse all’altra accuse di infedeltà ai principi religiosi e da quest’ultima si replica con accuse di eccessività e fondamentalismo.  Da una parte ci si sente contaminati dalla presenza altrui e dall’altra umiliati  per analogo motivo. In quest’ultima parte c’è voglia di rivalsa. E, ne accenno di sfuggita, sarebbe facile, oggi, prendersela da parte mia e da quelli della mia parte, dopo certe parole che sono state pubblicate sulla stampa nei giorni scorsi. Ma io non voglio farlo. Ripudio l’inimicizia e ne me pento. Accetto gli altri per quello che sono e riconosco l’importanza del loro esempio di vita, della loro testimonianza, sebbene, in coscienza, mi senta di seguire modelli diversi. Non vorrei fare a meno di loro, delle loro tradizioni, della loro cultura, della loro arte, delle loro famiglie, delle loro vite,  di loro  semplicemente. Mi propongo di conoscerli meglio, senza pregiudizi, in amicizia. Di essere loro amico anche quando manifesterò loro ciò che, in quello che fanno e dicono, mi fa soffrire. Voglio che la mia diversità non sia mai sentita da loro come una minaccia. Questo vuole essere il mio contributo concreto al movimento ecumenico, in questa Settimana per l’unità dei cristiani.


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.