sabato 24 gennaio 2015

Separati in che cosa?

Jurgen Moltmann (n.1926), teologo tedesco  appartenente alla Chiesa evangelica riformata di Germania 

Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), teologo e pastore luterano tedesco, resistente antinazista

Alexander Schmorell (1917-1943), resistente antinazista tedesco, membro del gruppo universitario di resistenti della Rosa Bianca, proclamato beato dalla Chiesa ortodossa tedesca nel febbraio 2012

Albert Schweitzer (1875-1965), teologo luterano nato in Alsazia, musicista, medico, fondatore in Africa di strutture di volontariato per cure mediche in particolare per i malati di lebbra, premio Nobel per la pace nel 1952
Separati in che cosa?




 Se consideriamo le figure di Jürgen Moltmann, Dietrich Bonhoeffer, Alexander Schmorell, Albert Schweitzer, persone di altre confessioni della nostra fede che hanno avuto una rilevantissima influenza sulla mentalità della gente della nostra confessione religiosa (sul WEB potrete facilmente trovare notizie più dettagliate su di loro), mi chiedo in che cosa sono separato da loro. Mi chiedo se, veramente, incontrandomi con persone che vogliono seguire il loro esempio di vita e il loro pensiero rifiuterei di pregare insieme a  loro a causa delle sofisticate questioni teologiche che ancora rimangono controverse tra i loro e i nostri capi religiosi. E, francamente, mi dico che pregherei con loro. Non ci sarebbe, infatti, alcuna inimicizia e alcuna divisione con loro. Ecco dunque che il risultato che pensiamo così difficile da ottenere, così distante, così problematico, è stato in realtà già ottenuto. E, allora,  ciò che mi pare si debba chiedere nella preghiera per l’unità delle genti della nostra fede è in realtà di mantenerlo e approfondirlo.  Quando i nostri e i loro capi religiosi finalmente arriveranno a capire ciò che già c'è, ciò che già si è prodotto, non faranno che ratificare qualcosa di cui oggi ancora non  si riescono bene a rendere conto nelle sue reali dimensioni più che altro per questioni di metodo e di mentalità.
 Separazioni rimangono dove si strumentalizza la religione secondo il costume dei secoli passati. Questo era molto chiaro, ad esempio, in una situazione che ho potuto accostare più da vicino da adolescente, vale a dire nella lotta politica tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord degli anni ’70. Si tratta di un conflitto che, uscito dalla sua fase più calda, è ancora in atto e porta tutt’oggi a sentire da quelle parti la necessità di muri, culturali ed edilizi, tra due collettività della nostra medesima fede. Qualcosa di simile c’è anche in alcuni settori della nostra stessa collettività religiosa, in cui si lanciano ancora durissime accuse di eresia a destra e a manca, come si può facilmente constatare digitando alcune parole chiave di argomento religioso su un motore di ricerca sul WEB. Ma, ai tempi nostri, si tratta di fasce marginali di gente di fede, che probabilmente ci saranno sempre. Il fatto nuovo risiede appunto nella loro marginalità.
 La prova di quanto sia cambiata la nostra mentalità di fede è data dalle reazioni che in Europa si sono manifestate di fronte all’aggressività politico/religiosa di fondamentalisti di altra fede. Infatti non si è reagito opponendo fondamentalismo a fondamentalismo, intolleranza a intolleranza. Anche quella fede fa parte dell’Europa di oggi, ha detto qualche giorno fa la cancelliera tedesca in una intervista che ha avuto molta risonanza.
 La gente della nostra fede, in larghissima maggioranza, non è più disposta a combattersi e a combattere per questioni religiose. E’ per la pacifica coesistenza di più fedi religiose, ha accettato il pluralismo religioso. Questo ci sta distanziando molto da certe mortifere esperienze del passato. E ha anche influito sulla mentalità dei nostri capi religiosi. Poi anche i teologi ci hanno costruito su appropriati ragionamenti. Di solito però si pensa che sia accaduto il contrario: prima la teologia, poi il magistero, poi l’esperienza collettiva di massa. E’ un errore di prospettiva che qualche volta i teologi fanno e che poi rifluisce nella mentalità del clero che è fondamentalmente su base teologica. In realtà, nella nostra confessione, prima è venuta l’esperienza di coesistenza pacifica di massa, poi l’accettazione da parte del magistero e infine l’elaborazione teologica compiuta.  Questo perché, nella nostra confessione, i teologi, per ora in maggioranza appartenenti al clero, sono soggetti ad una stringente autorità disciplinare da parte dei nostri capi religiosi. La situazione però mi pare che stia lentamente cambiando.
 Se quello che ho osservato è vero, è chiaro il ruolo molto importante che noi laici di fede possiamo svolgere nel processo ecumenico. Con le nostre esperienze di abbattimento di barriere e di coesistenza pacifica possiamo infatti costituire la base per un ulteriore cambiamento di mentalità. Inoltre, i nostri capi religiosi e teologici ricevono la prima formazione, estremamente importante nella formazione della personalità, in famiglie di laici: anche lì possiamo influire.  C’è quindi qualcosa da fare in più da parte nostra, oltre che pregare, per far progredire il processo ecumenico, per approfondire l’unità delle nostre genti di fede delle varie confessioni.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli