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| Jurgen Moltmann (n.1926), teologo tedesco appartenente alla Chiesa evangelica riformata di Germania |
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| Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), teologo e pastore luterano tedesco, resistente antinazista |
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| Alexander Schmorell (1917-1943), resistente antinazista tedesco, membro del gruppo universitario di resistenti della Rosa Bianca, proclamato beato dalla Chiesa ortodossa tedesca nel febbraio 2012 |
Separati in che cosa?
Se consideriamo le figure di Jürgen Moltmann, Dietrich Bonhoeffer,
Alexander Schmorell, Albert Schweitzer, persone di altre confessioni della
nostra fede che hanno avuto una rilevantissima influenza sulla mentalità della
gente della nostra confessione religiosa (sul WEB potrete facilmente trovare
notizie più dettagliate su di loro), mi chiedo in che cosa sono separato da
loro. Mi chiedo se, veramente, incontrandomi con persone che vogliono seguire
il loro esempio di vita e il loro pensiero rifiuterei di pregare insieme a loro a causa
delle sofisticate questioni teologiche che ancora rimangono controverse tra i
loro e i nostri capi religiosi. E, francamente, mi dico che pregherei con loro.
Non ci sarebbe, infatti, alcuna inimicizia e alcuna divisione con loro. Ecco
dunque che il risultato che pensiamo così difficile da ottenere, così distante,
così problematico, è stato in realtà già ottenuto. E, allora, ciò che mi pare si debba
chiedere nella preghiera per l’unità delle genti della nostra fede è in realtà
di mantenerlo e approfondirlo. Quando i
nostri e i loro capi religiosi finalmente arriveranno a capire ciò che già c'è, ciò che già si è prodotto, non faranno che
ratificare qualcosa di cui oggi ancora non si riescono bene a rendere conto nelle sue reali dimensioni più che altro per questioni di metodo e di mentalità.
Separazioni rimangono dove si strumentalizza
la religione secondo il costume dei secoli passati. Questo era molto chiaro, ad
esempio, in una situazione che ho potuto accostare più da vicino da
adolescente, vale a dire nella lotta politica tra cattolici e protestanti nell’Irlanda
del Nord degli anni ’70. Si tratta di un conflitto che, uscito dalla sua fase
più calda, è ancora in atto e porta tutt’oggi a sentire da quelle parti la necessità di muri,
culturali ed edilizi, tra due collettività della nostra medesima fede. Qualcosa
di simile c’è anche in alcuni settori della nostra stessa collettività
religiosa, in cui si lanciano ancora durissime accuse di eresia a destra e a
manca, come si può facilmente constatare digitando alcune parole chiave di
argomento religioso su un motore di ricerca sul WEB. Ma, ai tempi nostri, si
tratta di fasce marginali di gente di fede, che probabilmente ci saranno
sempre. Il fatto nuovo risiede appunto nella loro marginalità.
La prova di quanto sia cambiata la nostra
mentalità di fede è data dalle reazioni che in Europa si sono manifestate di
fronte all’aggressività politico/religiosa di fondamentalisti di altra fede.
Infatti non si è reagito opponendo fondamentalismo a fondamentalismo,
intolleranza a intolleranza. Anche quella fede fa parte dell’Europa di oggi, ha
detto qualche giorno fa la cancelliera tedesca in una intervista che ha avuto
molta risonanza.
La gente della nostra fede, in larghissima
maggioranza, non è più disposta a combattersi e a combattere per questioni
religiose. E’ per la pacifica coesistenza di più fedi religiose, ha accettato
il pluralismo religioso. Questo ci sta distanziando molto da certe mortifere
esperienze del passato. E ha anche influito sulla mentalità dei nostri capi
religiosi. Poi anche i teologi ci hanno costruito su appropriati
ragionamenti. Di solito però si pensa che sia accaduto il contrario: prima la
teologia, poi il magistero, poi l’esperienza collettiva di massa. E’ un errore
di prospettiva che qualche volta i teologi fanno e che poi rifluisce nella
mentalità del clero che è fondamentalmente su base teologica. In realtà, nella
nostra confessione, prima è venuta l’esperienza di coesistenza pacifica di
massa, poi l’accettazione da parte del magistero e infine l’elaborazione
teologica compiuta. Questo perché, nella
nostra confessione, i teologi, per ora in maggioranza appartenenti al clero,
sono soggetti ad una stringente autorità disciplinare da parte dei nostri capi
religiosi. La situazione però mi pare che stia lentamente cambiando.
Se quello che ho osservato è vero, è chiaro il
ruolo molto importante che noi laici di fede possiamo svolgere nel processo
ecumenico. Con le nostre esperienze di abbattimento di barriere e di
coesistenza pacifica possiamo infatti costituire la base per un ulteriore
cambiamento di mentalità. Inoltre, i nostri capi religiosi e teologici ricevono
la prima formazione, estremamente importante nella formazione della
personalità, in famiglie di laici: anche lì possiamo influire. C’è
quindi qualcosa da fare in più da parte nostra, oltre che pregare, per far progredire il
processo ecumenico, per approfondire l’unità delle nostre genti di fede delle
varie confessioni.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli



