Dialogo e obbedienza
Ai tempi nostri le divergenze tra tendenze conciliari e reazionarie nelle cose
della nostra fede vengono talvolta rappresentate nell’opposizione tra dialogo,
che caratterizzerebbe le prime, e obbedienza, che sarebbe propria delle
seconde.
Per i reazionari la fede che dialoga è
disobbediente. Meno parole e più fatti, dicono.
Per i conciliari si dialoga per obbedienza di
fede.
Può sembrare strano che i seguaci di un Maestro che è presentato nei
nostri scritti sacri come continuamente dialogante, fin sul patibolo e alcuni
istanti prima di morire e poi anche successivamente, possano avere dubbi sul
metodo dialogico. Egli è anche detto il Verbo, la Parola. Ma la parola è sempre
rivolta a qualcuno e attende una risposta.
Che cos’è una fede senza la parola, senza il
dialogo tra le persone? La possiamo vedere rappresentata nelle statuine del
presepe. Anche nei presepi viventi, in genere, ai figuranti si nega
la parola. Non è accaduto così, però, nel nostro
presepe vivente di Ac, che trovate
descritto nel post del 23 dicembre
scorso. Lì, costruendo un presepe nella sala in cui ci riuniamo, abbiamo preso
la parola e costruito gli elementi un dialogo. La sceneggiatura era stata ideata da Lorenzo Daniele, ispirato
da tutta una lunga vita di fede. E’ stato veramente un presepe vivente.
Si dialoga come forma di carità religiosa, si
è detto, e quest’ultima, nella nostra fede, è legge. Com’è che è diventato così difficile comprenderlo?
In realtà è la fatica e il rischio del dialogo
che fanno paura. Dialogare significa aprirsi veramente agli altri e allora gli
altri, accettando il dialogo, ci possono
porre problemi difficili da risolvere. E se poi non avessimo tutte le risposte
che servono? Ma noi non siamo propagandisti del sacro, venditori porta a porta della fede. Non è che
giriamo portandoci appresso le risposte a tutte le domande che ci possono
essere poste. Non dobbiamo, penso, avere la presunzione di avere, noi, la
risposta a tutte le domande. E nemmeno dobbiamo avere paura delle domande degli
altri. Altrimenti iniziare un dialogo è impossibile.
Ricordate l’omelia di mons. Domenico Sigalini,
il quale per tanti anni ha svolto il suo ministero in Azione Cattolica, che ho
citato qualche giorno fa?
Non è scritto per
nessun cristiano il Libro delle Giovani Marmotte. Non so se avete
letto Paperino. Quando mancava Paperino, non sapevano
che fare quelle oche lì; allora c'era un libro nel quale andavano a leggersi
come fare un uovo fritto, lo prendi così, lo spacchi cosà, come fanno i vostri
mariti quando non ci siete voi a casa. Telefonano "Come faccio a
fare questo?", eh? Il Libro delle Giovani Marmotte,
dove c'è scritto tutto quello che devi fare quando manca il capo. Non abbiamo
il Libro delle Giovani Marmotte perché manca Gesù, dove c'è scritto
tutto, già definito, tutto quello che si deve fare. Quante volte voi mamme e
papà avete dovuto tribolare per decidere cosa fare nella vostra famiglia, pur
essendo cristiani, pur sapendo il Vangelo, pur sapendo tutti i Comandamenti!
Perché la nostra vita non è mai all'altezza del Vangelo, se non c'è lo Spirito
Santo che ci illumina. "Prendi questa decisione!", "Prendi
quest'altra". Siamo sempre aperti, non abbiate in tasca nessuno la verità!
La verità è sempre Gesù ed è lo Spirito Santo, che ci aiuta ad essere più
docili. C'è solo lo Spirito Santo. La nostra docilità e la nostra umanità,
affidata tutta a Dio e soltanto a Dio.
[dall’omelia svolta da monsignor Domenico Sigalini, vescovo di
Palestrina, nel corso della Messa di Pentecoste, l'8-6-14, presso il Centro
dello Spirito Santo – Palestrina]
Si parla molto, tra noi,
di Parola, con l’iniziale maiuscola, intendendo quella che ci viene dall’alto.
Ma noi non la possediamo quella
Parola, la scopriamo nella nostra
vita. Questa è la mia esperienza, ma, come ho letto, è quella anche di persone
molto più sapienti di me nelle cose di fede. Noi scopriamo la Parola dialogando,
proprio come vediamo fare nei nostri scritti sacri.
Senza il dialogo, come
distinguere la Parola, quella che effettivamente ci è donata dall’alto, dalle
tante altre parole che circolano in società? Ed è proprio questo il problema
che talvolta si pone in materia di obbedienza.
Ci sono quelli che ci vogliono imporre la propria obbedienza, ma si deve sempre
capire se è alla loro volontà che ci si deve conformare o a quella del
fondamento di tutto. Uno dei criteri che ho sempre ritenuto validi in merito è
questo: non obbedire a chi ci vorrebbe trasformare in statuine del presepe, a
chi ci vorrebbe togliere la parola.
Che cosa succederebbe se
un predicatore venisse tra noi e cominciasse a parlarci di fede in aramaico, l’antica
lingua parlata dal Maestro? Non credo che in Italia, salvo alcuni specialisti
della materia, ci sarebbero molti a poter capire. Eppure, forse, le parole
sarebbero quelle giuste, ma non servirebbero a produrre un dialogo e il
miracolo della trasmissione della fede. I saggi del Concilio ci dicono che le
parole della fede vanno adattate agli interlocutori. Ci sono però quelli a cui sembra
piacere parlare in aramaico, non
farsi capire, e così tagliare corto con il dialogo. Uno dovrebbe rimanere
avvinto dalla loro testimonianza muta
di fede. Dovremmo contemplare, come in un presepe, le meraviglie della loro
vita e decidere di fare come loro. Loro non ci daranno tante spiegazioni e non
risponderanno alle nostre domande. Stare tra loro sarà allora come quando si va
tra stranieri e non si riesce a capire quello che dicono. Si cerca di intuire
come la pensano da ciò che fanno, ma è una grande sofferenza fino a quando non
si comincia ad avere le basi della loro lingua e allora si può parlare con loro, aprire un dialogo. Oppure sarà come quando si vede un film muto, senza
sottotitoli o con i sottotitoli in un’altra
lingua. Nella mia esperienza la vita di
fede non è mai stata un film muto, ma è stata fatta di gente che ha accettato di parlare con me, pur non avendo la risposta a tutte le mie domande. Per questo non mi rassegno all’obbedienza muta. Ma è poi proprio questo che ci
chiede la fede religiosa? Tanti nostri saggi ci dicono di no.
Obbedienza cieca e assoluta fu il motto del fascismo storico
italiano, ma una teologia dell’obbedienza cieca e assoluta gerarchica fu costruita
anche nelle cose di fede, nel secondo millennio, quello dell’impero religioso. Ma la nostra fede, credo di aver capito, non
è né cieca né muta. “Venite e vedrete”
è la Parola che è risuonata nel brano evangelico su cui ieri abbiamo meditato
ed essa è stata pronunciata rivolgendosi a precisi interlocutori, nel corso di
un dialogo introdotto dalla frase “Che
cosa cercate?”. Su questo ieri abbiamo molto dialogato nel nostro gruppo di Ac, per capire il senso di quella
Parola. Noi, in religione, non siamo
obbligati a diventare statuine del presepio.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,
Monte Sacro, Valli