mercoledì 14 gennaio 2015

Dialogo e obbedienza

Dialogo e obbedienza


 Ai tempi nostri le divergenze tra tendenze conciliari e reazionarie nelle cose della nostra fede vengono talvolta rappresentate nell’opposizione tra dialogo, che caratterizzerebbe le prime, e obbedienza, che sarebbe propria delle seconde.
 Per i reazionari la fede che dialoga è disobbediente. Meno parole e più fatti, dicono.
 Per i  conciliari si dialoga per obbedienza di fede.
   Può sembrare strano che i seguaci di un Maestro che è presentato nei nostri scritti sacri come continuamente dialogante, fin sul patibolo e alcuni istanti prima di morire e poi anche successivamente, possano avere dubbi sul metodo dialogico. Egli è anche detto il Verbo, la Parola. Ma la parola è sempre rivolta a qualcuno e attende una risposta.
 Che cos’è una fede senza la parola, senza il dialogo tra le persone? La possiamo vedere rappresentata nelle statuine del presepe. Anche nei presepi  viventi, in genere, ai figuranti si nega la parola. Non è accaduto così, però, nel nostro presepe vivente di Ac, che trovate descritto nel post del 23 dicembre scorso. Lì, costruendo un presepe nella sala in cui ci riuniamo, abbiamo preso la parola e costruito gli elementi un dialogo. La  sceneggiatura  era stata ideata da Lorenzo Daniele, ispirato da tutta una lunga vita di fede. E’ stato veramente un presepe vivente.
 Si dialoga come forma di carità religiosa, si è detto, e quest’ultima, nella nostra fede, è legge. Com’è  che è diventato così difficile comprenderlo?
 In realtà è la fatica e il rischio del dialogo che fanno paura. Dialogare significa aprirsi veramente agli altri e allora gli altri, accettando il dialogo,  ci possono porre problemi difficili da risolvere. E se poi non avessimo tutte le risposte che servono? Ma noi non siamo propagandisti del sacro, venditori porta a porta della fede. Non è che giriamo portandoci appresso le risposte a tutte le domande che ci possono essere poste. Non dobbiamo, penso, avere la presunzione di avere, noi, la risposta a tutte le domande. E nemmeno dobbiamo avere paura delle domande degli altri. Altrimenti iniziare un dialogo è impossibile.
 Ricordate l’omelia di mons. Domenico Sigalini, il quale per tanti anni ha svolto il suo ministero in Azione Cattolica, che ho citato qualche giorno fa?

Non è scritto per nessun cristiano il Libro delle Giovani Marmotte. Non so se avete letto Paperino. Quando mancava Paperino, non sapevano che fare quelle oche lì; allora c'era un libro nel quale andavano a leggersi come fare un uovo fritto, lo prendi così, lo spacchi cosà, come fanno i vostri mariti quando non ci siete voi a casa. Telefonano "Come faccio a fare questo?", eh?  Il Libro delle Giovani Marmotte, dove c'è scritto tutto quello che devi fare quando manca il capo. Non abbiamo il Libro delle Giovani Marmotte perché manca Gesù, dove c'è scritto tutto, già definito, tutto quello che si deve fare. Quante volte voi mamme e papà avete dovuto tribolare per decidere cosa fare nella vostra famiglia, pur essendo cristiani, pur sapendo il Vangelo, pur sapendo tutti i Comandamenti! Perché la nostra vita non è mai all'altezza del Vangelo, se non c'è lo Spirito Santo che ci illumina. "Prendi questa decisione!", "Prendi quest'altra". Siamo sempre aperti, non abbiate in tasca nessuno la verità! La verità è sempre Gesù ed è lo Spirito Santo, che ci aiuta ad essere più docili. C'è solo lo Spirito Santo. La nostra docilità e la nostra umanità, affidata tutta a Dio e soltanto a Dio.

[dall’omelia svolta da monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, nel corso della Messa di Pentecoste, l'8-6-14, presso il Centro dello Spirito Santo – Palestrina]

  Si parla molto, tra noi, di Parola, con l’iniziale maiuscola, intendendo quella che ci viene dall’alto. Ma noi non la possediamo quella Parola, la scopriamo nella nostra vita. Questa è la mia esperienza, ma, come ho letto, è quella anche di persone molto più sapienti di me nelle cose di fede. Noi scopriamo la Parola dialogando, proprio come vediamo fare nei nostri scritti sacri.
 Senza il dialogo, come distinguere la Parola, quella che effettivamente ci è donata dall’alto, dalle tante altre parole che circolano in società? Ed è proprio questo il problema che talvolta si pone in materia di obbedienza. Ci sono quelli che ci vogliono imporre la propria obbedienza, ma si deve sempre capire se è alla loro volontà che ci si deve conformare o a quella del fondamento di tutto. Uno dei criteri che ho sempre ritenuto validi in merito è questo: non obbedire a chi ci vorrebbe trasformare in statuine del presepe, a chi ci vorrebbe togliere la parola.
 Che cosa succederebbe se un predicatore venisse tra noi e cominciasse a parlarci di fede in aramaico, l’antica lingua parlata dal Maestro? Non credo che in Italia, salvo alcuni specialisti della materia, ci sarebbero molti a poter capire. Eppure, forse, le parole sarebbero quelle giuste, ma non servirebbero a produrre un dialogo e il miracolo della trasmissione della fede. I saggi del Concilio ci dicono che le parole della fede vanno adattate agli interlocutori. Ci sono però quelli a cui sembra piacere parlare in aramaico, non farsi capire, e così tagliare corto con il dialogo. Uno dovrebbe rimanere avvinto dalla loro testimonianza muta di fede. Dovremmo contemplare, come in un presepe, le meraviglie della loro vita e decidere di fare come loro. Loro non ci daranno tante spiegazioni e non risponderanno alle nostre domande. Stare tra loro sarà allora come quando si va tra stranieri e non si riesce a capire quello che dicono. Si cerca di intuire come la pensano da ciò che fanno, ma è una grande sofferenza fino a quando non si comincia ad avere le basi della loro lingua e allora si può parlare con loro, aprire un dialogo. Oppure sarà come quando si vede un film muto, senza sottotitoli o  con i sottotitoli in un’altra lingua.  Nella mia esperienza la vita di fede non è mai stata un film muto, ma è stata fatta di gente che ha accettato di parlare con me, pur non avendo la risposta a tutte le mie domande. Per questo non mi rassegno all’obbedienza muta. Ma è poi proprio questo che ci chiede la fede religiosa? Tanti nostri saggi ci dicono di no.
  Obbedienza cieca e assoluta fu il motto del fascismo storico italiano, ma una teologia dell’obbedienza  cieca e assoluta gerarchica fu costruita anche nelle cose di fede, nel secondo millennio, quello dell’impero religioso.  Ma la nostra fede, credo di aver capito, non è né cieca né muta. “Venite e vedrete” è la Parola che è risuonata nel brano evangelico su cui ieri abbiamo meditato ed essa è stata pronunciata rivolgendosi a precisi interlocutori, nel corso di un dialogo introdotto dalla frase “Che cosa cercate?”. Su questo ieri abbiamo molto dialogato nel nostro gruppo di Ac, per capire il senso di quella Parola.  Noi, in religione, non siamo obbligati a diventare statuine del presepio.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli