Uomini
e donne del popolo
A volte sentiamo la tentazione di
essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma
Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente
degli altri. Aspetta che rinunciamo a
cercare quei ripari personali e comunitari che ci permettono di mantenerci distanza del nodo del dramma umano, affinché
accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli
altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita si
complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere
a un popolo.
E’ vero che, nel nostro rapporto con il
mondo, siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici
che puntano il dito e condannano. Siamo molto avvertiti: “sia fatto con
dolcezza e rispetto” (1Pt 3,16). Siamo anche esortati a cercare di vincere “il
male con il bene” (RM 12,21), senza stancarci di “fare il bene” (Gal 6,9) e
senza pretendere di apparire superiori
ma considerando “gli altri superiori a se stesso” (Fil 2,3). Di fatto gli Apostoli del Signore godevano “il
favore di tutto il popolo” (At 2,47; cfr 4,21.33; 5,13). Resta chiaro che
Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come
uomini e donne del popolo. Questa non è l’opinione di una Papa né un’opzione
pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così
chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che
toglierebbero ad esse forza interpellante. Viviamole “sine glossa”, senza
commenti. In tal modo sperimenteremo la gioia missionaria di condividere la
vita con il popolo fedele a Dio cercando accendere il fuoco nel cuore del
mondo.
[dall’esortazione
apostolica Evangelii Gaudium (=la
gioia del Vangelo), diffusa il 24-11-13 dal papa Francesco]
Siamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Siamo
chiamati a preparare le via a colui che viene, a spianare i nostri sentieri, a
rimuovere gli ostacoli sul suo cammino. Questo può significare anche dover demolire
qualcosa che abbiamo costruito di testa nostra, con le migliori intenzioni, ma
che, ad un certo punto, capiamo, ragionandoci su, essere d’impaccio. Il Papa,
nel testo che ho sopra riportato, ha
scritto di ripari personali e
comunitari a cui rinunciare per essere
popolo. E questo per riuscire ad entrare veramente in contatto con le vite
degli altri, con la forza della tenerezza.
L’essere
popolo richiama l’idea di unità originaria. Non si tratta della stessa cosa
del costituire, o costruire, un popolo. Religiosamente
confidiamo infatti di essere stati radunati
in un popolo per azione soprannaturale. Un popolo che si estende al di là
di ogni confine, di ogni etnia, di ogni cultura, fino a comprendere l’intera
umanità. Progettare di poter realizzare una così vasta unità di popolo sarebbe
presunzione azzardata se quest’idea non ci venisse dall’alto. In concreto un disegno
così ambizioso necessita di un’intesa
forza spirituale, che ci consenta di abbracciare in un unico movimento tutte le
genti della terra, a partire da quelle del quartiere cittadino in cui ci
troviamo immersi.
In
tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di
mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma
celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli
altri nello Spirito Santo, e così “chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue
membra” [citazione
da una omelia di S. Giovanni Crisostomo]. Siccome
dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr Gv 18,36), la Chiesa, cioè
il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di
qualsiasi popolo, ma al contrario
favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei
popoli, in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le
consolida ed eleva. Essa si ricorda
infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in
eredità le genti (cfr Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e
offerte (Sal 71 (72), 10; Is 60,4-7; Ap 21,24). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio
è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e
senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in
Cristo capo, nell’unità dello Spirito in lui.
[dalla
Costituzione dogmatica Lumen Gentium (=luce per le genti), sulla Chiesa, approvata durante il Concilio Vaticano
2° (1962-1965)]
Dobbiamo verificare la nostra condizione
attuale in relazione all’esigenza di essere
popolo. Possiamo dirci soddisfatti, come collettività di fede locale, in
questo campo? Abbiamo il favore del popolo nel nostro quartiere, secondo l’espressione
tratta dagli Atti del apostoli citata dal Papa nel brano che ho sopra
riportato? Io credo che potremmo e dovremmo fare di più in questo campo. Sento
infatti i sacerdoti della parrocchia dire che sempre meno gente viene alla
Messa domenicale e che sempre maggiore è la percentuale di persone molto
anziane tra coloro che la frequentano. E’ solo perché il mondo di fuori è
diventato più cattivo? O forse perché abbiamo preferito stare nei nostri club parrocchiali di tendenza, dove ci troviamo tra
gente che abbiamo scelto e con la quale ci intendiamo meglio? Abbiamo
preferito, insomma, costruire un popolo artificiale, lasciando gli altri al
loro destino? E’ una questione piuttosto seria, perché, come ha ricordato il
Papa le “indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che
non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza
interpellante”.
Io non mi sento molto tranquillo in
questo campo. E capisco, in fondo, chi è rimasto fuori, perché anch’io comincio a sentirmi un po' un estraneo nella nostra
chiesa parrocchiale, la cui architettura e le cui espressioni artistiche
gridano di un’esperienza che io non posso in coscienza condividere. Mi sento
tollerato, certamente, ma non amato. E, in qualche modo, ho anche ricambiato
questo trattamento. Ma vorrei cambiare, senza per questo dover subire una assimilazione
a una spiritualità che non potrà mai essere la mia, che non potrò mai
condividere, pur rispettandola negli altri, per ciò che di buono è capace di realizzare.
Probabilmente la nostra collettività di fede
locale non ha più in sé stessa la forza sufficiente per andare in un’altra
direzione. E questo essenzialmente perché da tempo mi pare mancare una vera formazione religiosa di secondo
livello di impronta universale dei
laici, che quindi sono del tutto impreparati, quella esistente essendo
sostanzialmente riconducibile a una sorta di noviziato nel movimento prevalente
nella nostra parrocchia, quindi in un cammino con forte carattere di
esclusività.
Sarebbe
necessario recuperare l’idea della parrocchia come collettività universale, come casa di tutto il popolo, e del servizio
religioso che in esso si rende come servizio universale. Per farlo occorrerebbe innanzi tutto formare
i formatori, educare gente laica che possa poi collaborare a realizzare un
servizio con quella caratteristica di universalità. Probabilmente, se il
personale non fosse così scarso, sarebbe cosa da realizzare con una missione
diocesana, mandando gente esperta qui sul posto per suscitare nuove energie. Sarebbe un lavoro lungo e molto impegnativo,
perché la cultura del concilio è, per
quanto ho potuto constatare, quasi del tutto assente da noi. Di certe cose non
si sente mai parlare. Bisognerebbe
sostanzialmente partire da zero, o quasi. Non si tratterebbe comunque di togliere qualcosa, ma semmai di aggiungere qualcosa che manca. Qualcosa che era presente nelle
altre parrocchie della mia formazione religiosa, la vicina parrocchia degli
Angeli Custodia, a piazza Sempione, e quelle di San Saba all’Aventino: so bene
quindi quello di cui parlo. E che era presente anche nella nostra parrocchia
fino alla sua trasfigurazione di molti anni fa.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San
Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli