sabato 20 dicembre 2014

Uomini e donne del popolo

Uomini e donne del popolo


A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo  a cercare quei ripari personali e comunitari che ci permettono di mantenerci  distanza del nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo.
E’ vero che, nel nostro rapporto con il mondo, siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano. Siamo molto avvertiti: “sia fatto con dolcezza e rispetto” (1Pt 3,16). Siamo anche esortati a cercare di vincere “il male con il bene” (RM 12,21), senza stancarci di “fare il bene” (Gal 6,9) e senza pretendere di apparire superiori  ma considerando “gli altri superiori a se stesso” (Fil 2,3). Di fatto gli Apostoli del Signore godevano “il favore di tutto il popolo” (At 2,47; cfr 4,21.33; 5,13). Resta chiaro che Gesù Cristo non ci vuole come principi che guardano in modo sprezzante, ma come uomini e donne del popolo. Questa non è l’opinione di una Papa né un’opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza interpellante. Viviamole “sine glossa”, senza commenti. In tal modo sperimenteremo la gioia missionaria di condividere la vita con il popolo fedele a Dio cercando accendere il fuoco nel cuore del mondo.

[dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), diffusa il 24-11-13 dal papa Francesco]

 Siamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Siamo chiamati a preparare le via a colui che viene, a spianare i nostri sentieri, a rimuovere gli ostacoli sul suo cammino. Questo può significare anche dover demolire qualcosa che abbiamo costruito di testa nostra, con le migliori intenzioni, ma che, ad un certo punto, capiamo, ragionandoci su, essere d’impaccio. Il Papa, nel testo che ho sopra riportato,  ha scritto di ripari personali e comunitari a cui rinunciare per essere popolo. E questo per riuscire ad entrare veramente in contatto con le vite degli altri, con la forza della tenerezza.
 L’essere popolo richiama l’idea di unità originaria. Non si tratta della stessa cosa del costituire, o costruire, un popolo. Religiosamente confidiamo infatti di essere stati radunati in un popolo per azione soprannaturale. Un popolo che si estende al di là di ogni confine, di ogni etnia, di ogni cultura, fino a comprendere l’intera umanità. Progettare di poter realizzare una così vasta unità di popolo sarebbe presunzione azzardata se quest’idea non ci venisse dall’alto. In concreto un disegno così ambizioso necessita  di un’intesa forza spirituale, che ci consenta di abbracciare in un unico movimento tutte le genti della terra, a partire da quelle del quartiere cittadino in cui ci troviamo immersi.
In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così “chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra” [citazione da una omelia di S. Giovanni Crisostomo]. Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma  al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli, in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva.  Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (Sal 71 (72), 10; Is 60,4-7; Ap 21,24). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito in lui.
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium  (=luce per le genti), sulla  Chiesa, approvata durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]
 Dobbiamo verificare la nostra condizione attuale in relazione all’esigenza di essere popolo. Possiamo dirci soddisfatti, come collettività di fede locale, in questo campo?  Abbiamo il favore del popolo  nel nostro quartiere, secondo l’espressione tratta dagli Atti del apostoli citata dal Papa nel brano che ho sopra riportato? Io credo che potremmo e dovremmo fare di più in questo campo. Sento infatti i sacerdoti della parrocchia dire che sempre meno gente viene alla Messa domenicale e che sempre maggiore è la percentuale di persone molto anziane tra coloro che la frequentano. E’ solo perché il mondo di fuori è diventato più cattivo? O forse perché abbiamo preferito stare nei nostri club  parrocchiali di tendenza, dove ci troviamo tra gente che abbiamo  scelto  e con la quale ci intendiamo meglio? Abbiamo preferito, insomma, costruire un popolo artificiale, lasciando gli altri al loro destino? E’ una questione piuttosto seria, perché, come ha ricordato il Papa le “indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni che toglierebbero ad esse forza interpellante”.
 Io non mi sento molto tranquillo in questo campo. E capisco, in fondo, chi è rimasto fuori, perché anch’io comincio a sentirmi un po' un estraneo nella nostra chiesa parrocchiale, la cui architettura e le cui espressioni artistiche gridano di un’esperienza che io non posso in coscienza condividere. Mi sento tollerato, certamente, ma non amato. E, in qualche modo, ho anche ricambiato questo trattamento. Ma vorrei cambiare, senza per questo dover subire una assimilazione a una spiritualità che non potrà mai essere la mia, che non potrò mai condividere, pur rispettandola negli altri, per ciò che di buono è capace di realizzare.
 Probabilmente la nostra collettività di fede locale non ha più in sé stessa la forza sufficiente per andare in un’altra direzione. E questo essenzialmente perché da tempo mi pare mancare  una vera formazione religiosa di secondo livello di impronta universale dei laici, che quindi sono del tutto impreparati, quella esistente essendo sostanzialmente riconducibile a una sorta di noviziato nel movimento prevalente nella nostra parrocchia,  quindi in un cammino con forte carattere di esclusività.
  Sarebbe necessario recuperare l’idea della parrocchia come collettività universale, come casa di tutto il popolo, e del servizio religioso che in esso si rende come servizio universale. Per farlo occorrerebbe innanzi tutto  formare i formatori, educare gente laica che possa poi collaborare a realizzare un servizio con quella caratteristica di universalità. Probabilmente, se il personale non fosse così scarso, sarebbe cosa da realizzare con una missione diocesana, mandando gente esperta qui sul posto per suscitare nuove energie.  Sarebbe un lavoro lungo e molto impegnativo, perché la cultura del concilio è, per quanto ho potuto constatare, quasi del tutto assente da noi. Di certe cose non si sente mai parlare.  Bisognerebbe sostanzialmente partire da zero, o quasi. Non si tratterebbe comunque di togliere  qualcosa, ma semmai di aggiungere qualcosa che manca. Qualcosa che era presente nelle altre parrocchie della mia formazione religiosa, la vicina parrocchia degli Angeli Custodia, a piazza Sempione, e quelle di San Saba all’Aventino: so bene quindi quello di cui parlo. E che era presente anche nella nostra parrocchia fino alla sua trasfigurazione di molti anni fa.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San  Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli