Reazione
mediante frammentazione
“…la responsabilità primaria della
crisi dell’apostolato laicale non può essere che dei laici stessi.
[…]
L’apostolato dei laici come oggi lo comprendiamo e come
oggi la dottrina della Chiesa lo insegna non nacque perché la dottrina di
allora lo prescrivesse, ma perché la santità laicale lo impose.
[…]
…mi pare si possa ipotizzare che la cisi dell’apostolato
laicale con cui siamo alle prese abbia una ragione profonda in un difetto di forza spirituale.
[…]
...una parte della crisi del laicato
cattolico nel dopo Conciilio prende la forma di una frammentazione grande.
[…]
…ogni forma di apostolato […]
ha bisogno di alimentarsi in radici spirituali che possono essere e spesso
opportunamente sono varie, ma anche –se davvero ecclesiali- in costante e
concretamente progressiva tensione ecclesiale all’unico Cristo. Del resto, le
stesse espressioni più vitali di apostolato laicale, non a caso di forma
associativa, e tipicamente nel caso dell’Azione cattolica, si manifestano come
serenamente e dinamicamente animate da pluralismo spirituale. Semmai, i
problemi sorgono quando assurgono al rango di (pseudo) spiritualità stili di
mero consumo di una gamma limitata di prodotti religiosi. Allora il credente
decade al rango di consumatore religioso (e l’esercente di tali prodotti a
quello di impresario religioso). Anche la più ordinata ed entusiasta
giustapposizione di frammenti religiosi, che per essere efficaci debbono essere
ripetitivi e che per la loro ripetitività sono condannati all’immobilismo
spirituale, non produce una chiesa.
[…]
… un verace apostolato laicali non
nasce da comunità che sequestrano o compartimentalizzano l’eucaristia. L’apostolato
laicale non può dar luogo a comunità separate, al contrario può nascere e
vivere –anche in modi sanamente conflittuali- dall’unica comunità ecclesiale di
un territorio, innanzi tutto dall’unica Chiesa particolare.
[…]
Nell’affrontare il problema della crisi
dell’apostolato laicale certamente non si potrà evitare di considerare tutti
quei fenomeni, quantitativamente sovrastimati e nondimeno certamente
significativi: i cosiddetti “nuovi movimenti ecclesiali”. Essi, insieme al
fenomeno distinto e parallelo del laico come “operatore pastorale”, perlomeno
per una parte dell’opinione pubblica e persino delle autorità ecclesiastiche,
hanno sostituito le vecchie forme di apostolato laicale. Prima di fornire ogni
valutazione […[ è indispensabile affrontare nodi che […] direttamente condizionano la
spiegazione della crisi di cui ci stiamo occupando. Il primo nodo è se questi
movimenti, singolarmente considerati, e molti altri fenomeno manifestatisi
negli anni della crisi dell’apostolato laicale, debbano essere considerati
frutti del Concilio o al contrario reazioni del tessuto ecclesiale per un verso
al ritardo e al disordine nella routinizzazione dei rinnovamenti conciliari e
per altro verso alla imprevista e durissima prova costituita per la Chiesa che
recepiva il Vaticano II dall’accelerarsi e dall’approfondirsi di trasformazioni
sociali, che nei primi anni ’60 e durante il Concilio erano inimmaginabili.
Molto più radi di quanto si creda, ad esempio, sono i cosiddetti nuovi
movimenti ecclesiali sviluppatisi effettivamente dopo il Concilio. Il dato è
spesso trascurato, ma ciò non di meno interroga chi si ponga seriamente il
problema con cui siamo alle prese. La gran parte di essi, soprattutto tra i
movimenti più noti, sorge prima, o contemporaneamente, ma indipendentemente dal
Concilio. Semmai, dopo il Concilio, e neppure nel primissimo dopo-Concilio,
bensì negli anni delle prime difficoltà nella recezione dei suoi insegnamenti,
i cosiddetti “nuovi movimenti ecclesiali” conoscono la loro maggiore
diffusione. Ciò che allora dobbiamo capire è se queste manifestazioni di
mobilitazione religiosa vadano lette come manifestazioni o perlomeno
approssimazioni a nuove forme di apostolato laicale oppure come forme le più
varie di recupero selettivo della tradizione (senza con ciò dare a questo
termine il positivo significato che si dà alla teologia conciliare).
[da:
Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa –
Caduti i bastioni, pag.176-184, Morcelliana, 2013]
Storicamente il laicato di fede italiano si
affermò in dialettica con il papato, a partire dalla metà dell’Ottocento. Esso
conquistò un suo nuovo statuto durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965)
riscuotendo il consenso generale dell’episcopato mondiale su come esso si era sviluppato
e sulle realizzazioni di cui era stato protagonista, innanzi tutto nel
conflitto contro i totalitarismi europei negli anni ’30 e ’40 e poi nella
creazione di un nuovo ordine istituzionale a livello globale negli anni ’40 e ’50.
Negli anni ’70 esso dovette misurarsi con una
diversa sfida, vale a dire con le reazioni anti-conciliari, che coinvolgevano
il suo nuovo statuto, condotte al suo stesso interno. A quegli anni risalgono i
primi violentissimi attacchi contro l’Azione cattolica e il suo ideale di
apostolato laicale di riferimento, profondamente improntato ai principi
conciliari. La mia giovinezza, dal punto di vista della fede vissuta, si è
svolta negli anni ’80 all’interno di questa dimensione fortemente conflittuale.
Ad uno sguardo retrospettivo il fenomeno si inquadra in un movimento di tipo
reazionario, teso a sottrarre frazioni sempre più cospicue di laicato di fede
al moto di rinnovamento e di rigenerazione conciliare. Poiché le autorità
religiose si manifestavano indisponibili ad essere esplicitamente un punto di
riferimento di questa reazione anticonciliare, non di rado per ragioni di
coerenza istituzionale che per altro, questi moti reazionari divennero
autocefali, si dettero proprie catene gerarchiche, che sono arrivate a
competere con quelle istituzionali della nostra confessione di fede. La
caratteristica che mi pare denotare l’esercizio dell’autorità in queste
aggregazioni di tipo reattivo è il rifiuto dei principi e dei metodi
democratici: in esse l’autorità si perpetua per cooptazione, vale a dire che i
capi, ai diversi livelli, sono scelti dall’alto, in questo mimando i costumi
clericali.
Gli anni ’90 e 2000 hanno visto il tentativo
di fare piazza pulita di tutto ciò che del Concilio rimaneva nel laicato
italiano, in particolare sostituendo l’Azione cattolica come modello ideale di
impegno del laicato di fede nella società e nelle collettività religiose. L’operazione,
animata dal nobile intento di salvare le sorti della nostra confessione religiosa in
Italia, non è (per nostra buona sorte) riuscita per l’impossibilità di
ricostituire una unità dall’intensa frammentazione indotta nelle nostre
collettività religiose. Ne è derivato però un progressivo inaridimento dei
moventi spirituali del laicato italiano e un corrispondente indebolimento della
sua forza nella società: il papato e l’episcopato italiano sembrarono rilevarli
verso la metà degli anni 2000, in cui venne un accorato appello a un rinnovato
impegno laicale.
Il processo di estrema frammentazione di cui
ha scritto Diotallevi nei testi che ho sopra citato è particolarmente evidente
nella nostra parrocchia. Esso ha coinciso con una progressiva emarginazione
della realtà parrocchiale dalla vita del quartiere. Ad essere particolarmente
critica non è però l’azione propria del clero, il quale continua a fare il suo
mestiere secondo ciò che da esso si attende, ma quella laicale, dove si pretende
di assoggettare a un certo paternalismo autoritario, da scuola elementare stile
anni Sessanta, ogni espressione laicale e di ricostruire le personalità della gente di fede secondo una certa
impostazione, pretendendo conformismo spinto. In particolare questo
atteggiamento si avverte fortissimo nei confronti dei più giovani, proponendo
alle famiglie di raddrizzarli. C’è
insomma questa idea che la gente nuova che viene da dentro le nostre famiglie e
dal mondo intorno vada innanzi tutto ricostruita
e raddrizzata, che da aderente di lunga data ad organizzazioni di
Azione cattolica mi è piuttosto ostica da accettare, e mi pare che lo sia anche
per la gente del quartiere. Penso che potrebbe essere proprio da qui che
potrebbe partire un’ipotesi di intervento sulla crisi dei rapporti con il
quartiere che sta divenendo piuttosto evidente. Costruendo un modo di
presentarsi più aperto, in ciò
riscoprendo gli ideali conciliari. Diminuendo un po’ le pretese di ingegneria psicologica che stanno al
fondo di certi metodi. Cercando di valorizzare maggiormente la dignità delle
persone e la loro libertà religiosa. E cercando di costruire con gli altri un
dialogo in cui gli ammaestramenti non siano a senso unico.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.