Dispotismo
comunitario
Uno degli aspetti maggiormente caratterizzanti
dell’ideologia sociale promossa dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) è quello
della concezione comunitaria della nostra collettività di fede.
Essa ha anche fondamenti e aspetti teologici.
Si legge infatti nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium (=Luce per le
genti) al n.8 intitolato “La Chiesa,
realtà visibile e spirituale”, inserito nel capitolo 1° del documento,
intitolato “Il mistero della Chiesa”:
Cristo,
unico mediatore, ha costituito sulla terra e incessantemente sostenta la sua
Chiesa santa, comunità di fede, di
speranza e di carità; quale organismo visibile, attraverso il quale
diffonde per tutti la verità e la grazia.
La comunità
di cui si tratta nel brano che ho
citato è poi caratterizzata come popolo
e popolo messianico (cioè con una
missione di redenzione nell’umanità) nel successivo n.9, intitolato “Nuova alleanza e nuovo popolo”:
Cristo
istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1Cor
11,25, chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e
costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo
stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno in corruttibile, che è la
parola del Dio vivo (cfr 1Pt 1,23), non dalla care ma dall’acqua e dallo
Spirito Santo (cfr Gv 3,5-6), costituiscono “una stirpe eletta, un sacerdozio
regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo … Quello che un tempo non
era neppure un popolo, ora invece è popolo di Dio” (1Pt 1,23).
Questo popolo
messianico ha per capo Cristo “dato a morte per i nostri peccati e
risuscitato per la nostra giustificazione” (RM 4,25), e che ora, dopo essersi
acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in
cielo. Ha per condizione la dignità e la
libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in
un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha
amati (cfr.Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato
in terra dallo stesso Dio, che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla
fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo vita
nostra (cfr. Col 3,4) e “anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per
partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio” (RM 8,21). Perciò il popolo
messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e
apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta
l’umanità il germe più forte di unità,
di speranza, di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di
carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione
di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è
inviato a tutto il mondo”.
Invito i lettori che siano interessati alle
questioni della nostra fede religiosa a tenere bene a mente i brani che ho
citato, che hanno un valore rilevantissimo, essendo stati inseriti in un
documento del magistero della massima autorevolezza, quale è una costituzione
dogmatica di un concilio ecumenico, e che, a mio parere, resi accessibili a
tutti con le opportune spiegazioni e traduzioni in linguaggio corrente, anche
tenendo conto della capacità di ricezione degli interlocutori, dovrebbero
costituire la parte centrale della formazione religiosa, in particolare di quella di secondo livello, dei
laici di fede.
La concezione della Chiesa come
comunità-popolo messianico costituì una marcata correzione di rotta rispetto
all’impostazione che si era data all’organizzazione istituzionale delle nostre
collettività religiosa a partire dall’undicesimo secolo, regnante il papa
Gregorio 7°, secondo la quale essa venne progressivamente strutturata ricalcando le
concezioni costituzionali degli imperi di quel tempo, quindi come un impero religioso, con il papa come
imperatore con competenza insieme civile e religiosa. Nel quadro della
Chiesa-impero religioso assume un nuovo aspetto la questione dell’obbedienza, che da questione relativa alla fedeltà ai
principi religiosi, quindi obbedienza
alla volontà divina, diventa materia marcatamente giuridica, come obbedienza
alla volontà del papa-imperatore e dei
suoi feudatari, in particolare, per quanto riguardava i laici, dei vescovi e
dei parroci. Nella concezione della Chiesa come impero religioso, infatti, il
fattore di unità era costituito
principalmente dalla sottomissione a una autorità terrena molto accentrata. Il
Concilio Vaticano 2°, per quanto riguarda questa materia, ha innescato un vero
e proprio moto di riforma, pur lasciando sostanzialmente intatta la struttura giuridica della Chiesa
imperiale. E lo ha fatto rendendo possibile una dialettica tra la realtà imperiale e quella che sarebbe emersa
dalla Chiesa-comunità-popolo messianico, in particolare sulla base del nuovo
ruolo riconosciuto in essa ai laici di fede, ai quali venne riconosciuta una
speciale competenza in merito all’influenza sugli ordinamenti sociali dei
popoli della terra, da attuare in spirito di dialogo con le altre componenti
sociali, e nelle questioni riguardanti lo sviluppo scientifico e tecnologico.
Questa dialettica ha fortemente caratterizzato i primi quindici anni successivi
all’evento conciliare. Ciò fu molto
evidente nel dibattito culturale emerso su due riviste teologiche fondate dopo
il Concilio Vaticano 2°: Concilium (1965),
di orientamento progressista, che
vide tra i suoi collaboratori i teologi
Yves Congar, Hans Kung, Karl Rahner e Edward Schillebex, e Communio (1972), di orientamento più conservatore, con i teologi Joseph Ratzinger, Han Urs von
Balthasar, Henry Marie de Lubac.
C’è un aspetto che occorre ancora ricordare,
in relazione alla concezione conciliare della Chiesa come comunità-popolo
messianico: essa è di tipo fortemente universalistico, nel senso che intende la
Chiesa come manifestazione e via di realizzazione dell’unità del genere umano. Ciò risulta già da quello che si legge in apertura della costituzione Lumen
Gentium (al n.1, intitolato “La
Chiesa è sacramento in Cristo”):
… la Chiesa è, in Cristo, in qualche
modo il sacramento, ossia il segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano ...”
Da queste concezioni teologiche discende poi l’ideologia
sociale dei documenti conciliari, in particolare riguardo alla politica e all’ordinamento
internazionale.
Si legge, ad esempio, nel n.84 della
Costituzione Gaudium et Spes (=la
gioia e la sperenza), intitolato “La
comunità delle nazioni e le istituzioni
internazionali”, inserito nella
sezione 2, “La costruzione della
comunità internazionale”, del capitolo 5° “La promozione della pace e la comunità delle nazioni”:
Dati i crescenti e stretti legami di
mutua dipendenza esistenti oggi tra
tutti gli abitanti e i popoli della terra, la ricerca adeguata e il
raggiungimento efficace del bene comune richiedono che la comunità delle nazioni si dia un ordine che risponda ai suoi
compiti attuali, tenendo conto di quelle numerose regioni che ancora oggi si
trovano in uno stato di intollerabile miseria.
[…]
Le istituzioni internazionali, tanto
universali che regionali già esistenti, si sono rese certamente benemerite del
genere umano. Esse rappresentano i primi sforzi per gettare le fondamenta internazionali di tutta la comunità umana al
fine di risolvere le più gravi questioni del nostro tempo: promuovere il
progresso in ogni luogo della terra e prevenire la guerra sotto qualsiasi
forma. In tutti questi campi, la Chiesa si rallegra nello spirito di vera
fratellanza che fiorisce tra cristiani e non cristiani, e dello sforzo d’intensificare
i tentativi intesi a sollevare l’immane miseria.
Per inciso si tratta di temi che sono
in genere del tutto assenti dalla formazione religiosa di primo e secondo
livello dei laici e anche da quella dei
laici più giovani, quanto a quella impartita a questi ultimi a favore non di
rado di forme di bigotteria in materia di sessualità sentite dalle persone in
formazione come veramente intollerabili, tanto che vi si sottraggono appena
possono.
In sostanza, nella visione conciliare, si
passò dall’idea di espansione della Chiesa come conquista di nuovi popoli e
territori a un impero religioso, al
modo in cui si espandono gli imperi politici, all’idea di realizzare, dal
basso, a partire dai popoli della terra, un’unità sui principi, sui valori, e poi sulle decisioni collettive
per fronteggiare i problemi dell’umanità, che potesse creare condizioni favorevoli all'ascolto e alle libera accettazione del messaggio religioso.
La via della Chiesa-comunità-popolo
messianico, aperta dal Concilio Vaticano 2°, avrebbe dovuto essere costruita e percorsa
nel dopo concilio: il concilio indicò una direzione e un metodo, ciò che doveva
seguire non era una pura e semplice esecuzione,
ma doveva essere uno sviluppo di quella idea fondamentale. Questo fu un campo
particolarmente critico nel dopo concilio, in particolare negli anni ’70.
L’Azione Cattolica fu il movimento di massa
che con più decisione perseguì quella via, di sviluppare e rendere concreta la
Chiesa-comunità-popolo messianico indicata dal Concilio Vaticano 2°,
modificando profondamente anche i propri ordinamenti e le proprie strategie sotto
la presidenza di Vittorio Bachelet, ciò che venne chiamato scelta religiosa, che non significa scelta beghina o clericale, ma scegliere
la via del Concilio, uscendo dall’ottica dell’impero religioso.
Altre esperienze collettive scelsero vie
diverse. E’ il caso del movimento attualmente prevalente nella nostra
parrocchia. Esso prese avvio sfruttando i nuovi spazi di autonomia concessi, in
particolare ai laici, nel dopo concilio.
Nella sua ideologia religiosa e sociale ha una forte accentuazione l’aspetto
comunitario. In essa tuttavia, per ciò che sono riuscito a capire nella
frequentazione della nostra parrocchia, in cui quella impostazione è molto evidente, e
per quanto non vi siano al suo interno veri momenti di dialogo tra il mio mondo e quello delle persone coinvolte in quel movimento (sono
infatti mondi che non si parlano e sono reciprocamente diffidenti), l’idea di comunità ha subito una particolare
accentuazione come strumento di perfezionamento
personale, mentre mi paiono messi un po' in
secondo piano l’universalismo e la missione per l’unità di tutto il genere umano
che erano molto forti nell'impostazione conciliare. Ci si perfeziona nella comunità,
lasciandosi coinvolgere in essa, suddivisa in tanti piccoli gruppi in modo da
potenziare al massimo quelle che appunto vengono chiamate dinamiche dei piccoli gruppi che creano un forte coinvolgimento
emotivo personale, mimando famiglie allargate, e quindi la comunità, come
gruppo di persone sulla via della perfezione
personale, tende poi a separarsi dalla più ampia collettività che la circonda,
come forma di protezione di questo cammino
di perfezionamento, in qualche modo
analogamente alla tecnica seguita per le piante coltivate in serra. Come
avviene in famiglia, si crea un lessico
familiare, vale a dire un insieme di consuetudini, concezioni, modi di ragionare e di
esprimersi che sono capiti e condivisi solo in una ristretta cerchia e che
rimangono estranei agli altri. Questi ultimi si sentono esclusi ed emarginati e
lo rimangono fino a che non decidano di accettare quell’impostazione e di transitare
nella comunità di perfezionamento. E’ un po’ quello che accade a noi dell’Azione
Cattolica parrocchiale, che ci sentiamo più impegnati, con tutti gli amici dell’associazione a livello nazionale,
a seguire la via del Concilio nella sua apertura
universale. Questo ci genera
sofferenza, perché noi non concepiamo il nostro associarsi essenzialmente come
diretto al perfezionamento personale, ma quest’ultimo finalizziamo a quell’apertura, che è un lavoro in cui ci si
impegna poco in parrocchia. Ci sentiamo in qualche modo sprecati. Non ci rassegniamo ad essere un gruppo di anziani in
fatale esaurimento. Infatti noi vorremo essere, nel senso più pieno, Chiesa del Concilio.
Nella misura in cui si vuole affermare quel
tale lessico familiare come stile e linguaggio dell’intera
parrocchia esso può essere sentito come manifestazione di dispotismo
comunitario, quindi della volontà di una comunità particolare di imporre
a tutti le sue concezioni, a prescindere da una reale condivisione. Ciò riguarda anche aspetti minuti della vita
parrocchiale. Ad esempio, se, in una liturgia parrocchiale, non quindi in quella di una
particolare comunità, di persone che si sono reciprocamente scelte e scegliendosi hanno anche scelto una certa via, un certo cammino, ma in quella che esprime il servizio universale della parrocchia, si chiede di cantare insieme uno dei canti del canzoniere usuale
della comunità parrocchiali italiane, ci si può sentire rispondere dai
suonatori che non conoscono i canti “normali”
e, quindi, chi li vuole cantare se
li canti senza musica.
Quello che ho ricordato è un aspetto molto
critico della vita della nostra parrocchia, che andrebbe risolto. La parrocchia
è infatti un servizio universale, manifestazione della Chiesa universale che sussiste nella diocesi.
Ciò dico esercitando un diritto-dovere che mi
è riconosciuto, come laico di fede, proprio dalla Costituzione Lumen Gentium, al n. 37, “I laici e la gerarchia”, inserito nel
capito 4°, I laici:
I laici, come tutti i fedeli, hanno il
diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della
Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti; ad essi
quindi manifestino le loro necessità e i loro desideri con quella libertà e fiducia che si addice ai figli di Dio e ai
fratelli in Cristo. Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono,
hanno la facoltà, anzi talora anche il
dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della
Chiesa.
[…]
I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità di laici nella
Chiesa, si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia
affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e
margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa.
Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le
richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano
quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli