Oltre una religione
di contenimento
Ogni giorno, in religione, ci rendiamo conto che è necessario un
mutamento di idee e di prospettive, ma abbiamo qualche difficoltà ad
immaginarlo e soprattutto a progettarlo in concreto. Del resto per lungo tempo,
dopo quella che è definita “la primavera
del Concilio”, siamo vissuti in un’epoca in cui la nostra creatività
laicale non era granché apprezzata. E, bisogna riconoscere, noi laici di fede vi ci si siamo accomodati senza porci in
definitiva tanti problemi. E’ venuto il tempo di risvegliarci, di riattivarci?
E’ una cosa che, passati i primi entusiasmi, potrebbe anche scoraggiare, perché è faticosa, come lo sono
tutte le scelte di libertà.
Passando in rassegna i vari problemi da risolvere, mi balza agli occhi
quello che tiene lontane dai nostri ambienti liturgici molta parte delle
persone più giovani, vale a dire una
concezione della religione come struttura di contenimento delle passioni,
istinti, desideri umani. Uno dei suoi aspetti più critici è quello dell’eccessiva,
direi ossessiva, insistenza sulle questioni di moralità sessuale, quando ci si
rivolge agli adolescenti e ai ventenni, ma anche più in là. E’ un modo di
pensare che ha qualche fondamento biblico. Lo abbiamo ricevuto dall’antico
ebraismo e poi esso è transitato anche nella fede degli arabi: lo troviamo
espresso al parossismo nei crudeli costumi che vediamo praticati, ad esempio,
nelle zone di guerra al confine tra Siria e Iraq. Guardandoli da lontano li ripudiamo, ma non ci
rendiamo conto che sono manifestazione di una ideologia che anche noi
pratichiamo ancora, anche se in forme meno violente. La civiltà europea
contemporanea impedisce quegli estremi, che comunque in passato ci sono stati. Ma se una cosa ha fondamento biblico, come
superarla? E’ una questione che ciascuno può proporre ai teologi. Osservo che i nostri scritti sacri sono un
cimitero di costumi morali che sono stati nei secoli tranquillamente superati:
negli stessi scritti biblici si nota una evoluzione dell’etica, così come di
altre concezioni, ad esempio quelle cosmologiche. Ma non è solo questo. Nei
secoli della nostra fede abbiamo superato, sulla base di una riformulazione
della teologia biblica, molti costumi a fondamento biblico vigenti ancora nel
primo secolo della nostra era, in cui si sono formate le tradizioni confluite
negli scritti neotestamentari. Ad esempio l’uso di lapidare le adultere. Il
nostro primo Maestro, in un brano evangelico, mostra di non scandalizzarsene,
di non ritenerle una orribile barbarie, come noi oggi invece facciamo.
La religione come struttura di contenimento
sociale parte dall’idea che la società senza una fede religiosa comune sarebbe
abbandonata alla violenza di tutti contro tutti e ad ogni eccesso. Ai tempi
nostri in Europa viviamo governati da istituzioni laiche, nel senso di non
improntate esplicitamente ad ideologie religiose, ma la società rimane ordinata e pacifica. C’è un diritto
molto sofisticato e preciso che dice ad ognuno che cosa può o deve fare. Sono
state poi istituite, e sono efficaci, organizzazioni pubbliche per far
rispettare l’ordine. Le violazioni sono represse validamente. La
giustificazione sociale della religione come struttura di contenimento non ha
più senso. Eppure viene ancora riproposta in varie forme. Ad esempio nell’educazione
dei più giovani. Talvolta si promette ai genitori di raddrizzare i loro figli
affidati alle nostre strutture per la formazione religiosa di base. In genere
poi non si riesce a mantenere questo impegno e così si genera sfiducia.
L’ideologia religiosa del contenimento sociale
viene applicata anche per giustificare il mantenimento di una struttura feudale
del clero. Senza questo sistema di potere veramente anacronistico, si sostiene,
non sarebbe possibile tenere unito il gregge. L’esperienza delle altre
confessioni della nostra fede, saldamente radicate nella società, dimostra il
contrario.
Gli esseri umani sono intrinsecamente morali,
tendono a vivere secondo un ordine morale, a darsi un ordine morale. Varia poi,
nella storia, il contenuto della moralità. E’ una cosa evidente, di cui
facciamo esperienza ogni giorno.
E’ vero che storicamente la nostra fede
religiosa è stata impiegata per
rafforzare la moralità sociale. Ciò ha avuto anche aspetti molto negativi,
perché concezioni morali storicamente datate sono, come dire, rifluite indebitamente
nel deposito di fede, in ciò che veniva considerato essenziale, irrinunciabile.
Ad esempio per ciò che riguarda la posizione delle donne nella società.
Ma la nostra fede ha anche altre potenzialità
che vanno riscoperte. Esse sono state alla base di quella cultura dei diritti
umani che è stato il grande dono che l’Europa ha fatto all’umanità intera. Oggi
però, in genere, non riusciamo più a coglierne il significato religioso. Anzi non di rado vi cogliamo contrasti con la
nostra fede religiosa, e invece molte volte il contrasto è con le incrostazioni
che l’hanno appesantita nell’attraversare la storia umana.
La fede religiosa ci spinge oltre ogni
frontiera, oltre ogni limite e barriera che separano gli esseri umani. Ci
spinge a cercare di vincere l’inimicizia. Questo aspetto della nostra fede è molto più attuale. Lo vediamo espresso
molto bene nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) in cui si
presenta l’obiettivo religioso di fare di tutta l’umanità un popolo solo
animato da sentimenti fraterni. La dinamica delle società globalizzate in cui
siamo inseriti ha questa potenzialità. Assistiamo a un profondo rimescolamento
tra culture, favorito dai nuovi mezzi di comunicazione e dalle nuove e sicure
vie di migrazione anche intercontinentale. Ci si sposta di più, si comunica di
più, ci si conosce meglio. La dignità della persona è sempre meno legata a una
appartenenza nazionale e a una bandiera, ognuno se la porta con sé, insieme all’I-Pad
e alla carta di credito, dovunque vada. Stiamo sperimentando un modo nuovo di
vivere da esseri umani, qualcosa di veramente nuovo, che non c’era mai stato
prima. Una situazione storica che presenta grandi opportunità di bene, ma anche
dei rischi. La complessità dell’organizzazione globale delle società umane, nel
loro complicato intersecarsi, rende l’intera umanità come una specie di macchina
di sofisticata tecnologia, qualcosa di simile ai nostri elaboratori
elettronici. In questo contesto gli esseri umani corrono il rischio di essere
considerati solo parti di questa macchina.
Potrebbe essere, in fondo, una schiavitù di tipo nuovo, in una società
che garantisce il massimo livello di benessere e di sicurezza mai raggiunto
dall’umanità, ma a costo di ridurre l’essere umano alla sola sua dimensione di
ingranaggio, e di ingranaggio desiderante, utile fino a che funziona come
tale, cellula di pura produzione e
consumo. In questo contesto la fede religiosa afferma che non di solo pane vive
l’essere umano. Ciò vale in ogni relazione umana. C’è sempre un di più che va
cercato. E’ in questo di più, in questo che fu definito supplemento di anima, che sta la perenne
attualità della nostra fede religiosa. In questo ordine di idee la religione
non tanto è un limite, quanto un
arricchimento. Tuttavia l’attuale
teologia proposta ai fedeli laici la presenta essenzialmente come limite e in ciò
è obsoleta. E infatti non sa parlare di libertà: quando ne parla passa subito
ai limiti della libertà, la quale in
quest’ottica consisterebbe nel decidere liberamente di rinunciare alla propria
libertà. Non è indispensabile pensarla così in religione.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli