Rivoluzione culturale
Chi oggi ha tra i
cinquanta e i settant'anni ed è vissuto
da giovane nel Nord America e in alcune nazioni dell'Europa occidentale, nella
specie in Gran Bretagna, Scandinavia, Danimarca, Francia, Olanda, Belgio, Lussemburgo,
Germania Federale pre-unificazione, Austria, Svizzera, Italia, probabilmente è
stato investito, venendone influenzato in modo più o meno significativo, dal
moto sociale di cambiamento dei costumi e delle concezioni culturali che si
produsse tra gli anni '60 e '80 del Novecento in quelle aree del mondo, facendo
apparire "antichi" coloro che all'epoca avevano più di trent'anni. Si
è trattato di un fenomeno che a ragione può essere definito una rivoluzione culturale, e uso
un'espressione che in realtà è stata coniata nella Cina continentale comunista
degli anni '60 per definire qualcosa di profondamente diverso, vale a dire la strumentalizzazione
politica che la figura politica cinese egemone di quell'epoca fece delle masse
giovanili per sradicare il dissenso politico nei suoi confronti. In Nord
America e in quelle nazioni dell'Europa occidentale che ho citato esso fu
invece effettivamente un moto di liberazione sociale che tese a scardinare gerarchie
sociali, costumi oppressivi e gli ordinamenti sociali e normativi ad essi
connessi, con lo scopo di consentire alle persone di raggiungere la propria
felicità. Esso coinvolse potentemente i
settori della società che tradizionalmente erano quelli più coartati dai poteri
sociali: i giovani tra i quindici e i trent'anni e le donne. Vale a dire le persone che, fino agli anni
Sessanta, erano più soggette alla potestà dispotica dei maschi ultratrentenni. Questo moto,
che ebbe fortissimi ed eclatanti sviluppi politici, coinvolse potentemente le
collettività religiose italiane, producendo anche nuovi costumi religiosi, che
dalla metà degli anni '80 si tentò con successo di reprimere duramente nella
nostra confessione religiosa. Nelle nostre collettività religiose esso si
espresse in termini teologici nel quadro del movimento per l'attuazione del
processo di aggiornamento/rinnovamento innescato durante il Concilio Vaticano
2° (1962/1965). E ciò anche se gli ideali ispiratori di quella che ho definito rivoluzione culturale erano estranei all'ideologia di quel concilio
e questo perché esso era stato dominato da gente più anziana di quelli che in
quella rivoluzione vennero coinvolti. Successivamente le
generazioni della rivoluzione culturale
non presero mai il potere nella nostra confessione religiosa, e ciò determinò l'atteggiamento
in genere repressivo tenuto in merito dai nostri capi religiosi, mentre
giunsero al potere nell'Europa occidentale, determinando la straordinaria
evoluzione politica che ha prodotto la nostra nuova Europa. La classe politica
europea coinvolta nella rivoluzione culturale
sta ora cedendo il passo a gente più
giovane. I nuovi politici, se provengono dall'Europa occidentale, non
mantengono ormai più né esperienza vissuta né, spesso, memoria di quel processo di rinnovamento sociale e, se
provengono dall'Europa orientale, sono cresciuti in nazioni che da quel moto rivoluzionario non sono state mai toccate. In un certo senso,
la gente che ora ha meno di cinquant'anni appare alla gente che oggi ha tra i
cinquanta e i settant'anni come più "antica", perché sembra ragionare
come le persone che erano adulte negli anni Cinquanta del secolo scorso. Questo
accade anche in religione.
Non è un caso che i
conflitti europei che si sono prodotti dopo la fine della Seconda Guerra
Mondiale, quelli degli anni '90 derivati dalla scomposizione della Federazione
Iugoslava e quello attuale in Ucraina, hanno coinvolto popolazioni che non
erano state toccate da quella rivoluzione
culturale. Quest'ultima aveva avuto infatti una fortissima valenza
antimilitarista, che, negli Stati Uniti d'America, si era espressa con il
rifiuto del servizio militare nella guerra del Vietnam.
E, ancora, non è un
caso che il moto di repressione
religiosa anti-rivoluzionario che
investì la nostra confessione religiosa dalla metà degli anni '80 sia stato
innescato e diretto da un capo religioso, il Wojtyla, che proveniva dalla
Polonia comunista, altra nazione non investita dalla rivoluzione culturale.
Certo, oggi i costumi sociali sono più licenziosi
degli anni Cinquanta, ma si è persa ogni valenza politica di questo. Vale a dire che si punta al piacere, come le classi sociali più elevate di ogni tempo, negli
anni Cinquanta del secolo scorso come anche ora, e ciò non è considerato più socialmente
riprovevole, ma non si mira più alla felicità,
che è tutt'altra cosa. La licenziosità di oggi non è più politicamente
"pericolosa" per chi esercita il potere nelle nostre società, ed anzi può essere sfruttata commercialmente nel mondo globalizzato capitalista, mentre lo era e lo è ancora la ricerca della felicità, perché
quest'ultima richiede un processo di liberazione
sociale.
Nella nostra
confessione religiosa sono stati assai scarsi, e in genere piuttosto timidi, i tentativi di dare una
espressione teologica al processo di ricerca della felicità come processo di
liberazione sociale, che storicamente ebbe la prima enunciazione politica nella
Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America del 1776, un atto con
fortissima impronta religiosa. In genere la ricerca della felicità personale
come processo di liberazione sociale è vista con sospetto nella ideologia della
nostra confessione religiosa, indotta da capi religiosi che personalmente
furono estranei a quella che ho definito rivoluzione
culturale. Ciò oggi si nota, ad esempio, in maniera nettissima nel
magistero che riguarda la questione femminile, dominato da un fortissimo
antifemminismo che, nonostante i toni meno cruenti di un tempo, porta invariabilmente
a giustificare teologicamente l'emarginazione e la discriminazione delle donne
nelle nostre collettività religiose. In
anni passati questo orientamento portò addirittura i nostri capi religiosi a
guardare con interesse alle posizioni analoghe dominanti in altre fedi
religiose, che impongono alle donne condizioni di dura sottomissione ai maschi
e discriminazioni sociali di ogni genere. Il rischio dell'intento volenteroso di voler realizzare una specie di "Onu delle religioni" , a fini pacificatori, è quello appunto di rafforzare storiche tendenze reazionarie endemiche nelle nostre collettività religiose.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli