Il nostro 25 aprile
Di solito non si
considera la valenza religiosa della festa civile del 25 aprile, eppure
bisognerebbe farlo. Quel giorno del 1945, preso convenzionalmente come
indicativo della Liberazione italiana, in uno dall'occupazione dell'armata
germanica guidata dai nazisti e dall'ultimo
mortifero fascismo storico, quel giorno in cui Milano insorse e finì
nelle mani di coloro che il regime definiva banditi
ed essi invece ribelli, segnò infatti
anche l'inizio di un riscatto propriamente religioso, dopo la disonorevole compromissione
della Chiesa cattolica italiana, capi e fedeli, con il Mussolini. Un lavoro che non è ancora compiuto.
Oggi in religione si
insegna che la Chiesa cattolica italiana cercò di opporsi al fascismo, ma,
riflettendoci bene su, bisogna riconoscere che questo non è vero. Vi furono
effettivamente antifascisti cattolici, ma furono una esigua minoranza e,
soprattutto, essi furono fortemente contrastati dalla gerarchia. Di solito, ai tempi nostri, si ricordano gli
interventi pontifici contro le pretese assolutistiche del fascismo italiano in
campo morale, che in qualche caso certamente vi furono, ma il clima generale
era un altro, soprattutto dopo la conclusione con il fascismo, nel 1929, dei
Patti Lateranensi, regnante il papa Pio 11°, che ne porta la maggiore responsabilità
morale e politica, in quanto imperatore religioso: essi ci hanno lasciato in
dote la Città del Vaticano, il simulacro di stato entro il quale tutti i
cattolici non residenti sono giuridicamente stranieri.
La compromissione del
papa all'epoca regnante nel cedimento al capo del fascismo ha impedito, dopo la
caduta del regime mussoliniano, quella che, con espressione di molto
posteriore, indichiamo come purificazione
della memoria, il distacco morale dagli esempi negativi del passato. I
cattolici non vanno contro il papa, in particolare contro i papi più recenti. Ma
in questo caso sarebbe stato proprio un papa a dover essere messo in questione.
I cattolici furono
nella grande maggioranza fascisti: non furono costretti ad esserlo. Ci fu chi
non accettò di divenirlo, rischiando al più il posto di lavoro statale, ma non
la vita. Fu quello che fece, dando un luminoso esempio di vita nella nostra
fede, il grande storico Ernesto
Buonaiuti, prete, scomunicato in quanto
trovato reo di modernismo. Non lui
dovrebbe essere riabilitato, come l'altro giorno ha osservato la professoressa
Corradi a proposito di don Milani, ma la Chiesa italiana! Il papa non era
obbligato ad accettare il compromesso con il fascismo. I vescovi italiani non
erano obbligati a mostrarsi accondiscendenti verso il regime. La situazione
italiana non era uguale a quella tedesca. Tanto è vero che quando il Papa e i
vescovi italiani accettarono di assecondare il moto popolare che cercava di
fornire una qualche protezione agli ebrei minacciati di deportazione nei campi
di internamento tedeschi, fu possibile farlo. Bisogna ricordare però che le
leggi fasciste di discriminazione, che
pur non comportando lo sterminio e la perdita della cittadinanza, inflissero malvagiamente gravissime limitazioni
alle libertà civili, economiche e politiche degli ebrei italiani, furono
accettate dalla gran parte dei cattolici italiani e anche del clero, compreso
l'alto clero.
Ai tempi nostri,
soprattutto nell'attuale clima di glorificazione del potere papale che stiamo
vivendo in questi giorni a Roma, si tende a sorvolare su tutto questo.
La festa del 25
aprile potrebbe essere un'occasione per rifletterci sopra.
Quanto diversa è
stata, ad esempio, la figura di Benigno Zaccagnini, il quale, mentre l'alto
clero della sua regione andava in genere in altra direzione, ragionava così:
"Alla fine accettai, Tommaso Moro, che per noi cattolici era un
simbolo di libertà e di opposizione all'assolutismo di stato, divenne il mio
nome di battaglia. Che cos'era, per noi che abbiamo combattuto il fascismo e il
nazismo, la Resistenza? La Resistenza è stata innanzi tutto una intima e
profonda scelta morale, compiuta dai giovani e dai non giovani. Una scelta
difficile, per un impegno che si sentiva sorgere dal profondo della coscienza:
una scelta fra assistere passivamente e subire gli eventi o cercare di
assumersi le proprie responsabilità, coi rischi connessi, per orientare il
senso della storia, delle vicende storiche che stavamo vivendo, per
l'affermazione di alcuni fondamentali valori nei quali credevamo, perché
radicati nella nostra coscienza. Libertà e partecipazione, giustizia e
solidarietà, pace. Valori umani universali che hanno dato e danno forza morale
alla politica. Aldilà delle distinzioni dei partiti che della politica sono
solo strumenti. Ognuno con una sua verità e idealità parziale, ma uniti al
servizio di un bene veramente comune.
Guerra alla guerra: fu la Resistenza.
Ribelli per amore:
furono i resistenti.
Potevamo essere dei ribelli? Era lecita la
rivolta? Noi non potevamo agire né per vendetta, né per calcolo, né per odio,
ma solo per giustizia e per amore.
Ribelli perché non avevamo nulla da difendere,
ma avevamo il dovere di segnare con la rivolta la nostra radicale separazione e
avversione. Ribelli per il dovere di essere non passivi testimoni di quel
fallimento, ma attori impegnati a indicare con amore la linea di una nuova, più
giusta, più vera, più cristiana convivenza umana.
Dovevamo essere presenti per amore di quel
mondo nuovo che tutti sognavamo, a cui ognuno offriva tutto se stesso perché
portasse il segno della propria fede e della propria idea. [cit.in Ulderico
Parente-Fernando Salsano, Benigno
Zaccagnini - una vita a servizio della politica, AVE, 2013, pag.40-41]
Amen, amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.