venerdì 25 aprile 2014

Il nostro 25 aprile


Il nostro 25 aprile
 

 Di solito non si considera la valenza religiosa della festa civile del 25 aprile, eppure bisognerebbe farlo. Quel giorno del 1945, preso convenzionalmente come indicativo della Liberazione  italiana, in uno dall'occupazione dell'armata germanica guidata dai nazisti e dall'ultimo  mortifero fascismo storico, quel giorno in cui Milano insorse e finì nelle mani di coloro che il regime definiva banditi ed essi invece ribelli, segnò infatti anche l'inizio di un riscatto propriamente religioso, dopo la disonorevole compromissione della Chiesa cattolica italiana, capi e fedeli, con il Mussolini.  Un lavoro che non è ancora compiuto.
 Oggi in religione si insegna che la Chiesa cattolica italiana cercò di opporsi al fascismo, ma, riflettendoci bene su, bisogna riconoscere che questo non è vero. Vi furono effettivamente antifascisti cattolici, ma furono una esigua minoranza e, soprattutto, essi furono fortemente contrastati dalla gerarchia.  Di solito, ai tempi nostri, si ricordano gli interventi pontifici contro le pretese assolutistiche del fascismo italiano in campo morale, che in qualche caso certamente vi furono, ma il clima generale era un altro, soprattutto dopo la conclusione con il fascismo, nel 1929, dei Patti Lateranensi, regnante il papa Pio 11°, che ne porta la maggiore responsabilità morale e politica, in quanto imperatore religioso: essi ci hanno lasciato in dote la Città del Vaticano, il simulacro di stato entro il quale tutti i cattolici non residenti sono giuridicamente stranieri.
 La compromissione del papa all'epoca regnante nel cedimento al capo del fascismo ha impedito, dopo la caduta del regime mussoliniano, quella che, con espressione di molto posteriore, indichiamo come purificazione della memoria, il distacco morale dagli esempi negativi del passato. I cattolici non vanno contro il papa, in particolare contro i papi più recenti. Ma in questo caso sarebbe stato proprio un papa a dover essere messo in questione.
 I cattolici furono nella grande maggioranza fascisti: non furono costretti ad esserlo. Ci fu chi non accettò di divenirlo, rischiando al più il posto di lavoro statale, ma non la vita. Fu quello che fece, dando un luminoso esempio di vita nella nostra fede,  il grande storico Ernesto Buonaiuti, prete,  scomunicato in quanto trovato reo di modernismo. Non lui dovrebbe essere riabilitato, come l'altro giorno ha osservato la professoressa Corradi a proposito di don Milani, ma la Chiesa italiana! Il papa non era obbligato ad accettare il compromesso con il fascismo. I vescovi italiani non erano obbligati a mostrarsi accondiscendenti verso il regime. La situazione italiana non era uguale a quella tedesca. Tanto è vero che quando il Papa e i vescovi italiani accettarono di assecondare il moto popolare che cercava di fornire una qualche protezione agli ebrei minacciati di deportazione nei campi di internamento tedeschi, fu possibile farlo. Bisogna ricordare però che le leggi fasciste di discriminazione,  che pur non comportando lo sterminio e la perdita della cittadinanza,  inflissero malvagiamente gravissime limitazioni alle libertà civili, economiche e politiche degli ebrei italiani, furono accettate dalla gran parte dei cattolici italiani e anche del clero, compreso l'alto clero.
 Ai tempi nostri, soprattutto nell'attuale clima di glorificazione del potere papale che stiamo vivendo in questi giorni a Roma, si tende a sorvolare su tutto questo.
 La festa del 25 aprile potrebbe essere un'occasione per rifletterci sopra.
 Quanto diversa è stata, ad esempio, la figura di Benigno Zaccagnini, il quale, mentre l'alto clero della sua regione andava in genere in altra direzione, ragionava così:
 "Alla fine accettai, Tommaso Moro, che per noi cattolici era un simbolo di libertà e di opposizione all'assolutismo di stato, divenne il mio nome di battaglia. Che cos'era, per noi che abbiamo combattuto il fascismo e il nazismo, la Resistenza? La Resistenza è stata innanzi tutto una intima e profonda scelta morale, compiuta dai giovani e dai non giovani. Una scelta difficile, per un impegno che si sentiva sorgere dal profondo della coscienza: una scelta fra assistere passivamente e subire gli eventi o cercare di assumersi le proprie responsabilità, coi rischi connessi, per orientare il senso della storia, delle vicende storiche che stavamo vivendo, per l'affermazione di alcuni fondamentali valori nei quali credevamo, perché radicati nella nostra coscienza. Libertà e partecipazione, giustizia e solidarietà, pace. Valori umani universali che hanno dato e danno forza morale alla politica. Aldilà delle distinzioni dei partiti che della politica sono solo strumenti. Ognuno con una sua verità e idealità parziale, ma uniti al servizio di un bene veramente comune.
 Guerra alla guerra: fu la Resistenza.
Ribelli per amore: furono i resistenti.
 Potevamo essere dei ribelli? Era lecita la rivolta? Noi non potevamo agire né per vendetta, né per calcolo, né per odio, ma solo per giustizia e per amore.
 Ribelli perché non avevamo nulla da difendere, ma avevamo il dovere di segnare con la rivolta la nostra radicale separazione e avversione. Ribelli per il dovere di essere non passivi testimoni di quel fallimento, ma attori impegnati a indicare con amore la linea di una nuova, più giusta, più vera, più cristiana convivenza umana.
 Dovevamo essere presenti per amore di quel mondo nuovo che tutti sognavamo, a cui ognuno offriva tutto se stesso perché portasse il segno della propria fede e della propria idea. [cit.in Ulderico Parente-Fernando Salsano, Benigno Zaccagnini - una vita a servizio della politica, AVE, 2013, pag.40-41]
Amen, amen.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.