mercoledì 5 febbraio 2014

Frontiere o ponti: un problema politico

Frontiere o ponti: un problema politico
 

 Quando si analizzano i modelli che guidano le organizzazioni delle società umane non dobbiamo pensare di trovarli allo stato puro nella realtà. Si tratta infatti di semplificazioni, di schemi interpretativi. Quindi, quando individuiamo forme sociali in cui  si dà molto valore ad una identità  collettiva, non è che in esse sia assente il lavoro che chiamiamo di mediazione culturale, e viceversa. In realtà ogni ideologia che orienta una collettività è frutto di una costruzione, anche quando ci si sforza di recepire modelli ricevuti dalla tradizione. Il passato che si vuole elevare a norma sociale non è mai,quindi, veramente passato: presenta sempre elementi di novità che talvolta sono espressi dal prefisso "neo-". Si possono, ad esempio, prendere come riferimento correnti politiche del passato che vengono definite conservatrici o quel movimento Settecentesco che chiamiamo Illuminismo, ma l'ideologia che ne consegue ai tempi nostri sarà di solito definita come neo­-conservatrice o neo-illuminista.  E, d'altra parte, nel lavoro di mediazione culturale si mira a costruire  di volta in volta una certa identità collettiva, quindi di mettere in risalto ciò che unisce al di là delle differenze  e di individuare un etica corrispondente. La mediazione edifica ponti tra gli esseri umani, tra quelli che vivono in una certa epoca e contesti geografici e politici, tra  questi e quelli che vivono in altri contesti, tra  quelli che sono vissuti in passato e quelli della contemporaneità e, addirittura, con quelli che ancora non sono, con quelli del futuro. Il lavoro identitario crea frontiere, il lavoro di mediazione ponti,  ma nella vita sociale degli esseri umani sono necessari le une e gli altri: nella vita degli esseri umani ogni frontiera fa sorgere il desiderio di superarla e ogni ponte serve ad andare da qualche altra parte, ad una certa meta. In religione, poi, oltre ogni frontiera pensiamo ad una patria celeste, a un Regno  beato e crediamo di trovarci per via per arrivarci. La condizione di pellegrini  è ritenuta costitutiva della nostra identità di fede: ciò lo si riscontra nelle nostre ideologie religiose fin da primi secoli ed è espresso con il concetto che noi, pur avendo consapevolezza di essere nel mondo, crediamo di non essere del mondo.
         "[i cristiani] Abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; a   tutto partecipano attivamente come cittadini, e a tutto assistono    passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e cogni    patria è terra straniera".
         [Lettera a Diogneto, 2°/3° secolo]
  Nulla della nostra ideologia religiosa è sfuggito all'azione della mediazione culturale: la nostra identità di fede è, in questo senso,  interamente costruita, a partire dalle nostre Scritture sacre. Ciò naturalmente non significa che essa sia artefatta, frutto di manipolazione o, in altri termini, inventata, nel senso deteriore della parola. Significa invece prendere atto serenamente che nella nostra fede si sono costruiti  e mantenuti  ponti, vie di comunicazione,  tra la natura e il soprannaturale, tra il mondo in cui viviamo e il suo fondamento, tra la creazione e il Creatore e che quindi, nella nostra concezione, l'impegno religioso non si concreta solo in un attendere, ma anche in un attivarsi, in particolare nello sviluppare una  azione  verso gli altri, per unificare  tutto il genere umano intorno a certe idealità, ciò che appunto di esprime, ad esempio, nel proporsi di essere, come noi ci proponiamo di essere nella nostra associazione, Azione Cattolica.
 Come è stato possibile, come è ancora possibile, quindi, pensare veramente a un contrasto tra cultura della presenza e cultura della mediazione culturale, visto che esse sono entrambe compresenti nella nostra ideologia di fede? Questo problema fu effettivamente  posto negli  scorsi anni '80, quando si cominciò a individuare quel contrasto. In realtà l'accentuazione sui temi identità/presenza   e fermento/mediazione, quindi sulla scelta tra voler essere gruppo con una forte identità di tipo tradizionale  o voler essere  fermento nella società e, in tal modo, pensare di far crescere la società in cui si è immersi agendo come il lievito nella pasta, con il lavoro della mediazione culturale,  nascondeva la vera natura della scelta di fronte alla quale ci si trovava, che era di natura prettamente politica, ma che non poteva essere esplicitata come tale per una serie di divieti correnti nella nostra collettività religiosa, divieti che oggi sono caduti. In effetti, se consideriamo le esperienze laicali improntate a quelle due concezioni che si vogliono in conflitto, quelle identitarie  e quelle  di mediazione, possiamo facilmente constatare che ciò che veramente le distingue è l'organizzazione democratica, che in genere manca o è meno accentuata nelle prime ed è presente nelle seconde. Si tratta di un problema effettivo e assai serio, che, ancora una volta, può essere risolto solo per via di mediazione culturale, perché nel passato identitario non possiamo trovare strumenti utili per farlo. Quello che definirei il problema dei problemi  può essere posto nei seguenti termini: in un mondo Occidentale che, anche a partire dai nostri principi di fede, è organizzato democraticamente, la nostra organizzazione religiosa non lo è, ma è strutturata come un impero religioso.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli