Frontiere o ponti: un problema politico
Quando si analizzano
i modelli che guidano le organizzazioni delle società umane non dobbiamo
pensare di trovarli allo stato puro nella realtà. Si tratta infatti di
semplificazioni, di schemi interpretativi. Quindi, quando individuiamo forme
sociali in cui si dà molto valore ad una
identità collettiva, non è che in esse sia assente il
lavoro che chiamiamo di mediazione
culturale, e viceversa. In realtà ogni ideologia che orienta una
collettività è frutto di una costruzione,
anche quando ci si sforza di recepire modelli ricevuti dalla tradizione. Il
passato che si vuole elevare a norma sociale non è mai,quindi, veramente passato: presenta sempre elementi di
novità che talvolta sono espressi dal prefisso "neo-". Si possono, ad esempio, prendere come riferimento
correnti politiche del passato che vengono definite conservatrici o quel movimento Settecentesco che chiamiamo Illuminismo, ma l'ideologia che ne
consegue ai tempi nostri sarà di solito definita come neo-conservatrice o neo-illuminista.
E, d'altra parte, nel lavoro di mediazione
culturale si mira a costruire di volta in volta una certa identità
collettiva, quindi di mettere in risalto ciò che unisce al di là delle differenze
e di individuare un etica corrispondente. La mediazione edifica ponti tra gli esseri umani, tra quelli
che vivono in una certa epoca e contesti geografici e politici, tra questi e quelli che vivono in altri contesti,
tra quelli che sono vissuti in passato e
quelli della contemporaneità e, addirittura, con quelli che ancora non sono,
con quelli del futuro. Il lavoro identitario
crea frontiere, il lavoro di mediazione ponti,
ma nella vita sociale degli esseri
umani sono necessari le une e gli altri: nella vita degli esseri umani ogni
frontiera fa sorgere il desiderio di superarla e ogni ponte serve ad andare da
qualche altra parte, ad una certa meta. In religione, poi, oltre ogni frontiera
pensiamo ad una patria celeste, a un Regno beato e crediamo di trovarci per via per arrivarci. La condizione di pellegrini è ritenuta costitutiva della nostra identità di fede: ciò lo si riscontra
nelle nostre ideologie religiose fin da primi secoli ed è espresso con il
concetto che noi, pur avendo consapevolezza di essere nel mondo, crediamo di non essere del mondo.
"[i cristiani] Abitano ciascuno la propria patria, ma come
stranieri residenti; a tutto partecipano
attivamente come cittadini, e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro
patria, e cogni patria è terra
straniera".
[Lettera a Diogneto, 2°/3° secolo]
Nulla della nostra ideologia religiosa è
sfuggito all'azione della mediazione culturale: la nostra identità di fede è,
in questo senso, interamente costruita, a partire dalle nostre Scritture sacre. Ciò
naturalmente non significa che essa sia artefatta, frutto di manipolazione o,
in altri termini, inventata, nel
senso deteriore della parola. Significa invece prendere atto serenamente che
nella nostra fede si sono costruiti e mantenuti
ponti, vie di comunicazione, tra la natura e il soprannaturale, tra il
mondo in cui viviamo e il suo fondamento, tra la creazione e il Creatore e che quindi, nella nostra concezione,
l'impegno religioso non si concreta solo in un attendere, ma anche in un attivarsi, in particolare nello
sviluppare una azione verso gli altri, per unificare tutto il genere umano intorno a certe idealità,
ciò che appunto di esprime, ad esempio, nel proporsi di essere, come noi ci
proponiamo di essere nella nostra associazione, Azione Cattolica.
Come è stato
possibile, come è ancora possibile, quindi, pensare veramente a un contrasto
tra cultura della presenza e cultura della mediazione culturale,
visto che esse sono entrambe compresenti nella nostra ideologia di fede? Questo
problema fu effettivamente posto
negli scorsi anni '80, quando si
cominciò a individuare quel contrasto. In realtà l'accentuazione sui temi identità/presenza e fermento/mediazione, quindi sulla scelta
tra voler essere gruppo con una forte
identità di tipo tradizionale o voler
essere fermento nella società e, in tal modo, pensare
di far crescere la società in cui si è
immersi agendo come il lievito nella pasta, con il lavoro della mediazione culturale, nascondeva la vera natura della scelta di
fronte alla quale ci si trovava, che era di natura prettamente politica, ma che non poteva essere
esplicitata come tale per una serie di divieti
correnti nella nostra collettività religiosa, divieti che oggi sono caduti. In
effetti, se consideriamo le esperienze laicali improntate a quelle due
concezioni che si vogliono in conflitto, quelle identitarie e quelle di
mediazione, possiamo facilmente constatare che ciò che veramente le
distingue è l'organizzazione democratica,
che in genere manca o è meno accentuata nelle prime ed è presente nelle
seconde. Si tratta di un problema effettivo e assai serio, che, ancora una
volta, può essere risolto solo per via di mediazione culturale, perché nel passato identitario non possiamo trovare
strumenti utili per farlo. Quello che definirei il problema dei problemi può
essere posto nei seguenti termini: in un mondo Occidentale che, anche a partire
dai nostri principi di fede, è organizzato democraticamente, la nostra
organizzazione religiosa non lo è, ma è strutturata come un impero religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli