domenica 19 gennaio 2014

L'impegno religioso nel sociale


L'impegno religioso nel sociale
 

" 57. Mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l'autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole. Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d'acquisto. A tutto ciò si aggiunge una corruzione ramificata e un'evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali. La brama del potere e dell'avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa sia fragile, come l'ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.
57 … Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. E' il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quel non ci si può attendere un futuro migliore. Siamo lontani dalla cosiddetta "fine della storia", giacché le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora adeguatamente impiantate e realizzate.
60. I meccanismi dell'economia attuale promuovono un'esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito all'inequità [=diseguaglianza ingiusta], danneggia doppiamente il tessuto sociale.
 Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una "educazione" che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi -nei governi, nell'imprenditoria e nelle istituzioni- qualunque sia l'ideologia politica dei governanti.
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), del papa Francesco, 24-11-2013]
 
 Il supremo magistero sta recependo alcune idee della  teologia politica, secondo la quale l'impegno nel mondo ha una valenza religiosa che va oltre l'aspetto della morale personale, individuale. Il recente documento del nostro vescovo e padre universale, dal quale ho tratto le citazioni che precedendo, non sembra essere, come in genere sono le encicliche  pontificie, il frutto di un lavoro collettivo, presieduto dall'autorità che lo promulga conferendogli valore normativo. Traggo questa conclusione sia considerando la sua genesi, abbastanza veloce tenendo conto della sua lunghezza testuale (259 pagine nell'edizione della Libreria Editrice Vaticana), sia l'apparato delle citazioni di altri documenti del magistero (abbastanza scarno), sia il linguaggio utilizzato, che appare corrispondere più a quello di chi si è prevalentemente occupato del governo di una collettività di fedeli e meno a quello di uno scienziato. L'uso ripetuto dello spagnolismo inequità (=diseguaglianza ingiusta) è come un marchio di fabbrica.
   L'addebito morale ai ricchi dell'ingiustizia della condizione dei poveri è molto antico e risale ad epoca patristica. Frequentemente si cita a questo proposito il passo di una omelia di S. Giovanni Crisostomo (344/407) "Su Lazzaro" che fa: " non dare ai poveri dei beni propri, è come rubare loro e attentare alla loro vita. Ricordatevi che noi non disponiamo del nostro, bensì del loro".  Su questa linea si muove, agli inizi, la dottrina sociale della Chiesa, a partire dall'enciclica del papa Leone 13° "Rerum novarum" (=delle novità [l'ardente brama delle]) del 1891. E ciò anche se si comincia a prendere coscienza che, poiché coloro che nella società sono i poveri si stanno organizzando per ottenere con azioni collettive e sfruttando i meccanismi delle nuove democrazie miglioramenti delle loro condizioni, l'esigenza di mantenimento della pace sociale richiede che coloro che nella società sono ricchi e dominano sugli altri vengano a patti con gli altri, creando istituzioni in grado di garantire la composizione incruenta dei conflitti sociali, trasformando quello che fino ad allora era stato solo un imperativo morale in norme giuridiche.
 E' solo molto più tardi, a partire dagli anni Sessanta, che comincia ad entrare nel campo di riflessione del magistero il problema di strutture sociali, istituzioni, fonti di ingiustizia sociale. Ciò avviene inizialmente confrontandosi con i problemi posti dalla decolonizzazione, quindi della fine del dominio europeo sulla gran parte delle nazioni dei popoli del mondo in Africa ed Asia. Da un lato la classica dialettica morale tra ricchi e poveri viene trasposta in quella tra europei ed extraeuropei decolonizzati o in fase di decolonizzazione, dall'altro si comincia a riflettere su come assicurare un ordinamento pacifico a livello globale, fino ad allora assicurato dal dominio delle potenze colonizzatrici. Il discorso rimase quindi a livello di politica internazionale.
  Solo nel corso della crisi dell'impero sovietico in Europa, dalla metà degli anni '80, si inizia a riflettere sui problemi di politica interna generati da strutture ingiuste, o di peccato come si comincia a definirle. A quell'epoca, per altro, la questione era già stata ampiamente trattata in campo teologico e in tutti i campi di contatto e contaminazione tra la teologia e altre discipline sociali.  In campo teologico e della pratica della fede ciò era avvenuto, ad esempio, in quel vasto movimento culturale, sociale e politico che si definisce complessivamente come teologia della liberazione e che di solito si ritiene convenzionalmente di far iniziare nel 1968 dalla Conferenza dell'episcopato latino americano (CELAM) svoltasi a Medellin (Colombia). Tuttavia gli spunti offerti dalla teologia vennero raccolti dal supremo magistero essenzialmente in funzione antisovietica, mentre essi furono duramente rigettati e repressi in ciò che costituivano una teoria critica del mondo Occidentale. Ciò è abbastanza evidente nel primo documento del supremo magistero in cui si osserva una estesa riflessione sulle strutture sociali di peccato, l'enciclica Sollicitudo rei socialis [=l'impegno sociale (della Chiesa)], del papa Giovanni Paolo 2°, del 1987 (che come la successiva enciclica Caritas in veritate (=la carità nella verità) del papa Benedetto 16°, del 2009, prende le mosse dalla riflessione sull'entusiasmante enciclica Populorum progressio [=lo sviluppo dei popoli] del papa Paolo 6°, del 1967):,
[ testo in:
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum_it.html
 Nel documento del 1987 ci si muove ancora, per quanto riguarda l'Occidente, nel quale la nostra collettività religiosa era ancora in qualche modo federata ai capi dei popoli, anche se non con l'intensità in cui lo era stata fino al Settecento con una integrazione forte tra dinastie sovrane civili e sovrani religiosi, nell'ottica della Rerum novarum, sostituendo l'ideale corporativo con quello solidaristico (Solidarnosc  era il nome del sindacato polacco, appoggiato fortemente dai capi religiosi polacchi e dal nostro vertice romano, che tanta parte ebbe nello spostamento della Polonia dal campo di influenza russo a quello statunitense/europeo occidentale). Manca in esso, sostanzialmente, una teoria critica del mondo occidentale analoga a quella espressa con riferimento al mondo dominato dal comunismo sovietico, anche se non mancano critiche di tipo prevalentemente etico all'Occidente capitalistico.
 Nella recente esortazione del supremo magistero si va molto oltre. In particolare si sviluppa una teoria critica che riguarda il cuore dell'ideologia occidentale e che, a fronte delle sofferenze create da strutture sociali e politiche ingiuste, giunge a divergere marcatamente dalle soluzioni corporativistica (Rerum Novarum) e solidaristica (Sollicitudo rei socialis) del passato. Inoltre si passa esplicitamente dal considerare l'ingiustizia sociale prevalentemente come un male morale dei ricchi all'individuarne le cause in strutture sociali ingiuste sorrette da una ideologia di esclusione, di fronte alla quale non si può pretendere che le vittime di questo sistema di inequità (diseguaglianza ingiusta) siano religiosamente educate a rimanere tranquille, addomesticate  e inoffensive. Ciò indica un corrispondente impegno sociale, che diverge marcatamente da quello che in genere il magistero ha ritenuto, in passato,  religiosamente ammissibile. Esso viene configurato come pensiero e azione di critica sociale che hanno ad oggetto le regole,  definite implacabili, imposte ormai a livello globale dalle potenze, tra loro federate da una serie di accordi mondiali che hanno reso l'intera Terra un posto ospitale per i capitali di ventura, che governano il mondo e che stanno giungendo a minacciare e a condizionare da vicino le istituzioni costituite per regolare la vita sociale secondo esigenze di tutela del bene comune.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli