L'impegno religioso
nel sociale
" 57. Mentre i
guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si
collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale
squilibrio procede da ideologie che difendono l'autonomia assoluta dei mercati
e la speculazione finanziaria. Perciò negano
il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del
bene comune. Si instaura una nuova
tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole.
Inoltre, il debito e i suoi interessi allontanano i Paesi dalle possibilità
praticabili della loro economia e i cittadini dal loro reale potere d'acquisto.
A tutto ciò si aggiunge una corruzione
ramificata e un'evasione fiscale egoista, che hanno assunto dimensioni mondiali.
La brama del potere e dell'avere non conosce limiti. In questo sistema, che
tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa sia
fragile, come l'ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta.
57 … Se ogni azione ha
delle conseguenze, un male annidato
nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e
di morte. E' il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a
partire dal quel non ci si può attendere un futuro migliore. Siamo lontani
dalla cosiddetta "fine della storia", giacché le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora
adeguatamente impiantate e realizzate.
60. I meccanismi
dell'economia attuale promuovono un'esasperazione del consumo, ma risulta che il consumismo sfrenato, unito all'inequità
[=diseguaglianza ingiusta], danneggia doppiamente il tessuto sociale.
…
Alcuni
semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi poveri dei propri
mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono
di trovare la soluzione in una "educazione" che li tranquillizzi e li
trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più
irritante se gli esclusi vedono crescere
questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti
Paesi -nei governi, nell'imprenditoria e nelle istituzioni- qualunque sia
l'ideologia politica dei governanti.
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), del papa Francesco,
24-11-2013]
Il supremo magistero
sta recependo alcune idee della teologia
politica, secondo la quale l'impegno nel mondo ha una valenza religiosa che va
oltre l'aspetto della morale personale, individuale. Il recente documento del
nostro vescovo e padre universale, dal quale ho tratto le citazioni che
precedendo, non sembra essere, come in genere sono le encicliche pontificie, il
frutto di un lavoro collettivo, presieduto dall'autorità che lo promulga
conferendogli valore normativo. Traggo questa conclusione sia considerando la
sua genesi, abbastanza veloce tenendo conto della sua lunghezza testuale (259
pagine nell'edizione della Libreria
Editrice Vaticana), sia l'apparato delle citazioni di altri documenti del
magistero (abbastanza scarno), sia il linguaggio utilizzato, che appare
corrispondere più a quello di chi si è prevalentemente occupato del governo di
una collettività di fedeli e meno a quello di uno scienziato. L'uso ripetuto dello
spagnolismo inequità (=diseguaglianza
ingiusta) è come un marchio di fabbrica.
L'addebito morale ai ricchi dell'ingiustizia
della condizione dei poveri è molto antico e risale ad epoca patristica. Frequentemente
si cita a questo proposito il passo di una omelia di S. Giovanni Crisostomo (344/407)
"Su Lazzaro" che fa: " non dare ai poveri dei beni propri, è
come rubare loro e attentare alla loro vita. Ricordatevi che noi non disponiamo
del nostro, bensì del loro". Su
questa linea si muove, agli inizi, la dottrina sociale della Chiesa, a partire
dall'enciclica del papa Leone 13° "Rerum
novarum" (=delle novità [l'ardente brama delle]) del 1891. E ciò anche
se si comincia a prendere coscienza che, poiché coloro che nella società sono i
poveri si stanno organizzando per ottenere con azioni collettive e sfruttando i
meccanismi delle nuove democrazie miglioramenti delle loro condizioni, l'esigenza
di mantenimento della pace sociale richiede che coloro che nella società sono
ricchi e dominano sugli altri vengano a patti con gli altri, creando istituzioni
in grado di garantire la composizione incruenta dei conflitti sociali,
trasformando quello che fino ad allora era stato solo un imperativo morale in
norme giuridiche.
E' solo molto più
tardi, a partire dagli anni Sessanta, che comincia ad entrare nel campo di
riflessione del magistero il problema di strutture sociali, istituzioni, fonti
di ingiustizia sociale. Ciò avviene inizialmente confrontandosi con i problemi
posti dalla decolonizzazione, quindi della fine del dominio europeo sulla gran
parte delle nazioni dei popoli del mondo in Africa ed Asia. Da un lato la
classica dialettica morale tra ricchi e poveri viene trasposta in quella tra
europei ed extraeuropei decolonizzati o in fase di decolonizzazione, dall'altro
si comincia a riflettere su come assicurare un ordinamento pacifico a livello
globale, fino ad allora assicurato dal dominio delle potenze colonizzatrici. Il
discorso rimase quindi a livello di politica internazionale.
Solo nel corso della crisi dell'impero
sovietico in Europa, dalla metà degli anni '80, si inizia a riflettere sui
problemi di politica interna generati da strutture ingiuste, o di peccato come si comincia a definirle.
A quell'epoca, per altro, la questione era già stata ampiamente trattata in
campo teologico e in tutti i campi di contatto e contaminazione tra la teologia
e altre discipline sociali. In campo
teologico e della pratica della fede ciò era avvenuto, ad esempio, in quel
vasto movimento culturale, sociale e politico che si definisce complessivamente
come teologia della liberazione e che
di solito si ritiene convenzionalmente di far iniziare nel 1968 dalla
Conferenza dell'episcopato latino americano (CELAM) svoltasi a Medellin
(Colombia). Tuttavia gli spunti offerti dalla teologia vennero raccolti dal
supremo magistero essenzialmente in funzione antisovietica, mentre essi furono
duramente rigettati e repressi in ciò che costituivano una teoria critica del
mondo Occidentale. Ciò è abbastanza evidente nel primo documento del supremo
magistero in cui si osserva una estesa riflessione sulle strutture sociali di peccato, l'enciclica Sollicitudo rei socialis [=l'impegno sociale (della Chiesa)], del
papa Giovanni Paolo 2°, del 1987 (che come la successiva enciclica Caritas in veritate (=la carità nella
verità) del papa Benedetto 16°, del 2009, prende le mosse dalla riflessione
sull'entusiasmante enciclica Populorum
progressio [=lo sviluppo dei popoli] del papa Paolo 6°, del 1967):,
[ testo in:
http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_26031967_populorum_it.html
Nel documento del 1987 ci si muove ancora, per
quanto riguarda l'Occidente, nel quale la nostra collettività religiosa era
ancora in qualche modo federata ai capi dei popoli, anche se non con
l'intensità in cui lo era stata fino al Settecento con una integrazione forte
tra dinastie sovrane civili e sovrani religiosi, nell'ottica della Rerum novarum, sostituendo l'ideale corporativo con quello solidaristico (Solidarnosc era il nome del
sindacato polacco, appoggiato fortemente dai capi religiosi polacchi e dal
nostro vertice romano, che tanta parte ebbe nello spostamento della Polonia dal
campo di influenza russo a quello statunitense/europeo occidentale). Manca in
esso, sostanzialmente, una teoria critica del mondo occidentale analoga a
quella espressa con riferimento al mondo dominato dal comunismo sovietico,
anche se non mancano critiche di tipo prevalentemente etico all'Occidente
capitalistico.
Nella recente esortazione del supremo magistero
si va molto oltre. In particolare si sviluppa una teoria critica che riguarda
il cuore dell'ideologia occidentale e che, a fronte delle sofferenze create da
strutture sociali e politiche ingiuste, giunge a divergere marcatamente dalle
soluzioni corporativistica (Rerum Novarum) e solidaristica (Sollicitudo rei socialis) del passato. Inoltre
si passa esplicitamente dal considerare l'ingiustizia sociale prevalentemente
come un male morale dei ricchi all'individuarne
le cause in strutture sociali ingiuste
sorrette da una ideologia di esclusione,
di fronte alla quale non si può pretendere che le vittime di questo sistema di inequità (diseguaglianza ingiusta) siano
religiosamente educate a rimanere tranquille,
addomesticate e inoffensive.
Ciò indica un corrispondente impegno sociale, che diverge marcatamente da
quello che in genere il magistero ha ritenuto, in passato, religiosamente ammissibile. Esso viene
configurato come pensiero e azione di critica sociale che hanno ad oggetto le
regole, definite implacabili, imposte ormai a livello globale dalle potenze, tra
loro federate da una serie di accordi mondiali che hanno reso l'intera Terra un
posto ospitale per i capitali di ventura,
che governano il mondo e che stanno giungendo a minacciare e a condizionare da
vicino le istituzioni costituite per regolare la vita sociale secondo esigenze
di tutela del bene comune.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli