martedì 12 novembre 2013

Uscire dalle chiese per andare in soccorso del mondo che soffre


Uscire dalle chiese per andare in soccorso del mondo che soffre

 «…il concilio [Il Concilio Vaticano 2° - 1962-1965] ha fatto quello che, nella storia della chiesa, fin allora non era stato fatto: ha espresso chiaramente quale sia la vocazione del fedele laico, precisando non tanto il fine (la santità a cui tendere, di cui è piena, in dottrina e in fatto, la storia della chiesa), quanto la via attraverso la quale tendervi e giugervi.
 Il fine è espresso nelle parole: "Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio". La via da percorrere è indicata, con altrettanta chiarezza: "trattando le cose temporale e ordinandole secondo Dio".
Paolo 6°, quasi chiarendo l'espressione conciliare, arrivò a dire che il mondo è il luogo teologico della santificazione dei laici. E lo disse non nel senso generico, valido per tutta la chiesa, che è posta nel mondo, ma in senso specifico, riferendolo ai laici.
 Parlando del mondo, e cioè delle realtà temporali, come di luogo teologico della santificazione dei laici, evidentemente si esclude di considerare che le realtà temporali, cui il laico è primariamente deputato, siano da vedere solo quale dimensione meramente sociologica della sua vocazione.
 Non è infatti un modo qualunque. Un modo che nasce da un capriccio umano, quello con il quale i fedeli laici sono chiamati ad attendere alle realtà temporali, è, invece, il modo di "ordinarle secondo Dio".
 L'espressione, nella luce di quanto s'è detto a proposito di autonomia delle realtà terrene, significa, evidentemente ordinarle nel rispetto della loro autonomia. Il che significa nella ricerca e nel rispetto delle leggi con le quali il Creatore le ha poste in essere e  in forza delle quali sussistono per essere poste al servizio dell'uomo.»
[da Giuseppe Lazzati, La Città dell'uomo - costruire, da cristiani, la città dell'uomo a misura d'uomo - editrice AVE, 1984]
  Da qualche mese ci è venuto il pressante appello di uscire dalle chiese per andare il soccorso del mondo che soffre.  Esso non è altro che una delle espressioni del principio di azione che, durante il Concilio Vaticano 2°, era riferito particolarmente ai laici, come spiegò Giuseppe Lazzati nel brano che ho sopra trascritto; tuttavia questa volta viene riferito all'intera nostra collettività religiosa, clero e religiosi compresi. L'idea di una Chiesa che esce dalle chiese è però appropriata particolarmente a questi ultimi e a quei laici che si sono, come a volte (non di rado ingenerosamente) ci si lamenta che siano, clericalizzati, vale a dire che hanno stabilito il loro principale campo di impegno negli spazi liturgici, parasacramentali, della formazione dottrinale.  Per quanto riguarda tutti gli altri laici bisogna riconoscere una realtà la quale, per quanto piuttosto evidente, non sempre balza agli occhi del clero, con la conseguenza che talvolta si generano prese di posizione che appaiono precarie nel contatto con la realtà:  i laici, e in particolare i laici italiani, sono già impegnati nel mondo per risolvervi problemi di giustizia  e di sofferenza. La ragione per la quale, talvolta, il nostro clero, e fra esso in particolare in nostri capi religiosi, non vede questo impegno dei laici nel mondo è perché ne diffida. Allora si figura che, un bel momento, l'esercito della Chiesa (l'immagine militare è stata di recente ripresa ed è stata in modo ricorrente utilizzata per descrivere la nostra azione nel mondo come collettività religiosa), guidato dai suoi pastori, il che è come dire sotto direzione gerarchica del clero,  se ne esca dagli edifici destinati alle attività liturgiche-sacramentali-di formazione dottrinaria, e intervenga  nel mondo al modo in cui la Croce Rossa  interviene sui campi di battaglia. Ora, questa visione, per quanto bella ed emotivamente coinvolgente, è insufficiente. Essa infatti trascura la circostanza che  i fedeli laici  sui campi di battaglia ci sono già perché sono coinvolti nella lotta, vuoi con le avversità naturali, come sta accadendo in questi giorni in Estremo Oriente, vuoi con le avversità sociali.
 Per un fedele laico non si tratta, dunque, per corrispondere pienamente alla propria vocazione, di uscire dalle chiese, che non sono il suo ambiente abituale e in cui entra di quando in quando per partecipare alle attività liturgiche, sacramentali e di iniziazione/approfondimento dottrinale, ma di capire i principi secondo i quali ordinare il mondo in cui vive per fare in modo che corrispondano a quel fine di "santificazione" che è detto nell'espressione "cercare il Regno di Dio". Quindi  sostanzialmente, di cercare di ricomporre in sé medesimo la divisione che tendenzialmente sempre  c'è tra i criteri che dirigono la sua azione quando opera nei vari e complessi meccanismi sociali che procurano alle società in cui vive ciò che loro necessitano e i criteri evangelici. Deve quindi sviluppare, secondo la sua particolare vocazione, quella speciale competenza nel trattare delle cose del mondo da persone di fede che i nostri capi religiosi si aspettano da lui e che, spesso, non c'è o non c'è abbastanza.
 Bisogna in tal modo operare perché la distinzione tra le cose religiose e quelle del mondo, profane, che ha consentito il sorgere delle democrazie popolari contemporanee basate sul principio di laicità  delle istituzioni pubbliche, non diventi separazione, per cui collettività animate da santi  principi e devote in campo liturgico e sacramentale accettino, al di fuori degli spazi liturgici e sacramentali, di porsi al servizio di un mondo che, per ingiustizia in senso religioso, vale a dire per non riconoscere ad ogni persona umana la dignità che religiosamente le riteniamo propria, genera sofferenza. Rinnovare il mondo non è però lavoro che possa farsi organizzati in una Chiesa che esce e procede quartieri della nostra città come un esercito schierato. Esso è invece compito di laici che agiscono, ideando e sperimentando, insieme ad altre persone animate da buone intenzioni anche se non religiose o ispirate da altre concezioni religiose, nelle democrazie del nostro tempo, che sono organizzate con criteri pluralistici.
 Questo pluralismo  delle società contemporanee costituisce talvolta ancora un problema nelle concezioni teologiche che ispirano le pronunce del nostro magistero. Noi laici, nel dialogo affettuoso e rispettoso, possiamo forse fare qualcosa per superare questa condizione che è indubbiamente di insufficiente comprensione della realtà in cui ci è dato di vivere e delle sue opportunità anche dal punto di vista religioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, VAlli