Il conflitto
Per quanto riguarda
la nostra collettività religiosa, la pace
è uno di quei lavori in corso a cui mi sono riferito più volte nei precedenti
interventi. Il nostro magistero pensa che possa essere realizzata a livello
mondiale con l'istituzione di un'autorità superiore dotata di poteri effettivi
su scala planetaria: questa via non si è dimostrata capace di garantire la
pace. Nelle società civili viene consigliata la trattativa ad oltranza tra i
gruppi sociali, in vista di un bene
comune, ma in realtà l'esperienza ha dimostrato che certi progressi sociali
si sono realizzati solo mediante conflitti aperti.
In passato la stessa
nostra organizzazione gerarchica è stata parte di vari conflitti, fino ad epoca
recentissima. Essa, quindi, ha condotto trattative
in nome di tutti i fedeli, presentandosi come la Chiesa, ha concluso patti ed ha agito di conseguenza. Alcuni di
questi patti sono addirittura entrati nella nostra Costituzione, all'art.7, e
in forza di un accordo con la Repubblica italiana un ingente flusso di denaro
viene ogni anno versato all'organizzazione della nostra collettività religiosa.
Dagli scorsi anni '50 questa azione si è fatta via via più sfumata, mantenendo
un profilo più basso. Ad esempio, fino agli scorsi anni '80 la nostra gerarchia
ha influito per mantenere l'appoggio elettorale dei cattolici ad un partito
cattolico democratico che si opponeva a forze politiche socialiste. Dagli scorsi anni '90 si è iniziato ad
ammettere un pluralismo di scelte
sociali dei fedeli che per l'innanzi era stato in fondo considerato come disobbedienza. Questo vale anche
all'interno del mondo delle organizzazioni che più da vicino si propongono
scopi religiosi. Attualmente la coerenza generale di tutto ciò che si fa nella
nostra collettività religiosa nei vari campi di impegno dei fedeli è assicurata,
più che da strumenti giuridici, dal prestigio morale delle nostre autorità
religiose, che è ancora molto forte sia tra di noi sia in generale nella
società civile.
Uno dei criteri che
si sono seguiti nello stringere alleanze è stato quello del male minore. Esso può sembrare
ragionevole, ma in passato ha portato anche a compromessi che oggi vengono
considerati disonorevoli.
Una trattativa può
evitare il conflitto, ma può comportare l'accettazione di una certa quota di
male. Il conflitto fa male, ma può servire anche a contrastare efficacemente i
mali sociali. E' il dilemma che, ad un certo momento, si presentò ai cattolici
che vollero impegnarsi nella Resistenza contro il potere militare e sociale del
nazi-fascismo, negli anni '40 del secolo scorso.
Nelle democrazie più
avanzate del mondo si riesce a gestire in modi non distruttivi conflitti assai
intensi. Lo si fa accettando di condividere un certo numero di principi
supremi, diversi dei quali hanno fondamento religioso, assoluto, come quello
che stabilisce la uguale dignità degli esseri umani a prescindere dalla loro
nazionalità. Sarebbe possibile fare lo stesso in ambito religioso? Potrebbe
esserlo, ma il vero ostacolo è che, quando si passa dai discorsi sul
soprannaturale a quelli su ciò che accade sulla Terra, spesso sembra mancare
una base comune. Essa non può più essere imposta
dall'autorità, se non tra il suo personale stipendiato, come l'esperienza
insegna. Questa unità sui principi deve essere costruita, per ciò che riguarda il lavoro che compete ai laici nel mondo, da coloro che sono impegnati in
quel lavoro. Questa unità sui principi
non comporta poi che si sia d'accordo su tutto il resto e che, in particolare,
ci si astenga del tutto da situazioni di conflitto. Anche il giudizio sugli altri, che è parte del
giudizio sulla realtà in cui si vive, deve ritenersi consentito, e addirittura
doveroso quando riguarda i potenti della società. Qui infatti non è in
questione l'accesso al regno dei Cieli, che, come ci è insegnato, è alla
portata di tutti coloro che si ravvedono, ma l'organizzazione della società, il
funzionamento delle cose profane, del mondo in cui viviamo, e allora bisogna
che i malvagi siano messi in condizione di non nuocere. E' a questo che è
preordinato il sistema giudiziario, che è una delle organizzazioni fondamentali
degli stati, senza la quale le società civili sarebbero in balia dell'arbitrio
dei più forti. L'uguale dignità davanti alla legge è appunto uno di quei
principi fondamentali che consentono a
una società travagliata da vari conflitti di rimanere tuttavia unita, senza
disgregarsi. Del resto l'adesione a una spiritualità religiosa non impedì ai
grandi profeti biblici di insorgere clamorosamente contro la corruzione dei
potenti. Ad esempio, in coscienza, non penso che oggi potremmo rimproverare a
Giovanni il Battista di aver biasimato l'immoralità del suo re e decidere di prendere invece ad esempio coloro che nella
lunga storia della nostra fede sono passati sopra, per amor di pace, a cose come
quelle, specialmente quando riguardavano i potenti. Nel Cinquecento si arrivò
addirittura a uno scisma per una faccenda simile, ma forse in quel caso non era
tanto in questione la moralità familiare quanto il potere su una nazione.
Penso che nei nostri
incontri in Azione Cattolica non
dovremmo perdere occasione per fare l'esercizio
di laicità che consiste nel far emergere diversi punti di vista e nel
dibattere francamente su di essi in spirito di verità, cercando di mantenere
fermi i principi che stabiliscono l'unità e la benevolenza tra di noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro Valli.