lunedì 4 novembre 2013

Il conflitto


Il conflitto

    Chi si propone di rinnovare il mondo incontra il problema del conflitto. Esso è antico come le civiltà umane e attraversa ogni collettività umana, da quelle familiari, a quelle dedite alla produzione e al commercio, a quelle politiche, a quelle degli stati  e via dicendo, fino ad arrivare ai rapporti tra gli stati. Dopo l'esperienza della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) la nostra collettività religiosa ha considerato la pace tra gli stati e la pacificazione civile  uno dei suoi obiettivi fondamentali. Storicamente non è stato sempre così. Può sembrare paradossale, ma  quella dell'impegno per la pace è una conquista culturale recente per i cattolici, ma per tutti i cristiani in genere. Tuttavia cercare la pace non significa ancora riuscire a produrla. Sotto questo profilo l'epoca che stiamo vivendo è un tempo veramente nuovo nella storia dell'umanità, perché, pur essendo in corso conflitti locali all'interno di alcuni stati ed esistendo situazioni di tensione fra vari stati, non è in atto alcuna guerra del tipo di quelle che travagliarono il mondo, e in particolare  l'Europa, da quando si ha memoria di una storia delle civiltà umane.  Questa situazione, che è una grande opportunità, non si è prodotta a causa di aneliti di pace, in particolare di quelli religiosi, ma per l'interdipendenza delle economie a livello mondiale, ciò che chiamiamo globalizzazione.
 Per quanto riguarda la nostra collettività religiosa, la pace   è uno di quei lavori in corso a cui mi sono riferito più volte nei precedenti interventi. Il nostro magistero pensa che possa essere realizzata a livello mondiale con l'istituzione di un'autorità superiore dotata di poteri effettivi su scala planetaria: questa via non si è dimostrata capace di garantire la pace. Nelle società civili viene consigliata la trattativa ad oltranza tra i gruppi sociali, in vista di un bene comune, ma in realtà l'esperienza ha dimostrato che certi progressi sociali si sono realizzati solo mediante conflitti aperti.
 In passato la stessa nostra organizzazione gerarchica è stata parte di vari conflitti, fino ad epoca recentissima. Essa, quindi, ha condotto trattative in nome di tutti i fedeli, presentandosi come la Chiesa, ha concluso patti ed ha agito di conseguenza. Alcuni di questi patti sono addirittura entrati nella nostra Costituzione, all'art.7, e in forza di un accordo con la Repubblica italiana un ingente flusso di denaro viene ogni anno versato all'organizzazione della nostra collettività religiosa. Dagli scorsi anni '50 questa azione si è fatta via via più sfumata, mantenendo un profilo più basso. Ad esempio, fino agli scorsi anni '80 la nostra gerarchia ha influito per mantenere l'appoggio elettorale dei cattolici ad un partito cattolico democratico che si opponeva a forze politiche socialiste.  Dagli scorsi anni '90 si è iniziato ad ammettere un pluralismo di scelte sociali dei fedeli che per l'innanzi era stato in fondo considerato come disobbedienza. Questo vale anche all'interno del mondo delle organizzazioni che più da vicino si propongono scopi religiosi. Attualmente la coerenza generale di tutto ciò che si fa nella nostra collettività religiosa nei vari campi di impegno dei fedeli è assicurata, più che da strumenti giuridici, dal prestigio morale delle nostre autorità religiose, che è ancora molto forte sia tra di noi sia in generale nella società civile.
Uno dei criteri che si sono seguiti nello stringere alleanze è stato quello del male minore. Esso può sembrare ragionevole, ma in passato ha portato anche a compromessi che oggi vengono considerati disonorevoli.
 Una trattativa può evitare il conflitto, ma può comportare l'accettazione di una certa quota di male. Il conflitto fa male, ma può servire anche a contrastare efficacemente i mali sociali. E' il dilemma che, ad un certo momento, si presentò ai cattolici che vollero impegnarsi nella Resistenza contro il potere militare e sociale del nazi-fascismo, negli anni '40 del secolo scorso.
 Nelle democrazie più avanzate del mondo si riesce a gestire in modi non distruttivi conflitti assai intensi. Lo si fa accettando di condividere un certo numero di principi supremi, diversi dei quali hanno fondamento religioso, assoluto, come quello che stabilisce la uguale dignità degli esseri umani a prescindere dalla loro nazionalità. Sarebbe possibile fare lo stesso in ambito religioso? Potrebbe esserlo, ma il vero ostacolo è che, quando si passa dai discorsi sul soprannaturale a quelli su ciò che accade sulla Terra, spesso sembra mancare una base comune. Essa non può più essere imposta dall'autorità, se non tra il suo personale stipendiato, come l'esperienza insegna. Questa unità sui principi deve essere costruita, per ciò che riguarda il lavoro che compete ai laici  nel mondo, da coloro che sono impegnati in quel lavoro. Questa unità sui principi non comporta poi che si sia d'accordo su tutto il resto e che, in particolare, ci si astenga del tutto da situazioni di conflitto. Anche il giudizio sugli altri, che è parte del giudizio sulla realtà in cui si vive, deve ritenersi consentito, e addirittura doveroso quando riguarda i potenti della società. Qui infatti non è in questione l'accesso al regno dei Cieli, che, come ci è insegnato, è alla portata di tutti coloro che si ravvedono, ma l'organizzazione della società, il funzionamento delle cose profane, del mondo in cui viviamo, e allora bisogna che i malvagi siano messi in condizione di non nuocere. E' a questo che è preordinato il sistema giudiziario, che è una delle organizzazioni fondamentali degli stati, senza la quale le società civili sarebbero in balia dell'arbitrio dei più forti. L'uguale dignità davanti alla legge è appunto uno di quei principi  fondamentali che consentono a una società travagliata da vari conflitti di rimanere tuttavia unita, senza disgregarsi. Del resto l'adesione a una spiritualità religiosa non impedì ai grandi profeti biblici di insorgere clamorosamente contro la corruzione dei potenti. Ad esempio, in coscienza, non penso che oggi potremmo rimproverare a Giovanni il Battista di aver biasimato l'immoralità del suo re e decidere di  prendere invece ad esempio coloro che nella lunga storia della nostra fede sono passati sopra, per amor di pace,  a cose come quelle, specialmente quando riguardavano i potenti. Nel Cinquecento si arrivò addirittura a uno scisma per una faccenda simile, ma forse in quel caso non era tanto in questione la moralità familiare quanto il potere su una nazione.
 Penso che nei nostri incontri in Azione Cattolica non dovremmo perdere occasione per fare l'esercizio di laicità che consiste nel far emergere diversi punti di vista e nel dibattere francamente su di essi in spirito di verità, cercando di mantenere fermi i principi che stabiliscono l'unità e la benevolenza tra di noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli.