martedì 15 gennaio 2013


Unita’/comunione nella Chiesa e promozione umana

(13 gennaio 2013)

 

Dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), n.13:
In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra ». Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell'unità dello Spirito di lui.
In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell'unità. Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di funzioni diverse. Poiché fra i suoi membri c'è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli. Così pure esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l'unità, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a condividere i beni e anche alle singole Chiese si applicano le parole dell'Apostolo: « Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto» (1 Pt 4,10).
Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.”
 
Da “Una Chiesa in ricerca, in servizio, in crescita”, intervento di p.Bartolomeo Sorge al Convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”, tenutosi a Roma dal 30-10-76 al 4 -11-76, in Evangelizzazione e promozione umana – atti del convegno ecclesiale, Editrice A.V.E., 1977:
“…se le due funzioni di servizio, proprie della Gerarchia e dei laici, sono tra loro chiaramente distinte, non sono però separate e devono trovare la loro sintesi nella unità organica della comunione ecclesiale, dell’unica missione evangelizzatrice. Il vero contributo della evangelizzazione alla promozione umana non sarà mai opera della Gerarchia o dei laici separati tra loro, ma per essere adeguato deve passare attraverso il servizio della comunità ecclesiale unita. Perciò, oggi in Italia il primo problema da risolvere per tradurre efficacemente nei fatti il nesso intrinseco tra evangelizzazione e promozione umana (tante volte ribadito dal convegno) è quelle della realizzazione di una piena comunione ecclesiale”.
 

 Venerdì prossimo inizierà la settimana per l’unità dei cristiani e, quando parliamo di questo tema, pensiamo alle diverse confessioni cristiane che ancora hanno organizzazioni separate mentre, nella visione cattolica, le si vorrebbe tutte legate a un unico pastore, al mondo in cui esse vogliono essere sottomesse ad un unico Signore. 
 Tuttavia il problema dell’unità sussiste anche all’interno della nostra stessa confessione religiosa. Esso si è fatto più pressante nel corso degli sviluppi del Concilio Vaticano 2°, come indica il brano della relazione del 1976 del padre Sorge che ho sopra trascritto. Dell’accentuazione del pluralismo organizzativo laicale ha fatto le spese in particolare l’Azione Cattolica, la quale negli anni ’70 e ’80 ha visto ridursi molto i propri associati e ai tempi nostri vede addirittura messo in discussione il proprio ruolo di collaborazione primaria con il Papa e i vescovi e di principale articolazione dell’azione laicale nella Chiesa.
 Ad esempio nella nostra parrocchia possiamo facilmente constatare come l’Azione Cattolica non sia più, da tempo, la principale articolazione del laicato. Ad essa si è sostituita l’organizzazione del Cammino Neocatecumenale la cui storia, la cui azione e i cui punti di vista nella Chiesa e  nel mondo hanno caratteristiche piuttosto distanti da quelle dell’Azione Cattolica.  Insomma l’Azione Cattolica da casa di tutti è diventata nella parrocchia un gruppo fortemente minoritario. Oggi la nostra parrocchia e altre che hanno subito dinamiche simili assomigliano a una confederazione di vari gruppi in precario equilibrio, in cui non c’è una vera comunicazione tra le varie parti che coesistono intorno alla chiesa parrocchiale e svolgono varie attività nella liturgia, nell’azione caritativa e nella formazione. L’unità in definitiva si fa intorno ai sacerdoti e, in particolare, al parroco.
 Come ho cercato di riassumere nei miei precedenti interventi l’Azione Cattolica, nelle varie forme organizzative che ha avuto dall’inizio del Novecento, nasce storicamente per l’esigenza dei laici cattolici di partecipare di più all’edificazione della società del loro tempo, in particolare sfruttando le opportunità offerte dai sistemi politici democratici. Con il tempo questo ha comportato il pensare anche in modo nuovo il ruolo del laico nella Chiesa e nel corso del Concilio Vaticano 2° è stato assecondata questa dinamica. Dopo il Concilio Vaticano 2° l’Azione Cattolica ha fatto dello sviluppo dei principi conciliari uno dei suoi principali obiettivi. Tutto questo accadeva in epoche in cui si sentiva una certa frizione tra i principi religiosi e quelli secondo i quali era organizzata la società civile. Una delle ragioni del decremento della partecipazione all’Azione Cattolica può essere vista nel venir meno dell’importanza di questo contrasto. Non si tratta solo dell’emergere del fenomeno della secolarizzazione, per cui certe convinzioni religiose hanno avuto meno forza nella società e vengono riservate fondamentalmente ai momenti rituali e cerimoniali della società, ma proprio del fatto che la società civile, venutasi finalmente consolidandosi intorno a principi democratici, tra i quali quello della libertà religiosa, sembra richiedere di meno un attivismo dei fedeli laici, che allora possono, come dire, concentrarsi sugli aspetti più prettamente spirituali della fede. Ad un certo punto si  è sentita di meno l’esigenza dell’unità di pensiero e azione nell’Azione Cattolica, mentre certe richieste e indicazioni che venivano formulate dal Papa e dai vescovi hanno trovato altri modi di essere proposte nella sede civile e in quella politica. Ecco quindi che l’esteso pluralismo delle organizzazioni del laicato cattolico italiano ha potuto svilupparsi senza più remore di sguarnire il fronte comune. Questo ha fatto emergere un elemento che nell’Azione Cattolica si cercava di contenere, vale a dire le diverse concezioni della società e dell’umanità nel suo complesso che ci sono nel laicato cattolico. Perché se è chiaro che da un punto di vista dogmatico e liturgico ci si ritrova ancora in unità, le cose cambiano quando si cominciano a fare programmi su come le cose devono andare nella società, sul modo in cui porsi nei confronti di altre componenti della società, sul modo in cui vivere una buona vita  cristiana e poi, principalmente, sul problema degli alleati che si vogliono avere per fare  progredire la società, vale a dire in quella che, nel gergo nostro, chiamiamo promozione umana. Tutto questo accade senza i toni drammatici del passato, in cui in ogni cosa era in gioco veramente la libertà della Chiesa e della sua azione di evangelizzazione, come quando ci si confrontava duramente  con le ideologie liberali, fasciste  o socialiste che esprimevano un’azione di forte contrasto con le organizzazioni religiose cattoliche. E’ una dinamica che si è fatta sentire particolarmente a partire dagli anni ’80: all’epoca si individuava una cultura della mediazione, impersonata dall’Azione Cattolica, e una cultura della presenza, della quale erano viste come  portatrici varie organizzazioni, tra le quali il Cammino Neocatecumenale. In genere si ritiene che sotto il pontificato di Giovanni Paolo 2° per l’Italia la Chiesa abbia scelto il metodo della presenza. Oggi  si è ormai perso il senso di questo diversità di visioni e di prospettive, perché le varie organizzazioni hanno imparato a collaborare, specialmente a livello nazionale. Tuttavia esso attraversa ancora, di fatto , il nostro laicato, quando, ad esempio, ci si conta e allora ci sono quelli per  i quali  i cattolici, considerati come presenza di testimonianza religiosa effettiva, sono un piccolo resto, una minoranza, e coloro per i quali i principi religiosi informano ancora di sé la società perché tuttora la pervadono e la dirigono, anche se su certi aspetti, come nelle questioni delle relazioni sessuali, c’è un vasto dissenso pratico con i principi insegnati dal magistero.
 Certamente siamo chiamati all’unità e ad un’unità di tipo particolare che chiamiamo comunione. Innanzi tutto siamo chiamati a parlare delle nostre scelte con gli altri con i quali ci sentiamo di dover essere in comunione. Mancano però di solito le sedi e i luoghi per farlo, perché ognuno se ne sta nel proprio gruppo separato.
 Ma non  è detto che poi, parlando, discutendo, si arrivi effettivamente a deliberazioni comuni, anche se uno degli esercizi di laicità che ci vengono consigliati nel progetto formativo dell’A.C. è proprio in questo senso: arrivare democraticamente a decisioni comuni condivise. Bisogna riconoscere però che il metodo democratico, che si è ampiamente affermato nelle società civili della nostra Europa, stenta ad essere praticato nella nostra Chiesa, che, del resto, protesta orgogliosamente la propria a-democraticità. Insomma, la piena comunione ecclesiale è ancora di là da venire, mi pare. 
 Uno dei luoghi in cui essa potrebbe manifestarsi è proprio l’organizzazione dell’Azione Cattolica, la quale appunto non ha le caratterizzazioni forti  di altri gruppi e pratica il metodo democratico. Essa potrebbe anche essere il centro in cui potrebbero iniziare a convergere coloro che nel passato hanno scelto altre strade per esprimere il proprio impegno religioso nella società civile, al di fuori di organizzazioni ecclesiali, e addirittura coloro che si sono staccati dalla comunità parrocchiali per polemica, rancore o risentimento. 
 Se però guardiamo alla nostra realtà di gruppo vediamo che quel traguardo è molto lontano dall’essere realizzato. In realtà è in forse la nostra sopravvivenza associativa, se non riusciremo ad attrarre forze nuove nel nostro lavoro. Eppure esso sarebbe ancora importante nella Chiesa, perché nella Chiesa la democrazia è ancora un problema. C’è ancora un contributo che potremmo dare alla crescita dell’insieme e, purtroppo, non ci sono altre organizzazioni che si occupano di fare il lavoro al quale storicamente l’Azione Cattolica si è impegnata, che possiamo sintetizzare efficacemente nell’idea dell’evangelizzazione come promozione umana e della promozione umana come evangelizzazione.

 
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli