Riunione del 15 gennaio 2013
All’inizio della
riunione abbiamo cordialmente salutato un nuovo membro del gruppo.
Siamo poi passati
alla riflessione sulle letture bibliche di domenica 20 gennaio 2013 (2° del
Tempo ordinario: Is 61,1-5; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11) e, in particolare, sul
brano evangelico di Giovanni e in quella sui temi della pace e dell’unità dei
cristiani (il mese di gennaio è da molti anni dedicato in A.C. al primo
argomento e venerdì prossimo inizia la Settimana per l’unità dei cristiani, con
una Messa animata dal nostro gruppo).
L’assistente
ecclesiastico ha introdotto la riflessione biblica.
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sintesi delle parole dell’assistente ecclesiastico******
Il brano evangelico
di Giovanni ci invita a riflettere su ciò che cambia se facciamo entrare Gesù
Cristo nella nostra vita. Molti matrimoni finiscono in divorzio perché i
coniugi non hanno lo hanno invitato alle nozze.
Maria nota che manca
il vino in una festa di nozze. Possiamo immaginare che, secondo i costumi
dell’epoca, non fosse lì solo a festeggiare, ma che, con le altre donne, desse
anche una mano a preparare e servire
cibi e bevande agli invitati. Va da Gesù e gli espone il problema ottenendone
la risposta “Donna, che vuoi da me?”,
che, a una considerazione superficiale, può apparire piuttosto brusca. Nella
riflessione teologica su questo brano si è andati oltre: “Donna” era Eva, come
Gesù è considerato il nuovo Adamo;
anche nell’Apocalisse biblica si
narra di una donna vestita di sole, con
la luna sotto i suoi piedi; Maria è chiamata Donna da Gesù quando, ai piedi della croce, le viene affidato come
figlio Giovanni. In queste parole si è visto un riferimento alla crocifissione
di Gesù, una anticipazione di
quell’evento fondamentale, che per i cristiani è fonte di salvezza. “Qualsiasi cosa vi dice, fatela”, dice
Maria ai servi. Portano sei anfore piene d’acqua, che viene tramutata in vino.
Si tratta di una quantità di vino molto grande a significare che l’amore di Dio
è abbondante e trasforma la morte in vita, la tristezza in gioia. Nella
scrittura all’acqua, ai flutti in particolare, è associata spesso la morte.
Nella riflessione teologica si è visto nell’azione di tramutare l’acqua in
vino, fonte di gioia per il convito nuziale, un segno che significa che la
morte non ha potere su Gesù. Ricordiamo
ad esempio l’episodio biblico dell’attraversamento del Mar Rosso da parte degli
Israeliti in fuga, consentito dall’azione divina o l’episodio evangelico in cui
Gesù cammina sulle acque del lago di Galilea: entrambi insegnano che Dio vince
la morte. Il vino è invece legato alla Terra promessa (come primo segno della
fertilità della terra in cui gli israeliti stavano per entrare, gli esploratori
portarono dell’uva, su un palo), alla gioia e alla vita. Il vino di Gesù è
molto buono, tanto che al convito ci si stupisce che, contro le consuetudini
del tempo, sia stato portato in tavola non all’inizio ma dopo che ne era stato
servito altro meno buono. Anche questo, nella riflessione teologica, è stato
riferito all’opera di Gesù, che è molto buona. Se consideriamo il brano di
Giovanni insieme alla prima lettura, tratta dal libro di Isaia, possiamo
ritenere che Gesù ci sia presentato come lo sposo del suo popolo, che porta vita,
gioia e salvezza. Ma il riferimento evangelico alla sua ora, all’ora di Gesù, deve considerarsi riguardare la
Croce. L’immagine sponsale ci chiama una
intimità spirituale con il Signore, che può
cambiare la nostra acqua in vino. Le sofferenze ci sono nella vita di
tutti, ma il vero problema e dar loro un senso. Se le consideriamo nella
prospettiva della fede e non con gli occhi del mondo esse acquistano un senso.
Se riusciamo a capire che hanno un senso, esse perdono il potere di
distruggerci. Ad esempio le donne soffrono durante il parto, ma sanno che
queste loro sofferenze hanno un senso, perché, attraverso di esse, daranno alla
luce i loro figli.
Nella seconda
lettura, di san Paolo, è scritto che a ciascuno è data una manifestazione dello
Spirito, per il bene comune, quindi dell’intera Chiesa, non per farci
sentire meglio degli altri o per scopi egoistici. Non è un dono privato. Infatti in Cristo noi costituiamo
un unico corpo, in cui ciascuna parte opera per il bene di tutti.
Ricordiamo
sempre la centralità di Gesù Cristo
anche nell’interpretazione della Scrittura. Ignorare la Scrittura è ignorare
Gesù Cristo, ma noi seguiamo una
persona, Gesù Cristo, non siamo, in fondo, un popolo del libro. Attraverso la Scrittura incontriamo la sua
Parola, che è eterna, parla alla nostra vita e ci fa incontrare con lui.
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Il presidente ci ha
poi parlato dell’intervento di mons.Matteo Zuppi all’incontro del 13 gennaio
scorso sul tema del messaggio del Papa
in occasione della Giornata mondiale della pace. Il relatore ha illustrato in
particolare la relazione tra pace e giustizia, radicata biblicamente, utilizzando
l’aneddoto del Lupo di Gubbio delle
storie su San Francesco.
A Gubbio c’era un
lupo grandissimo, terribile e feroce che divorava gli esseri umani. Tutti
giravano armati e, comunque, non si azzardavano ad uscire da soli dalla città.
San Francesco ebbe
compassione e decise di intervenire. Si fece innanzi tutto il segno della
Croce, manifestando così di porre tutto nella mani di Dio.
Il lupo gli si fece
incontro con la bocca spalancata. “Vieni, frate Lupo: io ti comando dalla parte di Cristo, di non fare male né a
me né ad altri”, lo apostrofò il santo. Il lupo allora chiuse la bocca e gli si
accostò mansuetamente. San Francesco allora gli fece l’elenco delle sue colpe
e, in particolare, a quella di avere la consuetudine di mangiare gli esseri
umani, fatti a immagine di Dio. Gli disse tuttavia che voleva fargli fare la
pace con quelli di Gubbio. Gli porse la mano e il lupo le pose sopra la zampa
per significare che accettava la proposta. Poi il santo chiese a quelli di
Gubbio di dare da mangiare al lupo, in modo che non soffrisse la fame. In
questo modo risolse la cause della aggressioni del lupo. Il lupo visse ancora
diversi anni frequentando pacificamente la città e, quando morì di vecchiaia, tutti se ne
rammaricarono.
Ieri ho poi ricevuto un interessante contributo scritto
di un membro del gruppo sui temi della riunione che di seguito trascrivo.
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Nell’incontro di martedì scorso si è parlato a lungo del Vangelo (le
nozze di Cana):
-del buon vino che
rallegra sempre il cuore degli uomini;
-della relazione tra
il vino e l’Eucaristia e della sofferenza che non è mai inutile;
(don J. ci ha fatto
notare che la sofferenza, oltre a farci sentire più uniti a Cristo sofferente
in Croce, ci fa capire di più il mondo che soffre e ci invita a considerare non
solo quello che ci manca, ma, soprattutto, quello che abbiamo).
Poi si è parlato della
seconda lettura (1 Cor 12,4-11), dell’unità nella diversità a beneficio però di
tutti.
Non abbiamo detto una parola a commento della
1° lettura, tratta dal libro di Isaia. E’ sempre un altro che ci dà la certezza
di cui abbiamo un bisogno assoluto: la certezza di volere ancora qualcosa, dal
momento che qualcuno ci ama.
Da tempo ci consegni alcuni fogli per farci
prendere confidenza con il Vaticano II e, soprattutto, per far crescere anche
in noi di San Clemente la voglia di Concilio.
La tua iniziativa è lodevole, perché le
letture di questo evento sono passate dall’approvazione ecclesiastica alla
critica sarcastica e bisogna vigilare di fronte a interpretazioni negative per
partito preso, del tutto infondate in riferimento sia allo spirito che alla
lettera del Concilio.
Devo però farti rilevare (e lo faccio a
malincuore!) che pochi sono quelli che a casa leggono i tuoi fogli.
Manca una base di comprensione.
La tua iniziativa resta un monologo da “esperto”,
non un piccolo spazio per la condivisione di esperienze.
Secondo me, prima di seminare è necessario
dissodare il terreno, prima di ricevere qualcuno occorre apparecchiare
adeguatamente la tavola e prima della parola ci va il silenzio, come ci ha
ricordato il Papa nel bellissimo messaggio per la 46° Giornata mondiale delle
comunicazioni sociali.
Comunicare non è “dire qualcosa a qualcuno”.
La prima mossa della comunicazione non è la parola, ma il silenzio: prima di
tutto va allestito lo spazio perché l’altro possa sentirsi accolto. Prima di “enunciare”,
la comunicazione è sempre incontro e relazioni.
E poi comunicare non è scambiarsi messaggi, ma
ridurre le distanze, allargando un po’ alla volta lo spazio di quella “communio”
che non è già dato, ma va desiderato e costruito con pazienza, senza arrendersi
alle difficoltà.
La comunicazione non è un dato, ma un
miracolo, scriveva il filosofo Paul Ricoeur. Ma è un miracolo che accade, e ci
fa desiderare di poterlo ripetere. Perché no, da noi?
Grazie, poi, per quanto hai scritto sugli
anziani del nostro gruppo, che dimostrano ancora lo spirito indomito della loro
gioventù. Peccato che molti dei nostri amici hanno paura dell’invecchiamento,
che considerano una colpa che bisogna nascondere con forme varie, anche
ridicole, di giovanilismo.
Non si avvedono, i poveretti, che hanno
bisogno di un invecchiamento attivo, che significa vivere dentro la propria
pelle cercando di starci al meglio.
Curando la salute, la qualità delle relazioni
sfruttando le molte potenzialità acquisite negli anni.
Pochi si sono accorti che proprio il 2012, l’anno
che ci sta alle spalle, è stato dedicato dall’Unione Europea all’invecchiamento
attivo e alla solidarietà tra le generazioni, iniziativa che non ha fatto
scalpore, perché quasi nessuno si è sentito parte in causa.
Come diceva mia moglie: “Ogni età ha il suo
fascino”. E aveva ragione. Bisogna saper vivere appieno il tempo che ci è dato,
la stagione in corso. Questo potrebbe essere un altro tema da comunicare ai
nostri!
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Mie osservazioni sull’intervento
che ho trascritto
Sono veramente felice
di aver suscitato questo interessantissimo contributo, che condivido per
intero. E’ un segno, molto positivo, del riavvicinamento tra le generazioni,
uno degli obiettivi che dobbiamo fortemente perseguire in Azione Cattolica.
Per quanto riguarda
i miei compitini che distribuisco ad ogni riunione, si tratta
di cose che non scrivo solo per i membri del gruppo, ma innanzi tutto per le
mie figlie e poi anche per altri, in particolare per i lettori del nostro blog. Scrivo con spirito religioso, vale a dire del
tutto indifferente rispetto all’efficacia immediata del mio lavoro. Resto
convinto, comunque, che quello che quello di buono che scrivo, quello che
riesco a scrivere nello spirito di fede, recherà frutto, non però per merito
mio ma per merito di colui che mi ha
ispirato.
Non si sa mai che
cosa accadrà di un pezzo scritto, ad esempio di un foglio di carta ricevuto occasionalmente
in una riunione. Può darsi che finisca subito nell’immondizia, o venga
utilizzato per incartarci qualcosa, o, come facevano gli antichi, riutilizzato
nella parte bianca posteriore per scriverci su qualcosa d’altro. Può anche
darsi, come accade spesso a me, che venga messo da parte e riscoperto anche
dopo anni e che, allora, si abbia la voglia e il tempo di leggerlo e dica
qualcosa.
Avverto però i miei
lettori che non sono un esperto delle cose di fede: prendano dunque con riserva
il mio pensiero. Ne verifichino sempre personalmente la correttezza.
Scrivo solo ciò che
ho ricevuto: il mio pensiero non è quindi originale. La prima mia fonte è il
pensiero di mio zio Achille, morto da qualche anno, dal quale fin da piccolo ho
ricevuto ammaestramenti su questi temi. Poi le mie esperienze in FUCI e nel MEIC. Poi diverse cose che ho letto (le
cito spesso nei miei interventi).
Il primo obiettivo
dei miei compitini settimanali è di contribuire
a ricostruire sinteticamente nel nostro gruppo una memoria condivisa di ciò che
è stato in Italia il cattolicesimo sociale e democratico, in modo che chi
abbia voglia di farlo possa ripartire
riallacciando un discorso che ha una lunga storia. I miei scritti vanno quindi considerati
come dei riassuntini di temi rilevanti, delle sorte di bignami di A.C..
Il problema dell’invecchiamento
comincia a riguardare anche me. Sono entrato nel gruppo parrocchiale di AC dopo
che, a causa di una lunga fase di malattia, ho avvertito la necessità di un
impegno religioso di prossimità,
perché girare per la città mi è divenuto faticoso. E’ tanto, ad esempio, che
non frequento il mio gruppo MEIC della Sapienza,
che si riunisce nella cappella universitaria, anche se rimango in comunione
ideale con loro. Devo dire che, poiché conduco ancora una vita molto attiva di
lavoro, non ci penso molto su. Non mi rimane molto tempo per farlo. Ma, tra una
decina d’anni, si tratterà di un tema che mi riguarderà più da vicino. Oggi, se
penso al mio futuro a medio termine, è l’eventuale ripresa della malattia che
mi preoccupa di più.
Quanto alla capacità
di comunicare con gli altri, devo dire che non mi riconosco un particolare
carisma in questo. Ma nel gruppo ci sono quelli che molto meglio di me sanno
fare questo lavoro. Ognuno, secondo l’insegnamento
di san Paolo fa ciò che gli riesce meglio, a beneficio di tutti.
Nella spiritualità il
silenzio è molto importante, come preparazione alla meditazione religiosa e
alla preghiera. Ma, ad un certo punto, bisogna anche parlare, e questo vale
maggiormente quando si tratta di altre questioni, come quelle che riguardano,
ad esempio,quello che nel gergo si definisce promozione umana. Se si vuole, come penso accada a noi, riattivare un’esperienza associativa
come la nostra che ha sua peculiari caratteristiche storiche, è inevitabile
affrontare la fatica di ricordare e di capire.
E anche di ascoltare, perché questo è un lavoro collettivo. Il tempo è poco, nelle nostre riunioni, e tuttavia
queste ultime sono importanti e manifestano la volontà di impegnarsi in un campo che
nella Chiesa di oggi non è facile accostare.
Concludo ricordando
che nella riunione scorsa la lettura di Isaia ha avuto un suo spazio: è stata
infatti ricordata la dimensione sponsale
del nostro rapporto con Cristo. La gioia richiamata dall’episodio evangelico
delle nozze di Cana, si è detto, deriva per noi dall’incontro con Cristo, come
Chiesa, al modo di sposi: come gioisce lo
sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te. Ritrovare l’entusiasmo e la gioia dell’incontro
con Cristo è senz’altro uno degli obiettivi della nostra esperienza
associativa, come, in fondo, di tutte le altre che ci sono nella Chiesa. Per
noi in A.C. questo passa anche per un atteggiamento particolare verso il mondo
in cui viviamo, che pensiamo di poter migliorare anche in base ai nostri
principi di fede e lavorando pure con coloro
che non la pensano come noi in religione.
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Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma,
Monte Sacro, Valli