sabato 29 dicembre 2012

Cattolicesimo forza di progresso?

Cattolicesimo forza di progresso?

  Dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), n.36

I fedeli perciò devono riconoscere la natura profonda di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda a una vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo si impregni dello spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compimento universale di questo ufficio, i laici hanno il posto di primo piano. Con la loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l'opera loro, affinché i beni creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l'utilità di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana. Così Cristo per mezzo dei membri della Chiesa illuminerà sempre di più l'intera società umana con la sua luce che salva.
Inoltre i laici, anche consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per permettere che l'annunzio della pace entri nel mondo.

 Ai tempi nostri probabilmente la definizione del cattolicesimo come forza di progresso non troverebbe un generale consenso. Eppure è proprio questo, in fondo, il fine che durante il Concilio Vaticano 2° si pensò di assegnare all’azione dei laici nelle società in cui vivono e operano. Ne è un esempio il brano della Costituzione dogmatica Lumen Gentium (trad. dal latino: Luce per le genti) che ho sopra trascritto. Possiamo considerarlo una novità in un documento della gerarchia ecclesiale, tenendo conto delle precedenti millenarie prese di posizione in merito.
 Come ho osservato in altri miei interventi, non è facile, leggendo le deliberazioni del Concilio Vaticano 2°, individuare quelle parti che contengono sviluppi innovativi. Questo accade in particolare in un documento di particolare rilevanza, normativo, come la Costituzione dogmatica citata, che riguarda la Chiesa. Ad uno sguardo superficiale tutti i temi che solitamente si facevano rientrare in questo argomento sono esposti nell’ordine consueto. Infatti troviamo le parti che spiegano di dove, da chi e come la Chiesa originò, la ripartizione dei compiti in esso, da chi e  come l’autorità in essa venga esercitata, il carattere sacro di alcune funzioni, come quelle del papa, dei vescovi e dei preti, le caratteristiche dell’impegno dello stato religioso, la posizione degli altri fedeli, la missione della Chiesa nella società del suo tempo, vale a dire in quello che nel gergo teologico viene definito il mondo o anche il mondo profano.
 Eppure le novità ci sono, anche se esse non vengono mai presentate come idee che si contrappongono alla precedente tradizione, in particolare a  quella che riguarda i principi fondamentali, ma, al limite, come scoperta, o riscoperta, di potenzialità di bene che storicamente erano state poco capite o praticate. E ciò anche quando, sostanzialmente, si viene a ripudiare qualcosa di male che si riconosce esserci stato nel passato. 
 E’ solo con il Grande Giubileo dell’anno 2000, indetto e guidato dal papa Giovanni Paolo 2°, che si giunge a richiedere a tutti, come esercizio specificamente religioso, un lavoro particolare per raggiungere una memoria storica veritiera sull’azione della Chiesa del mondo e il ripudio, vale a dire l’impegno a non riproporli in futuro, di certi modi di essere, di organizzarsi, di entrare in relazione con le altre persone, individualmente considerate o nei gruppi in cui sono inserite vitalmente.
 Le conseguenze sono state molto rilevanti, perché i principi normativi del Concilio Vaticano 2° sono stati fecondi e hanno ispirato molteplici sviluppi, che, in larga parte, corrispondevano a modi di vivere la religiosità che si erano già affermati, più o meno largamente, tra i fedeli e che attendevano solo di essere riconosciuti in un documento normativo della gerarchia. Questo in particolare ha riguardato i compiti dei laici cattolici, anche se su questo tema in genere c’è ancora insufficiente consapevolezza e ciò per vari motivi.
 Il primo è di ordine culturale: mentre per i sacerdoti e i religiosi è previsto e obbligatorio un processo di formazione continua, questo non è previsto per i laici, dopo il periodo dell’iniziazione ai Sacramenti nell’infanzia e nell’adolescenza, che di solito termina con la Cresima, se non ancora prima, con la Prima Comunione.
 Il secondo motivo  è di ordine organizzativo: poiché nella Chiesa cattolica i principi morali e di organizzazione e le linee guida delle varie attività vengono formulati da appartenenti all’Ordine Sacro, quindi dal clero, è ovvio che abbiano avuto il massimo risalto le questioni che riguardavano questa parte qualificata dei fedeli, innanzi tutto per mantenere un loro ruolo preminente in ogni settore e poi per conservare l’integrità della struttura gerarchica del clero, centrata su centri di potere sostanzialmente monarchici, con temperamenti di collegialità a vari livelli. Lo scopo è di rendere coerenti su scala mondiale gli insegnamenti religiosi, le liturgie e l’organizzazione ecclesiale, in modo, in particolare, che la Chiesa appaia parlare con una sola voce, diventando manifestazione dell’unità dei fedeli, secondo il comandamento ricevuto evangelicamente.
 Il terzo motivo è che spesso i laici sono appagati da una religiosità meramente liturgica, e in particolare sacramentale, della quale essi, sebbene coinvolti molto profondamente nella loro interiorità, sono partecipi ma non protagonisti, in quanto in tale campo emerge e prevale la missione del clero. Del resto, per millenni è solo questo che, in definitiva, si è preteso dai laici, vale a dire da chi non era prete, vescovo, monaco o monaco, frate o suora.
 Le società civili, e le loro popolazioni, erano lasciate al dominio di monarchi, con i quali la Chiesa, a diversi livelli, tramite suoi plenipotenziari, e al massimo livello in persona dei papi, entrava in relazione innanzi tutto per garantire spazi di libertà alla propria organizzazione (clero e religiosi, con esenzioni e privilegi che riguardavano le persone e i beni) e poi per assicurarsi il riconoscimento di un potere spirituale sui sudditi dei monarchi civili, venendosi in tal modo a realizzare una sorta di condominio sulle posizioni assoggettate al trono e all’altare. I due tipi di potere, quello civile e quello religioso, venivano poi a sostenersi a vicenda, specialmente dove il monarca civile riconosceva quella cattolica come unica religione ammessa nel suo dominio e/o le autorità della Chiesa riconoscevano la qualifica di cattolica a una dinastia monarchica civile. Per queste relazioni politiche tra autorità civili e religiose, la critica sociale su base religiosa, di cui si trovano tanti esempi nell’Antico Testamento e che quindi aveva una salda base biblica, era in genere scoraggiata dalle autorità religiose, perché avrebbe messo in crisi quegli accordi, a volte semplici armistizi piuttosto precari, raggiunti con le autorità civili. Ad esempio nel documento normativo denominato Sillabo (=elenco), allegato all’enciclica Quanta Cura (1864) del papa Pio 9°, con l’indicazione di quelli che la dottrina cattolica riteneva essere i principali errori del tempo, si dichiarava erronea l’idea che fosse logico negare obbedienza e anzi  ribellarsi ai prìncipi legittimi.  
 L’esperienza delle due guerre “mondiali” combattute nel Novecento manifestò l’insufficienza dei princìpi che erano stati seguiti per millenni nelle relazioni con i capi delle nazioni, secondo l’espressione utilizzata dal papa Benedetto 15°, nel 1917, nel chiedere di fermare l’inutile strage in cui si era risolta la Prima Guerra mondiale.
 Il primo di quei due conflitti bellici catastrofici era stato iniziato da monarchi cristiani e combattuto fra popoli di antica civiltà cristiana. Il secondo era stato scatenato da despoti rivoluzionari che si erano avvalsi in modo nuovo dei popoli assoggettati, non più come storici sudditi di una dinastia, ma come espressioni di una nuova condizione umana di dominatori, in virtù della quale avevano il diritto, come sorta di stirpi elette, di predare e soggiogare il mondo. Qualcosa di simile aveva travolto la dinastia imperiale cristiana russa, portando all’ordine sovietico, in cui la religione era considerata una impostura di classe per tenere soggiogata la parte subalterna delle popolazioni. Risolutiva, in entrambe le guerre mondiali, era stata l’azione della democrazia statunitense, la quale aveva fondamenti religiosi espliciti ma che, nello stesso tempo, era struttura con un’organizzazione politica pluralista. Ad essa, nel pensare l’Europa che sarebbe sorte dopo la fine dei totalitarismi guerrafondai nazisti e fascisti, si cominciò a guardare come esempio di coesistenza pacifica di popoli con diverse tradizioni etniche, culturali, linguistiche, religiose. E’ questo il momento il cui, anche sulla scorta di antecedenti storici risalenti all’Ottocento, comincia a prodursi nella Chiesa cattolica quel movimento che ebbe piena manifestazione molto più tardi, negli anni Sessanta, in particolare con il Concilio Vaticano 2°.
 In Francia e in Italia ci si stava ragionando fin dagli anni ’30, sullo spunto del pensiero dei filosofi Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier.
  Maritain intervenne nel Concilio Vaticano 2° quale rappresentante degli intellettuali e in tale veste ricevette uno specifico messaggio del Papa, alla fine del Concilio.
 L’idea era che la sfida lanciata dai regimi popolari totalitari, quello nazista tedesco, i diversi fascismi europei e il regime comunista sovietico, non poteva essere vita con i metodi e i principi del passato, quindi con la riproposizione della restaurazione di una civiltà cristiana europea retta da un condominio di dinastie civili e di monarchi religiosi, ma che occorresse coinvolgere più profondamente, non solo chiamandole all’ubbidienza, le masse dei popoli europei, rendendole protagoniste della costruzioni di civiltà, intese innanzi tutto come istituzioni politiche, economiche e sociali, che non configgessero con gli ideali di sempre della cristianità.
 Una prima pronuncia in questo senso della gerarchia cattolica al massimo livello si trova nel radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Pio 12°, che ho più volte citato, in cui ci si chiede se gli sconvolgenti avvenimenti dei decenni passati avrebbero potuto essere evitati se i popoli europei avessero avuto più voce in regimi democratici.
 Questa lunga premessa è stata necessaria per comprendere il senso del brano della costituzione Lumen Gentium che ho trascritto all’inizio. Ci ritornerò sopra in altri interventi. Vorrei però che chi legge lo facesse interiormente proprio, direi quasi mandando lo a memoria.
 La prima caratteristica di questa che è giuridicamente una legge fondamentale della nostra Chiesa, parte di un documento normativo molto importante, è che non pone divieti e non indica nemmeno precisi obblighi di fare, come, ad esempio, nel Decaloco, quando si prescrive di non rubare (obbligo negativo – di non fare) o di santificare le feste (obbligo positivo – di fare).
 Il discorso che viene sviluppato in quel brano è in sostanza un appello, una chamata ad un lavoro, rivolto in primo luogo ai laici, a coloro che quindi non fanno parte del clero o dei religiosi (frati e suore, monaci e monache).
 Si riconosce ai laici una competenza, vale a dire un insieme di conoscenze e di saper fare, nelle discipline profane, che sono tutte quelle che non sono comprese nella teologia, in cui sono formati il clero e i religiosi. Li si chiama ad essere, come persone singole ma ance associandosi, forze di progresso a beneficio non solo della Chiesa cattolica, ma di tutti gli esseri mani senza eccezione.
 Ecco in che cosa consiste l’auspicato progresso: a)nel far progredire i beni creati mediante il lavoro umano, la tecnica e la cultura civile; n) nella giustizia distributiva, perché i beni creati aumentati e migliorati dall’azione umana, siano più convenientemente distribuiti perché aia fonte di libertà umana e cristiana per tutti. L’obiettivo finale è risanare le istituzioni e le condizioni del mondo, perché siano rese conformi alle norme di giustizia e in tal modo favoriscano, anziché ostacolare, l’esercizio delle virtù e, in particolare, quelle predicate nell’evangelizzazione dei popoli.
 In sostanza l’appello è per operare per un progresso tecnologico, culturale, civile e sociale, se del caso cambiando anche le istituzioni, perché a tutti gli esseri umani sia aperta la via delle virtù nella libertà. Questa è definita come opera di illuminazione dell’intera società umana e l’utilizzo di questa espressione è analogo a quello che ne fecero gli illuministi nel Settecento. Solo che nella prospettiva cattolica non si vede contraddizione tra la luce portata dalla ragione e la luce portata da Cristo.
 Se volessimo individuare dal brano citato della Lumen Gentium delle parole d’ordine, potremmo individuarle in queste: progresso, libertà, giustizia sociale, unità per risanare il mondo comprese le sue istituzioni sociali, virtù, illuminazione religiosa.  Esse non sono rivolte dalla gerarchia cattolica (solo) ai capi delle nazioni, ma in primo luogo a tutti  i fedeli laici. E’, a mia conoscenza la prima volta che accadde nella storia della Chiesa in un documento normativo della gerarchia. Vi invito a verificare la correttezza di questa mia osservazione.
 Certamente nel passato nella dottrina del magistero di era fatta questione del buon governo, ama gli insegnamenti era rivolti essenzialmente ai capi delle nazioni e, a partire dall’enciclica Rerum Novarum di Leone 13° (1891), alle parti sociali, imprenditori e lavoratori, invitate a trovare una composizione dei reciproci interessi essenzialmente nello spirito di non sfruttare le classi lavoratrici a tal punto dallo spingerle alla rivolta. La giustizia sociale, come la intende ai nostri giorni a partire da movimenti politici che si diffusero nell’Ottocento, era estranea a questa prospettiva.
  Bisogna precisare che in questo la Chiesa cattolica, scrivendo sue norme fondamentali, non intese, all’improvviso, aggiornarsi a come andava il mondo, corrispondendo in tal modo alle attese di molta gente. Non è di questo aggiornamento  che si è trattato. In realtà la Chiesa cattolica, nella sua dottrina teologica e nella sua normazione, si aggiornò a come essa era già diventata nel corso dell’Ottocento e del Novecento, soprattutto nell’impegno alla costruzione della nuova Europa dopo la catastrofe bellica degli anni ’40. Già i cattolici si stavano infatti da tempo impegnando nel senso auspicato dalla Lumen Gentium, trovando però difficoltà nella normazione e nella teologia ufficiale della loro Chiesa. In qualche modo, in questo campo, i deliberati conciliari vennero semplicemente a ratificare e a sistemare teologicamente, creando una continuità dogmatica tra il passato e il presente, ciò che già i laici erano diventati e stavano facendo.
 E infatti questo che fu effettivamente un significativo cambio di rotta nel magistero gerarchico no fu effettivamente avvertito come una novità, mentre fecero molta più impressione le riforme che, dopo il Concilio Vaticano 2° e sulla base dei suoi deliberati, vennero attuate nella liturgia della Messa: in questo campo infatti fu effettivamente introdotto un rito diverso, pur se articolato nelle parti tradizionali, e, soprattutto, iniziarono ad essere usate le varie lingue nazionali dei popoli cristiani, in luogo del solo latino liturgico.
 Concludo questo intervento scrivendo che il difficile per noi laici non è tanto il capire gli appelli che ci sono venuti dal Concilio Vaticano 2°, ma, esercitando collettivamente le competenze che si sono proprie, ciascuno ragguagliando gli altri sulle proprie specifiche e acquisendo dagli altri notizie sulle loro (nessuno infatti nel mondo di oggi è capace di interloquire validamente su tutto), capire il mondo in cui viviamo per individuare come farlo progredire verso una migliore giustizia sociale, per rimuovere gli ostacoli all’esercizio delle virtù e, innanzi tutto, quello che è costituito dalla mancanza di libertà, determinata dall’ignoranza e dal bisogno.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.