lunedì 12 novembre 2012

Sentirsi responsabili di tutto

Sentirsi responsabili di tutto
(10 novembre 2012)

“Il questa solitudine, che ciascuno ‘regala’ a se stesso, si perde i senso del ‘con-essere’ … e la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole …. sino alla riduzione al singolo individuo.
[…]
C’è da chiedersi, a questo punto, se tali degenerazioni non siano insite nella decadenza del pensiero occidentale, come sostiene Lévinas [Emmanuel Lévinas, 1905-1995, filosofo francese]. A suo parere, possono essere evitate non con il semplice richiamo all’altruismo e alla solidarietà; ma ribaltando tutta la impostazione occidentale, cioè ritornando alla impostazione ebraica originale, nella quale si dissolve proprio questa partenza dalla libertà del soggetto. I figli d’Israele sul Sinai, nel momento fondante di tutta la loro storia, quando Mosè propose loro la Legge, hanno detto:  ‘Faremo e udremo (Es 24,7)’.
 Cioè essi scelsero un’adesione al bene, precedente alla scelta tra bene e male. Realizzarono così un’idea ‘pratica’ anteriore all’adesione volontaria: l’atto con il quale essi accettarono la Thorà precede la conoscenza, anzi è mezzo e via della vera conoscenza. Questa accettazione è la nascita del ‘senso’, l’evento fondante l’instaurarsi di una ‘responsabilità irrecusabile’”.
[Dal discorso Una sentinella nella notte,  pronunciato da Giuseppe Dossetti nel 1994 nell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati. Ora in Armando Oberti (a cura), Lazzati, un cristiano nella città dell’uomo, Editrice A.V.E., 1996, pag.27]
 Una delle caratteristiche dell’esperienza religiosa cristiana è che essa non nasce da una contrattazione con un dio, per assicurarsene i favori nelle cose della vita. Non ha quindi molta importanza sapere che cosa si guadagnerà in concreto avendo fede e che cosa di preciso si dovrà fare per avere un certo risultato. E, in definitiva, rimangono in secondo piano anche le stesse questioni dell’esistenza di una controparte soprannaturale, quindi l’argomento “un dio c’è”, e dei prodigi che il soprannaturale produce nella storia. Questo è paradossale agli occhi dei non credenti, i quali invece attribuiscono molta rilevanza a tutte quelle cose e, pensando di scuotere le convinzioni religiose, fanno notare che il soprannaturale è invisibile, che non si manifesta nel mondo dal momento che le cose vanno sempre come devono naturalisticamente andare e che tutte le nostre storie religiose hanno la consistenza di fiabe, per altro neppure costruite in modo tanto coerente. Non sono questioni che lasciano indifferente la persona di fede, certamente la fanno soffrire; è scritto ad esempio nei salmi, che sono parte della Bibbia: i nostri nemici ridono di noi (Sal 80,7), le lacrime sono il mio pane giorno e notte / mentre mi dicono sempre: “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 42,4). Ma, in definitiva, l’animo religioso sente di non poter rinunciare a una certa visione della vita, per una questione che riguarda la giustizia e che apre il cuore: corro sulla via dei tuoi comandi / perché hai allargato il mio cuore (Sal 119, 32). Non accetta la violenza che vede intorno a sé e non sopporta di fuggirne la responsabilità rispondendo a quella voce interiore che ode in sé con un “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gen 4,9). Come argomentato da Dossetti, sulla linea di Lévinas, la nostra adesione religiosa al bene precede qualsiasi contrattazione, qualsiasi ragionamento di convenienza, è assoluta, non dipende in alcun modo dal corso naturale delle cose (infatti diciamo che ha origine soprannaturale) e per questo non è smentita dalle sconfitte, nasce da un sentimento molto forte di giustizia che origina nello stare con gli altri e che è piuttosto duro reprimere. Quest’ultimo ha a che fare con la felicità umana. Lo avvertiamo in noi, ma capiamo che non ha fondamento in noi: infatti siamo cresciuti imparando a conoscerlo, è oggetto di un insegnamento, che il più delle volte abbiamo ricevuto fin da molto piccoli. E’ un comando interiore, ma non è costrizione: esso infatti dà gioia e ha storicamente avuto intense espressioni sociali, tanto da improntare di sé l’Europa fin dal tempi molto antichi. E’ a questo che ci si riferisce quando si parla di radici cristiane dell’Europa.
 Ci sono altre forme di religiosità? Certamente sì. Quindi pensare al fenomeno religioso come un qualcosa di unitario, perché “si crede in un dio” è errato. Ciascuna religione ha un suo specifico, in particolare quelle che hanno avuto una lunga storia. Ma non è solo questo. Anche all’interno delle singole confessioni, di ciascuna collettività religiosa esistono molte varianti ammesse. Accade anche nella Chiesa cattolica, la cui principale caratteristica, nonostante un’opinione corrente, non è l’uniformità.
 Nell’Italia di oggi, oltre alla storica presenza di Chiese cristiane riformate si è aggiunta, per l’immigrazione, quella di confessioni dell’ortodossia dell’Europa orientale. Con gli altri cristiani i cattolici condividono, in misura maggiore o minore, quasi tutto di ciò che nella nostra concezione religiosa è essenziale.
 C’è poi l’ebraismo italiano, una presenza che è coeva con la diffusione del cristianesimo nella penisola. Dopo oltre millecinquecento anni di discriminazioni e vere e proprie persecuzioni subite dagli ebrei da parte dei cristiani, il cui inizio si fa risalire al quarto secolo della nostra era in concomitanza  con l’affermarsi  del cristianesimo nelle istituzioni dell’impero romano,  a partire dal Concilio Vaticano 2° si sono dischiusi ai cattolici i tesori del pensiero ebraico, che sempre più spesso vengono menzionati dai nostri teologi e che sono stati divulgati in ambienti più vasti da autori come il Levinas, sopra citato da Dossetti.
 Sempre per via dell’immigrazione, dall’Asia e dall’Africa, stanno affermandosi anche da noi fedi islamiche, le quali sono piuttosto distanti dal cristianesimo, pur condividendone alcune storie religiose.
Ma il panorama della religiosità in Italia non si esaurisce qui: conviviamo, ad esempio, con genti che praticano l’induismo, il buddismo e il sikhismo.
 Infine, nella nostra Italia sono abbastanza diffuse credenze di tipo magico, in cui si pensa di poter ottenere vantaggi soprannaturali nelle cose della vita mediante certe pratiche, in particolare certi riti. Fedi di questo tipo hanno preceduto e accompagnato il cristianesimo e quest’ultimo in genere le ha contrastate, anche piuttosto duramente.
 Ai tempi nostri appare anche possibile in concreto un’esistenza umana priva di esplicite convinzioni religiose, dell’adesione a una confessione istituzionalmente costituita. Su Il Venerdì di Repubblica  di questa settimana, Andrea Tarquini, nell’articolo I senza Dio, riferisce del fatto che, come scritto dal giornalista polacco Mariusz Szczygiel nel libro Fatti il tuo paradiso (Nottetempo editore),  solo il 14 % degli abitanti della Repubblica Ceca si definisce credente nei sondaggi, questo nonostante che in quella nazione la vita sociale sia  improntata a forti valori etici. Ma, in definitiva, quel dato non sorprende perché è tutto sommato in linea con i dati sulla pratica religiosa nell’Europa del nord, che per altro registra anche valori ancora più bassi. L’Italia di oggi, con il suo circa 30% di praticanti, di persone che vanno a Messa la domenica, costituisce in questo una eccezione (ma la percentuale di coloro che si definiscono genericamente credenti e che mantengono un riferimento al cristianesimo come religione è molto più alta, superando la maggioranza assoluta della popolazione).
 Dopo il Concilio Vaticano 2° e a seguito dei principi in esso affermati, possiamo vivere da cattolici con più serenità l’attuale pluralismo in materia religiosa e instaurare e mantenere rapporti amichevoli con fedeli di altre religioni e con persone non religiose. Non è stato sempre cosi, siamone consapevoli.
  In particolare, l’iniziativa dell’Anno della Fede, che stiamo vivendo nella nostra Chiesa, non è stata pensata per contrastare quel pluralismo o per conseguire una maggiore uniformità nella nostra confessione religiosa. Non c’è questo nella lettera apostolica di indizione Porta Fidei dell’11 ottobre 2011.
 In questo Anno della Fede siamo stati invece invitati a riflettere, acquisendone maggiore e più precisa consapevolezza, su ciò che specificamente caratterizza la nostra esperienza religiosa. Abbiamo infatti la convinzione che il cristianesimo abbia ancora qualcosa da dire e da fare nel mondo di oggi, che quindi sia possibile  e necessaria una nuova evangelizzazione, a partire innanzi tutto da una rinnovato impegno pubblico nel quale la professione religiosa sia concepita e vissuta come un atto personale ed insieme comunitario.
 Poiché è venuto ad avere meno credito nella società, per il pluralismo di cui dicevo, l’affidamento sacrale nelle autorità religiose cattoliche, che pure mantengono un ruolo importante come punto di riferimento etico, e nella dottrina da esse insegnata, sta divenendo più importante l’azione svolta dai fedeli laici nella società per promuovere valori in linea con la nostra fede religiosa. Essa è stata finora piuttosto efficace, consentendo una certa pervasività delle idee religiose nella società, nonostante la diminuzione delle vocazioni sacerdotali e di quelle religiose. E lo è stato perché non si è limitata alla mera propaganda religiosa e al proselitismo, ma ha agito in concreto per quell’azione di costruzione della città dell’uomo, di cui parlava Giuseppe Lazzati nei brani che ho citato nei giorni scorsi. Ognuno ha sicuramente in mente esempi di quello che dico.  Questo si è fatto in tempi che, per vari motivi, non sono stati molto favorevoli allo sviluppo dell’azione propriamente laicale, tanto che il laicato italiano è stato definito il brutto anatroccolo (in Fulvio De Giorgi, Il brutto anatroccolo, Paoline Editoriale Libri, Saggistica paoline, 2008, euro 16).
  L’Azione Cattolica è da sempre particolarmente impegnata nel miglioramento della presenza dei laici cattolici nella società del loro tempo, non tanto con il metodo della contrapposizione, del fare blocco sociale  o del costituire piccole isole di salvati, ma con quello del farsi evangelicamente lievito o sale per metaforicamente fare crescere e rendere sapidi in umanità.  Una delle ragioni che possono spingere a un impegno in un gruppo di Azione Cattolica è quella di voler vivere in questo modo l’impegno di responsabilità religiosa di cui ci si sente partecipi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli